Full Text Archive logoFull Text Archive — Free Classic E-books

Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Part 7 out of 25

Adobe PDF icon
Download this document as a .pdf
File size: 2.0 MB
What's this? light bulb idea Many people prefer to read off-line or to print out text and read from the real printed page. Others want to carry documents around with them on their mobile phones and read while they are on the move. We have created .pdf files of all out documents to accommodate all these groups of people. We recommend that you download .pdfs onto your mobile phone when it is connected to a WiFi connection for reading off-line.

Queste parole ed altre assai, ch'Amore
a Mandricardo di sua bocca ditta,
van dolcemente a consolar il core
de la donzella di paura afflitta.
Il timor cessa, e poi cessa il dolore
che le avea quasi l'anima trafitta.
Ella comincia con pi pazienza
a dar pi grata al nuovo amante udienza;

60
poi con risposte pi benigne molto
a mostrarsegli affabile e cortese,
e non negargli di fermar nel volto
talor le luci di pietade accese:
onde il pagan, che da lo stral fu colto
altre volte d'Amor, certezza prese,
non che speranza, che la donna bella
non saria a' suo' desir sempre ribella.

61
Con questa compagnia lieto e gioioso,
che s gli satisf, s gli diletta,
essendo presso all'ora ch'a riposo
la fredda notte ogni animale alletta,
vedendo il sol gi basso e mezzo ascoso,
comminci a cavalcar con maggior fretta;
tanto ch'ud sonar zuffoli e canne,
e vide poi fumar ville e capanne.

62
Erano pastorali alloggiamenti,
miglior stanza e pi commoda, che bella.
Quivi il guardian cortese degli armenti
onor il cavalliero e la donzella,
tanto che si chiamar da lui contenti;
che non pur per cittadi e per castella,
ma per tuguri ancora e per fenili
spesso si trovan gli uomini gentili.

63
Quel che fosse dipoi fatto all'oscuro
tra Doralice e il figlio d'Agricane,
a punto racontar non m'assicuro;
s ch'al giudicio di ciascun rimane.
Creder si pu che ben d'accordo furo;
che si levar pi allegri la dimane,
e Doralice ringrazi il pastore,
che nel suo albergo le avea fatto onore.

64
Indi d'uno in un altro luogo errando,
si ritrovaro al fin sopra un bel fiume
che con silenzio al mar va declinando,
e se vada o se stia, mal si prosume;
limpido e chiaro s, ch'in lui mirando,
senza contesa al fondo porta il lume.
In ripa a quello, a una fresca ombra e bella,
trovar dui cavallieri e una donzella.

65
Or l'alta fantasia, ch'un sentier solo
non vuol ch'i'segua ognor, quindi mi guida,
e mi ritorna ove il moresco stuolo
assorda di rumor Francia e di grida,
d'intorno il padiglione ove il figliuolo
del re Troiano il santo Impero sfida,
e Rodomonte audace se gli vanta
arder Parigi e spianar Roma santa.

66
Venuto ad Agramante era all'orecchio,
che gi l'Inglesi avean passato il mare:
per Marsilio e il re del Garbo vecchio
e gli altri capitan fece chiamare.
Consiglian tutti a far grande apparecchio,
s che Parigi possino espugnare.
Ponno esser certi che pi non s'espugna,
se nol fan prima che l'aiuto giugna.

67
Gi scale innumerabili per questo
da' luoghi intorno avea fatto raccorre,
ed asse e travi, e vimine contesto,
che lo poteano a diversi usi porre;
e navi e ponti: e pi facea che 'l resto,
il primo e il secondo ordine disporre
a dar l'assalto; ed egli vuol venire
tra quei che la citt denno assalire.

68
L'imperatore il d che 'l d precesse
de la battaglia, fe' dentro a Parigi
per tutto celebrare uffici e messe
a preti, a frati bianchi, neri e bigi;
e le gente che dianzi eran confesse,
e di man tolte agl'inimici stigi,
tutti communicar, non altramente
ch'avessino a morir il d seguente.

69
Ed egli tra baroni e paladini,
principi ed oratori, al maggior tempio
con molta religione a quei divini
atti intervenne, e ne di agli altri esempio.
Con le man giunte e gli occhi al ciel supini,
disse: - Signor, ben ch'io sia iniquo ed empio,
non voglia tua bont, pel mio fallire,
che 'l tuo popul fedele abbia a patire.

70
E se gli tuo voler ch'egli patisca,
e ch'abbia il nostro error degni supplici,
almeno la punizion si differisca
s, che per man non sia de' tuoi nemici;
che quando lor d'uccider noi sortisca,
che nome avemo pur d'esser tuo' amici,
i pagani diran che nulla puoi,
che perir lasci i partigiani tuoi.

71
E per un che ti sia fatto ribelle,
cento ti si faran per tutto il mondo;
tal che la legge falsa di Babelle
caccer la tua fede e porr al fondo.
Difendi queste genti, che son quelle
che 'l tuo sepulcro hanno purgato e mondo
da' brutti cani, e la tua santa Chiesa
con li vicari suoi spesso difesa.

72
So che i meriti nostri atti non sono
a satisfare al debito d'un'oncia;
n devemo sperar da te perdono,
se riguardiamo a nostra vita sconcia:
ma se vi aggiugni di tua grazia il dono,
nostra ragion fia ragguagliata e concia;
n del tuo aiuto disperar possiamo,
qualor di tua piet ci ricordiamo. -

73
Cos dicea l'imperator devoto,
con umiltade e contrizion di core.
Giunse altri prieghi e convenevol voto
al gran bisogno e all'alto suo splendore.
Non fu il caldo pregar d'effetto voto;
per che 'l genio suo, l'angel migliore,
i prieghi tolse e spieg al ciel le penne,
ed a narrare al Salvator li venne.

74
E furo altri infiniti in quello instante
da tali messagger portati a Dio;
che come gli ascoltar l'anime sante,
dipinte di pietade il viso pio,
tutte miraro il sempiterno Amante,
e gli mostraro il commun lor disio,
che la giusta orazion fosse esaudita
del populo cristian che chiede aita.

75
E la Bont ineffabile, ch'invano
non fu pregata mai da cor fedele,
leva gli occhi pietosi, e fa con mano
cenno che venga a s l'angel Michele.
- Va (gli disse) all'esercito cristiano
che dianzi in Picardia cal le vele,
e al muro di Parigi l'appresenta
s, che 'l campo nimico non lo senta.

76
Truova prima il Silenzio, e da mia parte
gli di' che teco a questa impresa venga;
ch'egli ben proveder con ottima arte
sapr di quanto proveder convenga.
Fornito questo, subito va in parte
dove il suo seggio la Discordia tenga:
dille che l'esca e il fucil seco prenda,
e nel campo de' Mori il fuoco accenda;

77
e tra quei che vi son detti pi forti
sparga tante zizzanie e tante liti,
che combattano insieme; ed altri morti,
altri ne sieno presi, altri feriti,
e fuor del campo altri lo sdegno porti
s che il lor re poco di lor s'aiti. -
Non replica a tal detto altra parola
il benedetto augel, ma dal ciel vola.

78
Dovunque drizza Michel angel l'ale,
fuggon le nubi, e torna il ciel sereno.
Gli gira intorno un aureo cerchio, quale
veggin di notte lampeggiar baleno.
Seco pensa tra via, dove si cale
il celeste corrier per fallir meno
a trovar quel nimico di parole,
a cui la prima commission far vuole.

79
Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi;
e se accordaro infin tutti i pensieri,
che de frati e de monachi rinchiusi
lo pu trovare in chiese e in monasteri,
dove sono i parlari in modo esclusi,
che 'l Silenzio, ove cantano i salteri,
ove dormeno, ove hanno la piatanza,
e finalmente scritto in ogni stanza.

80
Credendo quivi ritrovarlo, mosse
con maggior fretta le dorate penne;
e di veder ch'ancor Pace vi fosse,
Quiete e Carit, sicuro tenne.
Ma da la opinion sua ritrovosse
tosto ingannato, che nel chiostro venne:
non Silenzio quivi; e gli fu ditto
che non v'abita pi, fuor che in iscritto.

81
N Piet, n Quiete, n Umiltade,
n quivi Amor, n quivi Pace mira.
Ben vi fur gi, ma ne l'antiqua etade;
che le cacciar Gola, Avarizia ed Ira,
Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.
Di tanta novit l'angel si ammira:
and guardando quella brutta schiera,
e vide ch'anco la Discordia v'era.

82
Quella che gli avea detto il Padre eterno,
dopo il Silenzio, che trovar dovesse.
Pensato avea di far la via d'Averno,
che si credea che tra' dannati stesse;
e ritrovolla in questo nuovo inferno
(ch'il crederia?) tra santi uffici e messe.
Par di strano a Michel ch'ella vi sia,
che per trovar credea di far gran via.

83
La conobbe al vestir di color cento,
fatto a liste inequali ed infinite,
ch'or la cuoprono or no; che i passi e 'l vento
le giano aprendo, ch'erano sdrucite.
I crini avea qual d'oro e qual d'argento,
e neri e bigi, e aver pareano lite;
altri in treccia, altri in nastro eran raccolti,
molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.

84
Di citatorie piene e di libelli,
d'esamine e di carte di procure
avea le mani e il seno, e gran fastelli
di chiose, di consigli e di letture;
per cui le facult de' poverelli
non sono mai ne le citt sicure.
Aveva dietro e dinanzi e d'ambi i lati,
notai, procuratori ed avocati.

85
La chiama a s Michele, e le commanda
che tra i pi forti Saracini scenda,
e cagion truovi, che con memoranda
ruina insieme a guerreggiar gli accenda.
Poi del Silenzio nuova le domanda:
facilmente esser pu ch'essa n'intenda,
s come quella ch'accendendo fochi
di qua e di l, va per diversi lochi.

86
Rispose la Discordia: - Io non ho a mente
in alcun loco averlo mai veduto:
udito l'ho ben nominar sovente,
e molto commendarlo per astuto.
Ma la Fraude, una qui di nostra gente,
che compagnia talvolta gli ha tenuto,
penso che dir te ne sapr novella; -
e verso una alz il dito, e disse: - quella. -

87
Avea piacevol viso, abito onesto,
un umil volger d'occhi, un andar grave,
un parlar s benigno e s modesto,
che parea Gabriel che dicesse: Ave.
Era brutta e deforme in tutto il resto:
ma nascondea queste fattezze prave
con lungo abito e largo; e sotto quello,
attosicato avea sempre il coltello.

88
Domanda a costei l'angelo, che via
debba tener, s che 'l Silenzio truove.
Disse la Fraude: - Gi costui solia
fra virtudi abitare, e non altrove,
con Benedetto e con quelli d'Elia
ne le badie, quando erano ancor nuove:
fe' ne le scuole assai de la sua vita
al tempo di Pitagora e d'Archita.

89
Mancati quei filosofi e quei santi
che lo solean tener pel camin ritto,
dagli onesti costumi ch'avea inanti,
fece alle sceleraggini tragitto.
Cominci andar la notte con gli amanti,
indi coi ladri, e fare ogni delitto.
Molto col Tradimento egli dimora:
veduto l'ho con l'Omicidio ancora.

90
Con quei che falsan le monete ha usanza
di ripararsi in qualche buca scura.
Cos spesso compagni muta e stanza,
che 'l ritrovarlo ti saria ventura;
ma pur ho d'insegnartelo speranza:
se d'arrivare a mezza notte hai cura
alla casa del Sonno, senza fallo
potrai (che quivi dorme) ritrovallo. -

91
Ben che soglia la Fraude esser bugiarda,
pur tanto il suo dir simile al vero,
che l'angelo le crede; indi non tarda
a volarsene fuor del monastero.
Tempra il batter de l'ale, e studia e guarda
giungere in tempo al fin del suo sentiero,
ch'alla casa del Sonno, che ben dove
era sapea, questo Silenzio truove.

92
Giace in Arabia una valletta amena,
lontana da cittadi e da villaggi,
ch'all'ombra di duo monti tutta piena
d'antiqui abeti e di robusti faggi.
Il sole indarno il chiaro d vi mena;
che non vi pu mai penetrar coi raggi,
s gli la via da folti rami tronca:
e quivi entra sotterra una spelonca.

93
Sotto la negra selva una capace
e spaziosa grotta entra nel sasso,
di cui la fronte l'edera seguace
tutta aggirando va con storto passo.
In questo albergo il grave Sonno giace;
l'Ozio da un canto corpulento e grasso,
da l'altro la Pigrizia in terra siede,
che non pu andare, e mal reggersi in piede.

94
Lo smemorato Oblio sta su la porta:
non lascia entrar, n riconosce alcuno;
non ascolta imbasciata, n riporta;
e parimente tien cacciato ognuno.
Il Silenzio va intorno, e fa la scorta:
ha le scarpe di feltro, e 'l mantel bruno;
ed a quanti n'incontra, di lontano,
che non debban venir, cenna con mano.

95
Se gli accosta all'orecchio e pianamente
l'angel gli dice: - Dio vuol che tu guidi
a Parigi Rinaldo con la gente
che per dar, mena, al suo signor sussidi:
ma che lo facci tanto chetamente,
ch'alcun de' Saracin non oda i gridi;
s che pi tosto che ritruovi il calle
la Fama d'avisar, gli abbia alle spalle. -

96
Altrimente il Silenzio non rispose,
che col capo accennando che faria;
e dietro ubidiente se gli pose;
e furo al primo volo in Picardia.
Michel mosse le squadre coraggiose,
e fe' lor breve un gran tratto di via;
s che in un d a Parigi le condusse,
n alcun s'avide che miracol fusse.

97
Discorreva il Silenzio, e tuttavolta,
e dinanzi alle squadre e d'ogn'intorno
facea girare un'alta nebbia in volta,
ed avea chiaro ogn'altra parte il giorno;
e non lasciava questa nebbia folta,
che s'udisse di fuor tromba n corno:
poi n'and tra' pagani, e men seco
un non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco.

98
Mentre Rinaldo in tal fretta vena,
che ben parea da l'angelo condotto,
e con silenzio tal, che non s'udia
nel campo saracin farsene motto;
il re Agramante avea la fanteria
messo ne' borghi di Parigi, e sotto
le minacciate mura in su la fossa,
per far quel d l'estremo di sua possa.

99
Chi pu contar l'esercito che mosso
questo d contro Carlo ha 'l re Agramante,
conter ancora in su l'ombroso dosso
del silvoso Apennin tutte le piante;
dir quante onde, quando il mar pi grosso,
bagnano i piedi al mauritano Atlante;
e per quanti occhi il ciel le furtive opre
degli amatori a mezza notte scuopre.

100
Le campane si sentono a martello
di spessi colpi e spaventosi tocche;
si vede molto, in questo tempio e in quello,
alzar di mano e dimenar di bocche.
Se 'l tesoro paresse a Dio s bello,
come alle nostre openioni sciocche,
questo era il d che 'l santo consistoro
fatto avria in terra ogni sua statua d'oro.

101
S'odon ramaricare i vecchi giusti,
che s'erano serbati in quelli affanni,
e nominar felici i sacri busti
composti in terra gi molti e molt'anni.
Ma gli animosi gioveni robusti
che miran poco i lor propinqui danni,
sprezzando le ragion de' pi maturi,
di qua di l vanno correndo a' muri.

102
Quivi erano baroni e paladini,
re, duci, cavallier, marchesi e conti,
soldati forestieri e cittadini,
per Cristo e pel suo onore a morir pronti;
che per uscire adosso ai Saracini,
pregan l'imperator ch'abbassi i ponti.
Gode egli di veder l'animo audace,
ma di lasciarli uscir non li compiace.

103
E li dispone in oportuni lochi,
per impedire ai barbari la via:
l si contenta che ne vadan pochi,
qua non basta una grossa compagnia;
alcuni han cura maneggiare i fuochi,
le machine altri, ove bisogno sia.
Carlo di qua di l non sta mai fermo:
va soccorrendo, e fa per tutto schermo.

104
Siede Parigi in una gran pianura,
ne l'ombilico a Francia, anzi nel core;
gli passa la riviera entro le mura,
e corre, ed esce in altra parte fuore.
Ma fa un'isola prima, e v'assicura
de la citt una parte, e la migliore;
l'altre due (ch'in tre parti la gran terra)
di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.

105
Alla citt, che molte miglia gira,
da molte parti si pu dar battaglia:
ma perch sol da un canto assalir mira,
n volentier l'esercito sbarraglia,
oltre il fiume Agramante si ritira
verso ponente, acci che quindi assaglia;
per che n cittade n campagna
ha dietro, se non sua, fin alla Spagna.

106
Dovunque intorno il gran muro circonda,
gran munizioni avea gi Carlo fatte,
fortificando d'argine ogni sponda
con scannafossi dentro e case matte;
onde entra ne la terra, onde esce l'onda,
grossissime catene aveva tratte;
ma fece, pi ch'altrove, provedere
l dove avea pi causa di temere.

107
Con occhi d'Argo il figlio di Pipino
previde ove assalir dovea Agramante;
e non fece disegno il Saracino,
a cui non fosse riparato inante.
Con Ferra, Isoliero, Serpentino,
Grandonio, Falsirone e Balugante,
e con ci che di Spagna avea menato,
rest Marsilio alla campagna armato.

108
Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,
con Pulian, con Dardinel d'Almonte,
col re d'Oran, ch'esser gigante accenna,
lungo sei braccia dai piedi alla fronte.
Deh perch a muover men son io la penna,
che quelle genti a muover l'arme pronte?
che 'l re di Sarza, pien d'ira e di sdegno,
grida e bestemmia e non pu star pi a segno.

109
Come assalire o vasi pastorali,
o le dolci reliquie de' convivi
soglion con rauco suon di stridule ali
le impronte mosche a' caldi giorni estivi;
come li storni a rosseggianti pali
vanno de mature uve: cos quivi,
empiendo il ciel di grida e di rumori,
veniano a dare il fiero assalto i Mori.

110
L'esercito cristian sopra le mura
con lance, spade e scure e pietre e fuoco
difende la citt senza paura,
e il barbarico orgoglio estima poco;
e dove Morte uno ed un altro fura,
non chi per vilt ricusi il loco.
Tornano i Saracin gi ne le fosse
a furia di ferite e di percosse.

111
Non ferro solamente vi s'adopra,
ma grossi massi, e merli integri e saldi,
e muri dispiccati con molt'opra,
tetti di torri, e gran pezzi di spaldi.
L'acque bollenti che vengon di sopra,
portano a' Mori insupportabil caldi;
e male a questa pioggia si resiste,
ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.

112
E questa pi nocea che 'l ferro quasi:
or che de' far la nebbia di calcine?
or che doveano far li ardenti vasi
con olio e zolfo e peci e trementine?
I cerchi in munizion non son rimasi,
che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine:
questi, scagliati per diverse bande,
mettono a' Saracini aspre ghirlande.

113
Intanto il re di Sarza avea cacciato
sotto le mura la schiera seconda,
da Buraldo, da Ormida accompagnato,
quel Garamante, e questo di Marmonda.
Clarindo e Soridan gli sono allato,
n par che 'l re di Setta si nasconda;
segue il re di Marocco e quel di Cosca,
ciascun perch il valor suo si conosca.

114
Ne la bandiera, ch' tutta vermiglia,
Rodomonte di Sarza il leon spiega,
che la feroce bocca ad una briglia
che gli pon la sua donna, aprir non niega.
Al leon s medesimo assimiglia;
e per la donna che lo frena e lega,
la bella Doralice ha figurata,
figlia di Stordilan re di Granata:

115
quella che tolto avea, come io narrava,
re Mandricardo, e dissi dove e a cui.
Era costei che Rodomonte amava
pi che'l suo regno e pi che gli occhi sui;
e cortesia e valor per lei mostrava,
non gi sapendo ch'era in forza altrui:
se saputo l'avesse, allora allora
fatto avria quel che fe' quel giorno ancora.

116
Sono appoggiate a un tempo mille scale,
che non han men di dua per ogni grado.
Spinge il secondo quel ch'inanzi sale;
che 'l terzo lui montar fa suo mal grado.
Chi per virt, chi per paura vale:
convien ch'ognun per forza entri nel guado;
che qualunche s'adagia, il re d'Algiere,
Rodomonte crudele, uccide o fere.

117
Ognun dunque si sforza di salire
tra il fuoco e le ruine in su le mura.
Ma tutti gli altri guardano, se aprire
veggiano passo ove sia poca cura:
sol Rodomonte sprezza di venire,
se non dove la via meno sicura.
Dove nel caso disperato e rio
gli altri fan voti, egli bestemmia Dio.

118
Armato era d'un forte duro usbergo,
che fu di drago una scagliosa pelle.
Di questo gi si cinse il petto e 'l tergo
quello avol suo ch'edific Babelle,
e si pens cacciar de l'aureo albergo,
e torre a Dio il governo de le stelle:
l'elmo e lo scudo fece far perfetto,
e il brando insieme; e solo a questo effetto.

119
Rodomonte non gi men di Nembrotte
indomito, superbo e furibondo,
che d'ire al ciel non tarderebbe a notte,
quando la strada si trovasse al mondo,
quivi non sta a mirar s'intere o rotte
sieno le mura, o s'abbia l'acqua fondo:
passa la fossa, anzi la corre e vola,
ne l'acqua e nel pantan fin alla gola.

120
Di fango brutto, e molle d'acqua vanne
tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre,
come andar suol tra le palustri canne
de la nostra Mallea porco silvestre,
che col petto, col grifo e con le zanne
fa, dovunque si volge, ample finestre.
Con lo scudo alto il Saracin sicuro
ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.

121
Non s tosto all'asciutto Rodomonte,
che giunto si sent su le bertresche,
che dentro alla muraglia facean ponte
capace e largo alle squadre francesche.
Or si vede spezzar pi d'una fronte,
far chieriche maggior de le fratesche,
braccia e capi volare; e ne la fossa
cader da' muri una fiumana rossa.

122
Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende
la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo.
Costui vena di l dove discende
l'acqua del Reno nel salato golfo.
Quel miser contra lui non si difende
meglio che faccia contra il fuoco il zolfo;
e cade in terra, e d l'ultimo crollo,
dal capo fesso un palmo sotto il collo.

123
Uccide di rovescio in una volta
Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando:
il luogo stretto e la gran turba folta
fece girar s pienamente il brando.
Fu la prima metade a Fiandra tolta,
l'altra scemata al populo normando.
Divise appresso da la fronte al petto,
ed indi al ventre, il maganzese Orghetto.

124
Getta da' merli Andropono e Moschino
gi ne la fossa: il primo sacerdote;
non adora il secondo altro che 'l vino,
e le bigonce a un sorso n'ha gi vuote.
Come veneno e sangue viperino
l'acque fuggia quanto fuggir si puote:
or quivi muore; e quel che pi l'annoia,
'l sentir che nell'acqua se ne muoia.

125
Tagli in due parti il provenzal Luigi,
e pass il petto al tolosano Arnaldo.
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi
mandar lo spirto fuor col sangue caldo;
e presso a questi, quattro da Parigi,
Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo,
ed altri molti: ed io non saprei come
di tutti nominar la patria e il nome.

126
La turba dietro a Rodomonte presta
le scale appoggia, e monta in pi d'un loco.
Quivi non fanno i Parigin pi testa;
che la prima difesa lor val poco.
San ben ch'agli nemici assai pi resta
dentro da fare, e non l'avran da gioco;
perch tra il muro e l'argine secondo
discende il fosso orribile e profondo.

127
Oltra che i nostri facciano difesa
dal basso all'alto, e mostrino valore;
nuova gente succede alla contesa
sopra l'erta pendice interiore,
che fa con lance e con saette offesa
alla gran moltitudine di fuore,
che credo ben, che saria stata meno,
se non v'era il figliuol del re Ulieno.

128
Egli questi conforta, e quei riprende,
e lor mal grado inanzi se gli caccia:
ad altri il petto, ad altri il capo fende,
che per fuggir veggia voltar la faccia.
Molti ne spinge ed urta; alcuni prende
pei capelli, pel collo e per le braccia:
e sozzopra l gi tanti ne getta,
che quella fossa a capir tutti stretta.

129
Mentre lo stuol de' barbari si cala,
anzi trabocca al periglioso fondo,
ed indi cerca per diversa scala
di salir sopra l'argine secondo;
il re di Sarza (come avesse un'ala
per ciascun de' suoi membri) lev il pondo
di s gran corpo e con tant'arme indosso,
e netto si lanci di l dal fosso.

130
Poco era men di trenta piedi, o tanto,
ed egli il pass destro come un veltro,
e fece nel cader strepito, quanto
avesse avuto sotto i piedi il feltro:
ed a questo ed a quello affrappa il manto,
come sien l'arme di tenero peltro,
e non di ferro, anzi pur sien di scorza:
tal la sua spada, e tanta la sua forza!

131
In questo tempo i nostri, da chi tese
l'insidie son ne la cava profonda,
che v'han scope e fascine in copia stese,
intorno a quai di molta pece abonda
(n per alcuna si vede palese,
ben che n' piena l'una e l'altra sponda
dal fondo cupo insino all'orlo quasi),
e senza fin v'hanno appiattati vasi,

132
qual con salnitro, qual con oglio, quale
con zolfo, qual con altra simil esca;
i nostri in questo tempo, perch male
ai Saracini il folle ardir riesca,
ch'eran nel fosso, e per diverse scale
credean montar su l'ultima bertresca;
udito il segno da oportuni lochi,
di qua e di l fenno avampare i fochi.

133
Torn la fiamma sparsa tutta in una,
che tra una ripa e l'altra ha 'l tutto pieno;
e tanto ascende in alto, ch'alla luna
pu d'appresso asciugar l'umido seno.
Sopra si volve oscura nebbia e bruna,
che 'l sole adombra, e spegne ogni sereno.
Sentesi un scoppio in un perpetuo suono,
simile a un grande e spaventoso tuono.

134
Aspro concento, orribile armonia
d'alte querele, d'ululi e di strida
de la misera gente che peria
nel fondo per cagion de la sua guida,
istranamente concordar s'udia
col fiero suon de la fiamma omicida.
Non pi, Signor, non pi di questo canto;
ch'io son gi rauco e vo' posarmi alquanto.

CANTO QUINDICESIMO

1
Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
vincasi o per fortuna o per ingegno:
gli ver che la vittoria sanguinosa
spesso far suole il capitan men degno;
e quella eternamente gloriosa,
e dei divini onori arriva al segno,
quando servando i suoi senza alcun danno,
si fa che gl'inimici in rotta vanno.

2
La vostra, Signor mio, fu degna loda,
quando al Leone, in mar tanto feroce,
ch'avea occupata l'una e l'altra proda
del Po, da Francolin sin alla foce,
faceste s, ch'ancor che ruggir l'oda,
s'io vedr voi, non tremer alla voce.
Come vincer si de', ne dimostraste;
ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.

3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,
dove la fiamma subita e vorace
non perdon ad alcun, ma tutti estinse.
A tanti non saria stato capace
tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,
restrinse i corpi e in polve li ridusse,
acci ch'abile a tutti il luogo fusse.

4
Undicimila ed otto sopra venti
si ritrovar ne l'affocata buca,
che v'erano discesi malcontenti;
ma cos volle il poco saggio duca.
Quivi fra tanto lume or sono spenti,
e la vorace fiamma li manuca:
e Rodomonte, causa del mal loro,
se ne va esente da tanto martoro:

5
che tra' nemici alla ripa pi interna
era passato d'un mirabil salto.
Se con gli altri scendea ne la caverna,
questo era ben il fin d'ogni suo assalto.
Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
e quando vede il fuoco andar tant'alto,
e di sua gente il pianto ode e lo strido,
bestemmia il ciel con spaventoso grido.

6
Intanto il re Agramante mosso avea
impetuoso assalto ad una porta;
che, mentre la crudel battaglia ardea
quivi ove tanta gente afflitta e morta,
quella sprovista forse esser credea
di guardia, che bastasse alla sua scorta.
Seco era il re d'Arzilla Bambirago,
e Baliverzo, d'ogni vizio vago;

7
e Corineo di Mulga, e Prusione,
il ricco re dell'Isole beate;
Malabuferso che la regione
tien di Fizan, sotto continua estate;
altri signori, ed altre assai persone
esperte ne la guerra e bene armate;
e molti ancor senza valore e nudi,
che 'l cor non s'armerian con mille scudi.

8
Trov tutto il contrario al suo pensiero
in questa parte il re de' Saracini:
perch in persona il capo de l'Impero
v'era, re Carlo, e de' suoi paladini,
re Salamone ed il danese Ugiero,
ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini,
e 'l duca di Bavera e Ganelone,
e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;

9
gente infinita poi di minor conto,
de' Franchi, de' Tedeschi e de' Lombardi,
presente il suo signor, ciascuno pronto
a farsi riputar fra i pi gagliardi.
Di questo altrove io vo' rendervi conto;
ch'ad un gran duca forza ch'io riguardi,
il qual mi grida, e di lontano accenna,
e priega ch'io nol lasci ne la penna.

10
Gli tempo ch'io ritorni ove lasciai
l'aventuroso Astolfo d'Inghilterra,
che 'l lungo esilio avendo in odio ormai,
di desiderio ardea de la sua terra;
come gli n'avea data pur assai
speme colei ch'Alcina vinse in guerra.
Ella di rimandarvilo avea cura
per la via pi espedita e pi sicura.

11
E cos una galea fu apparechiata,
di che miglior mai non solc marina;
e perch ha dubbio per tutta fiata,
che non gli turbi il suo viaggio Alcina,
vuol Logistilla che con forte armata
Andronica ne vada e Sofrosina,
tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo
de' Persi, giunga a salvamento Astolfo.

12
Pi tosto vuol che volteggiando rada
gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei,
e torni poi per cos lunga strada
a ritrovar i Persi e gli Eritrei;
che per quel boreal pelago vada,
che turban sempre iniqui venti e rei,
e s, qualche stagion, pover di sole,
che starne senza alcuni mesi suole.

13
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
diede licenza al duca di partire,
avendol prima ammaestrato e istrutto
di cose assai, che fra lungo a dire;
e per schivar che non sia pi ridutto
per arte maga, onde non possa uscire,
un bello ed util libro gli avea dato,
che per suo amore avesse ognora allato.

14
Come l'uom riparar debba agl'incanti
mostra il libretto che costei gli diede:
dove ne tratta o pi dietro o pi inanti,
per rubrica e per indice si vede.
Un altro don gli fece ancor, che quanti
doni fur mai, di gran vantaggio eccede:
e questo fu d'orribil suono un corno,
che fa fugire ognun che l'ode intorno.

15
Dico che 'l corno di s orribil suono,
ch'ovunque s'oda, fa fuggir la gente:
non pu trovarsi al mondo un cor s buono,
che possa non fuggir come lo sente:
rumor di vento e di termuoto, e 'l tuono,
a par del suon di questo, era niente.
Con molto riferir di grazie, prese
da la fata licenza il buono Inglese.

16
Lasciando il porto e l'onde pi tranquille,
con felice aura ch'alla poppa spira,
sopra le ricche e populose ville
de l'odorifera India il duca gira,
scoprendo a destra ed a sinistra mille
isole sparse; e tanto va, che mira
la terra di Tomaso, onde il nocchiero
pi a tramontana poi volge il sentiero.

17
Quasi radendo l'aurea Chersonesso,
la bella armata il gran pelago frange:
e costeggiando i ricchi liti, spesso
vede come nel mar biancheggi il Gange;
e Traprobane vede e Cori appresso;
e vede il mar che fra i duo liti s'ange.
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
usciro fuor dei termini degl'Indi.

18
Scorrendo il duca il mar con s fedele
e s sicura scorta, intender vuole,
e ne domanda Andronica, se de le
parti c'han nome dal cader del sole,
mai legno alcun che vada a remi e a vele,
nel mare orientale apparir suole;
e s'andar pu senza toccar mai terra,
chi d'India scioglia, in Francia o in Inghilterra.

19
- Tu di sapere (Andronica risponde)
che d'ogn'intorno il mar la terra abbraccia;
e van l'una ne l'altra tutte l'onde,
sia dove bolle o dove il mar s'aggiaccia;
ma perch qui davante si difonde,
e sotto il mezzod molto si caccia
la terra d'Etiopia, alcuno ha detto
ch'a Nettuno ir pi inanzi ivi interdetto.

20
Per questo del nostro indico levante
nave non che per Europa scioglia;
n si muove d'Europa navigante
ch'in queste nostre parti arrivar voglia.
Il ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare invoglia;
che credono, veggendola s lunga,
che con l'altro emisperio si congiunga.

21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da l'estreme contrade di ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al d presente:
altri volteggiar l'Africa, e seguire
tanto la costa de la negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;

22
e ritrovar del lungo tratto il fine,
che questo fa parer dui mar diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d'Indi, d'Arabi e di Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea fersi;
e del sole imitando il camin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo mondo.

23
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
altri all'acquisto del paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di l da l'India ad Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver per tutto vinto.

24
Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e ancor gran tempo stia;
n che prima si sappia, che la sesta
e la settima et passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
che vorr porre il mondo a monarchia,
sotto il pi saggio imperatore e giusto,
che sia stato o sar mai dopo Augusto.

25
Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio
nascer sul Reno alla sinistra riva
un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta ritornata viva;
e le virt che cacci il mondo, quando
lei cacci ancora, uscir per lui di bando.

26
Per questi merti la Bont suprema
non solamente di quel grande impero
ha disegnato ch'abbia diadema
ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo;
ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai n al sol n all'anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un ovile sia, solo un pastore.

27
E perch'abbian pi facile successo
gli ordini in cielo eternamente scritti,
gli pon la somma Providenza appresso
in mare e in terra capitani invitti.
Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
nuove citt sotto i cesarei editti,
e regni in Oriente s remoti,
ch'a noi, che siamo in India, non son noti.

28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
parer la bella Italia ai Gigli d'oro:
veggio ch'entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a guadagnar l'alloro:
come buon corridor ch'ultimo lassa
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.

29
Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d'Alfonso (che 'l suo nome questo),
ch'in cos acerba et, che non eccede
dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
l'imperator l'esercito gli crede,
il qual salvando, salvar non che 'l resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo capitan sar possente.

30
Come con questi, ovunque andar per terra
si possa, accrescer l'imperio antico;
cos per tutto il mar, ch'in mezzo serra
di l l'Europa e di qua l'Afro aprico,
sar vittorioso in ogni guerra,
poi ch'Andrea Doria s'avr fatto amico.
Questo quel Doria che fa dai pirati
sicuro il vostro mar per tutti i lati.

31
Non fu Pompeio a par di costui degno,
se ben vinse e cacci tutti i corsari;
Per che quelli al pi possente regno
che fosse mai, non poteano esser pari:
ma questo Doria, sol col proprio ingegno
e proprie forze purgher quei mari;
s che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda
il nome suo, tremar veggio ogni proda.

32
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
di questo capitan di ch'io ti parlo,
veggio in Italia, ove da lui la porta
gli sar aperta, alla corona Carlo.
Veggio che 'l premio che di ci riporta,
non tien per s, ma fa alla patria darlo:
con prieghi ottien ch'in libert la metta,
dove altri a s l'avria forse suggetta.

33
Questa piet, ch'egli alla patria mostra,
degna di pi onor d'ogni battaglia
ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
vincesse Iulio, o in Africa o in Tessaglia.
N il grande Ottavio, n chi seco giostra
di par, Antonio, in pi onoranza saglia
pei gesti suoi; ch'ogni lor laude amorza
l'avere usato alla lor patria forza.

34
Questi ed ogn'altro che la patria tenta
di libera far serva, si arrosisca;
n dove il nome d'Andrea Doria senta,
di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.
Veggio Carlo che 'l premio gli augumenta;
ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca,
gli d la ricca terra ch'ai Normandi
sar principio a farli in Puglia grandi.

35
A questo capitan non pur cortese
il magnanimo Carlo ha da mostrarsi,
ma a quanti avr ne le cesaree imprese
del sangue lor non ritrovati scarsi.
D'aver citt, d'aver tutto un paese
donato a un suo fedel, pi ralegrarsi
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
che d'acquistar nuov'altri imperi e regni. -

36
Cos de le vittorie, le qual, poi
ch'un gran numero d'anni sar corso,
daranno a Carlo i capitani suoi,
facea col duca Andronica discorso:
e la compagna intanto ai venti eoi
viene allentando e raccogliendo il morso;
e fa ch'or questo or quel propizio l'esce,
e come vuol li minuisce e cresce.

37
Veduto aveano intanto il mar de' Persi
come in s largo spazio si dilaghi;
onde vicini in pochi giorni fersi
al golfo che nomar gli antiqui Maghi.
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
con la poppa alla ripa i legni vaghi;
quindi sicur d'Alcina e di sua guerra,
Astolfo il suo camin prese per terra.

38
Pass per pi d'un campo e pi d'un bosco,
per pi d'un monte e per pi d'una valle;
ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco,
i ladroni or inanzi or alle spalle.
Vide leoni, e draghi pien di tosco,
ed altre fere attraversarsi il calle;
ma non s tosto avea la bocca al corno,
che spaventati gli fuggian d'intorno.

39
Vien per l'Arabia ch' detta Felice,
ricca di mirra e d'odorato incenso,
che per suo albergo l'unica fenice
eletto s'ha di tutto il mondo immenso;
fin che l'onda trov vendicatrice
gi d'Israel, che per divin consenso
Faraone sommerse e tutti i suoi:
e poi venne alla terra degli Eroi.

40
Lungo il fiume Traiano egli cavalca
su quel destrier ch'al mondo senza pare,
che tanto leggiermente e corre e valca,
che ne l'arena l'orma non n'appare:
l'erba non pur, non pur la nieve calca;
coi piedi asciutti andar potria sul mare;
e s si stende al corso, e s s'affretta,
che passa e vento e folgore e saetta.

41
Questo il destrier che fu de l'Argalia,
che di fiamma e di vento era concetto;
e senza fieno e biada, si nutria
de l'aria pura, e Rabican fu detto.
Venne, suguendo il Duca la sua via,
dove d il Nilo a quel fiume ricetto;
e prima che giugnesse in su la foce,
vide un legno venire a s veloce.

42
Naviga in su la poppa uno eremita
con bianca barba, a mezzo il petto lunga,
che sopra il legno il paladino invita,
e: - Figliuol mio (gli grida da la lunga),
se non t' in odio la tua propria vita,
se non brami che morte oggi ti giunga,
venir ti piaccia su quest'altra arena;
ch'a morir quella via dritto ti mena.

43
Tu non andrai pi che sei miglia inante,
che troverai la saguinosa stanza
dove s'alberga un orribil gigante
che d'otto piedi ogni statura avanza.
Non abbia cavallier n viandante
di partirsi da lui, vivo, speranza:
ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia.

44
Piacer, fra tanta crudelt, si prende
d'una rete ch'egli ha, molto ben fatta:
poco lontana al tetto suo la tende,
e ne la trita polve in modo appiatta,
che chi prima nol sa, non la comprende,
tanto sottil, tanto egli ben l'adatta:
e con tai gridi i peregrin minaccia,
che spaventati dentro ve li caccia.

45
E con gran risa, aviluppati in quella
se li strascina sotto il suo coperto;
n cavallier riguarda n donzella,
o sia di grande o sia di picciol merto:
e mangiata la carne, e la cervella
succhiate e 'l sangue, d l'ossa al deserto;
e de l'umane pelli intorno intorno
fa il suo palazzo orribilmente adorno.

46
Prendi quest'altra via, prendila, figlio,
che fin al mar ti fia tutta sicura. -
- Io ti ringrazio, padre, del consiglio
(rispose il cavallier senza paura),
ma non istimo per l'onor periglio,
di ch'assai pi che de la vita ho cura.
Per far ch'io passi, invan tu parli meco;
anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.

47
Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
ma tal salute ho pi che morte a schivo.
S'io vi vo, al peggio che potr incontrarmi,
fra molti rester di vita privo;
ma quando Dio cos mi drizzi l'armi,
che colui morto, ed io rimanga vivo,
sicura a mille render la via:
s che l'util maggior che 'l danno fia.

48
Metto all'incontro la morte d'un solo
alla salute di gente infinita. -
- Vattene in pace (rispose), figliuolo;
Dio mandi in difension de la tua vita
l'arcangelo Michel dal sommo polo: -
e benedillo il semplice eremita.
Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
sperando pi nel suon che ne la spada.

49
Giace tra l'alto fiume e la palude
picciol sentier nell'arenosa riva:
la solitaria casa lo richiude,
d'umanitade e di commercio priva.
Son fisse intorno teste e membra nude
de l'infelice gente che v'arriva.
Non v' finestra, non v' merlo alcuno,
onde penderne almen non si veggia uno.

50
Qual ne le alpine ville o ne' castelli
suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
su le porte attaccar l'irsute pelli,
l'orride zampe e i grossi capi d'orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior virt gli erano occorsi.
D'altri infiniti sparse appaion l'ossa;
ed di sangue uman piena ogni fossa.

51
Stassi Caligorante in su la porta;
che cos ha nome il dispietato mostro
ch'orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol di panni d'oro o d'ostro.
Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan se gli dimostro;
ch'eran duo mesi, e il terzo ne vena,
che non fu cavallier per quella via.

52
Vr la palude, ch'era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscir al paladin dietro alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.

53
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa l'usato effetto:
nel cor fere il gigante che l'ascolta,
di tal timor, ch'a dietro i passi volta.

54
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, n vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta la tema, che non sa far strada,
che ne li propri aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto l'annoda, e lo distende in terra.

55
Astolfo, ch'andar gi vede il gran peso,
gi sicuro per s, v'accorre in fretta;
e con la spada in man, d'arcion disceso,
va per far di mill'anime vendetta.
Poi gli par che s'uccide un che sia preso,
vilt, pi che virt, ne sar detta;
che legate le braccia, i piedi e il collo
gli vede s, che non pu dare un crollo.

56
Avea la rete gi fatta Vulcano
di sottil fil d'acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la pi debol parte;
ed era quella che gi piedi e mano
avea legate a Venere ed a Marte.
La fe' il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.

57
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per l'aria vola
dietro all'Aurora, all'apparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e viole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un d la prese.

58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nei tempio d'Anubide a Canopo
la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di l, dove era sacra, la rimosse:
se ne port la rete il ladrone empio,
ed arse la cittade, e rub il tempio.

59
Quivi adattolla in modo in su l'arena,
che tutti quei ch'avean da lui la caccia
vi davan dentro; ed era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa lev Astolfo una catena,
e le man dietro a quel fellon n'allaccia;
le braccia e 'l petto in guisa gli ne fascia,
che non pu sciorsi: indi levar lo lascia,

60
dagli altri nodi avendol sciolto prima,
ch'era tornato uman pi che donzella.
Di trarlo seco e di mostrarlo stima
per ville, per cittadi e per castella.
Vuol la rete anco aver, di che n lima
n martel fece mai cosa pi bella:
ne fa somier colui ch'alla catena
con pompa trionfal dietro si mena.

61
L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
come a valletto, e seguit il camino,
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
ch'ir possa ormai sicuro il peregrino.
Astolfo se ne va tanto, che vede
ch'ai sepolcri di Memfi gi vicino,
Memfi per le piramidi famoso:
vede all'incontro il Cairo populoso.

62
Tutto il popul correndo si traea
per vedere il gigante smisurato.
- Come possibil (l'un l'altro dicea)
che quel piccolo il grande abbia legato? -
Astolfo a pena inanzi andar potea,
tanto la calca il preme da ogni lato:
e come cavallier d'alto valore
ognun l'ammira, e gli fa grande onore.

63
Non era grande il Cairo cos allora,
come se ne ragiona a nostra etade:
che 'l populo capir, che vi dimora,
non puon diciottomila gran contrade;
e che le case hanno tre palchi, e ancora
ne dormono infiniti in su le strade;
e che 'l soldano v'abita un castello
mirabil di grandezza, e ricco e bello;

64
e che quindicimila suoi vasalli,
che son cristiani rinegati tutti,
con mogli, con famiglie e con cavalli
ha sotto un tetto sol quivi ridutti.
Astolfo veder vuole ove s'avalli,
e quanto il Nilo entri nei salsi flutti
a Damiata; ch'avea quivi inteso,
qualunque passa restar morto o preso.

65
Per ch'in ripa al Nilo in su la foce
si ripara un ladron dentro una torre,
ch'a paesani e a peregrini nuoce,
e fin al Cairo, ognun rubando scorre.
Non gli pu alcun resistere; ed ha voce
che l'uom gli cerca invan la vita torre:
centomila ferite egli ha gi avuto,
n ucciderlo per mai s' potuto.

66
Per veder se pu far rompere il filo
alla Parca di lui, s che non viva,
Astolfo viene a ritrovare Orrilo
(cos avea nome), e a Damiata arriva;
ed indi passa ove entra in mare il Nilo,
e vede la gran torre in su la riva,
dove s'alberga l'anima incantata
che d'un folletto nacque e d'una fata.

67
Quivi ritruova che crudel battaglia
era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.
Orrilo solo; e s que' dui travaglia,
ch'a gran fatica gli puon far difesa:
e quando in arme l'uno e l'altro vaglia,
a tutto il mondo la fama palesa.
Questi erano i dui figli d'Oliviero,
Grifone il bianco ed Aquilante il nero.

68
Gli ver che 'l negromante venuto era
alla battaglia con vantaggio grande;
che seco tratto in campo avea una fera,
la qual si truova solo in quelle bande:
vive sul lito e dentro alla rivera;
e i corpi umani son le sue vivande,
de le persone misere ed incaute
de viandanti e d'infelici naute.

69
La bestia ne l'arena appresso al porto
per man dei duo fratei morta giacea;
e per questo ad Orril non si fa torto,
s'a un tempo l'uno e l'altro gli nocea.
Pi volte l'han smembrato e non mai morto,
n, per smembrarlo, uccider si potea;
che se tagliato o mano o gamba gli era,
la rapiccava, che parea di cera.

70
Or fin a' denti il capo gli divide
Grifone, or Aquilante fin al petto.
Egli dei colpi lor sempre si ride:
s'adiran essi, che non hanno effetto.
Chi mai d'alto cader l'argento vide,
che gli alchimisti hanno mercurio detto,
e sparger e raccor tutti i suo' membri,
sentendo di costui, se ne rimembri.

71
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
n cessa brancolar fin che lo truovi;
ed or pel crine ed or pel naso il prende,
lo salda al collo, e non so con che chiovi.
Piglial talor Grifone, e 'l braccio stende,
nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi;
che nuota Orrilo al fondo come un pesce,
e col suo capo salvo alla ripa esce.

72
Due belle donne onestamente ornate,
l'una vestita a bianco e l'altra a nero,
che de la pugna causa erano state,
stavano a riguardar l'assalto fiero.
Queste eran quelle due benigne fate
ch'avean notriti i figli d'Oliviero,
poi che li trasson teneri citelli
dai curvi artigli di duo grandi augelli,

73
che rapiti gli avevano a Gismonda,
e portati lontan dal suo paese.
Ma non bisogna in ci ch'io mi diffonda,
ch'a tutto il mondo l'istoria palese;
ben che l'autor nel padre si confonda,
ch'un per un altro (io non so come) prese.
Or la battaglia i duo gioveni fanno,
che le due donne ambi pregati n'hanno.

74
Era in quel clima gi sparito il giorno,
all'isole ancor alto di Fortuna;
l'ombre avean tolto ogni vedere a torno
sotto l'incerta e mal compresa luna;
quando alla rocca Orril fece ritorno,
poi ch'alla bianca e alla sorella bruna
piacque di differir l'aspra battaglia
fin che 'l sol nuovo all'orizzonte saglia.

75
Astolfo, che Grifone ed Aquilante,
ed all'insegne e pi al ferir gagliardo,
riconosciuto avea gran pezzo inante,
lor non fu altiero a salutar n tardo.
Essi vedendo che quel che 'l gigante
traea legato, era il baron dal pardo
(che cos in corte era quel duca detto),
raccolser lui con non minore affetto.

76
Le donne a riposare i cavallieri
menaro a un lor palagio indi vicino.
Donzelle incontra vennero e scudieri
con torchi accesi, a mezzo del camino.
Diero a chi n'ebbe cura i lor destrieri,
trassonsi l'arme; e dentro un bel giardino
trovar ch'apparechiata era la cena
ad una fonte limpida ed amena.

77
Fan legare il gigante alla verdura
Con un'altra catena molto grossa
ad una quercia di molt'anni dura,
che non si romper per una scossa;
e da dieci sergenti averne cura,
che la notte discior non se ne possa,
ed assalirli, e forse far lor danno,
mentre sicuri e senza guardia stanno.

78
All'abondante e sontuosa mensa,
dove il manco piacer fur le vivande,
del ragionar gran parte si dispensa
sopra d'Orrilo e del miracol grande,
che quasi par un sogno a chi vi pensa,
ch'or capo or braccio a terra se gli mande,
ed egli lo raccolga e lo raggiugna,
e pi feroce ognor torni alla pugna.

79
Astolfo nel suo libro avea gi letto
(quel ch'agl'incanti riparare insegna)
ch'ad Orril non trarr l'alma del petto
fin ch'un crine fatal nel capo tegna;
ma, se lo svelle o tronca, fia costretto
che suo mal grado fuor l'alma ne vegna.
Questo ne dice il libro; ma non come
conosca il crine in cos folte chiome.

80
Non men de la vittoria si godea,
che se n'avesse Astolfo gi la palma;
come chi speme in pochi colpi avea
svellere il crine al negromante e l'alma.
Per di quella impresa promettea
tor su gli omeri suoi tutta la salma:
Orril far morir, quando non spiaccia
ai duo fratei, ch'egli la pugna faccia.

81
Ma quei gli danno volentier l'impresa,
certi che debbia affaticarsi invano.
Era gi l'altra aurora in cielo ascesa,
quando cal dai muri Orrilo al piano.
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
la mazza l'un, l'altro ha la spada in mano.
Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
che lo spirto gli sciolga da la carne.

82
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
or l'uno or l'altro braccio con la mano;
quando taglia a traverso la corazza,
e quando il va troncando a brano a brano:
ma ricogliendo sempre de la piazza
va le sue membra Orrilo, e si fa sano.
S'in cento pezzi ben l'avesse fatto,
redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.

83
Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento:
la testa e l'elmo dal capo gli tolse,
n fu d'Orrilo a dismontar pi lento.
La sanguinosa chioma in man s'avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la port correndo incontra 'l Nilo,
che riaver non la potesse Orrilo.

84
Quel sciocco, che del fatto non s'accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via torse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: - Aspetta, volta, volta! -
ma gli avea il duca gi la bocca tolta.

85
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se 'l crine fatale
conoscer pu, ch'Orril tiene immortale.

86
Fra tanti e innumerabili capelli,
un pi de l'altro non si stende o torce:
qual dunque Astolfo sceglier di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
- Meglio (disse) che tutti io tagli o svelli: -
n si trovando aver rasoi n force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che taglia s, che si pu dir che rada.

87
E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trov fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostr all'occaso,
per manifesti segni, esser condutto;
e 'l busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e di l'ultimo crollo.

88
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
lasciato avea, torn col capo in mano,
che tutti avea di morte i segni veri,
e mostr il tronco ove giacea lontano.
Non so ben se lo vider volentieri,
ancor che gli mostrasser viso umano;
che la intercetta lor vittoria forse
d'invidia ai duo germani il petto morse.

89
N che tal fin quella battuglia avesse,
credo pi fosse alle due donne grato.
Queste, perch pi in lungo si traesse
de' duo fratelli il doloroso fato
ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse,
con loro Orrilo avean quivi azzuffato,
con speme di tenerli tanto a bada,
che la trista influenza se ne vada.

90
Tosto che 'l castellan di Damiata
certificossi ch'era morto Orrilo,
la columba lasci, ch'avea legata
sotto l'ala la lettera col filo.
Quella and al Cairo; ed indi fu lasciata
un'altra altrove, come quivi stilo:
s che in pochissime ore and l'aviso
per tutto Egitto, ch'era Orrilo ucciso.

91
Il duca, come al fin trasse l'impresa,
confort molto i nobili garzoni,
ben che da s v'avean la voglia intesa,
n bisognavan stimuli n sproni,
che per difender de la santa Chiesa
e del romano Imperio le ragioni,
lasciasser le battaglie d'Oriente,
e cercassino onor ne la lor gente.

92
Cos Grifone ed Aquilante tolse
ciascuno da la sua donna licenza;
le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse,
non vi seppon per far resistenza.
Con essi Astolfo a man destra si volse;
che si deliberar far riverenza
ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
prima che verso Francia si venisse.

93
Potuto avrian pigliar la via mancina,
ch'era pi dilettevole e pi piana,
e mai non si scostar da la marina;
ma per la destra andaro orrida e strana,
perch l'alta citt di Palestina
per questa sei giornate men lontana.
Acqua si truova ed erba in questa via:
di tutti gli altri ben v' carestia.

94
S che prima ch'entrassero in viaggio,
ci che lor bisogn, fecion raccorre,
e carcar sul gigante il carriaggio,
ch'avria portato in collo anco una torre.
Al finir del camino aspro e selvaggio,
da l'alto monte alla lor vista occorre
la santa terra, ove il superno Amore
lav col proprio sangue il nostro errore.

95
Trovano in su l'entrar de la cittade
un giovene gentil, lor conoscente,
Sansonetto da Meca, oltre l'etade,
ch'era nel primo fior, molto prudente;
d'alta cavalleria, d'alta bontade
famoso, e riverito fra la gente.
Orlando lo converse a nostra fede,
e di sua man battesmo anco gli diede.

96
Quivi lo trovan che disegna a fronte
del calife d'Egitto una fortezza;
e circondar vuole il Calvario monte
di muro di duo miglia di lunghezza.
Da lui raccolti fur con quella fronte
che pu d'interno amor dar pi chiarezza,
e dentro accompagnati, e con grande agio
fatti alloggiar nel suo real palagio.

97
Avea in governo egli la terra, e in vece
di Carlo vi reggea l'imperio giusto.
Il duca Astolfo a costui dono fece
di quel s grande e smisurato busto,
ch'a portar pesi gli varr per diece
bestie da soma, tanto era robusto.
Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
la rete ch'in sua forza l'avea messo.

98
Sansonetto all'incontro al duca diede
per la spada una cinta ricca e bella;
e diede spron per l'uno e l'altro piede,
che d'oro avean la fibbia e la girella;
ch'esser del cavallier stati si crede,
che liber dal drago la donzella:
al Zaffo avuti con molt'altro arnese
Sansonetto gli avea, quando lo prese.

99
Purgati de lor colpe a un monasterio
che dava di s odor di buoni esempi,
de la passion di Cristo ogni misterio
contemplando n'andar per tutti i tempi
ch'or con eterno obbrobrio e vituperio
agli cristiani usurpano i Mori empi.
L'Europa in arme, e di far guerra agogna
in ogni parte, fuor ch'ove bisogna.

100
Mentre avean quivi l'animo divoto,
a perdonanze e a cerimonie intenti,
un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
novelle gli arrec gravi e pungenti,
dal suo primo disegno e lungo voto
troppo diverse e troppo differenti;
e quelle il petto gl'infiammaron tanto,
che gli scacciar l'orazion da canto.

101
Amava il cavallier, per sua sciagura,
una donna ch'avea nome Orrigille:
di pi bel volto e di miglior statura
non se ne sceglierebbe una fra mille;
ma disleale e di s rea natura,
che potresti cercar cittadi e ville,
la terra ferma e l'isole del mare,
n credo ch'una le trovassi pare.

102
Ne la citt di Costantin lasciata
grave l'avea di febbre acuta e fiera.
Or quando rivederla alla tornata
pi che mai bella, e di goderla spera,
ode il meschin, ch'in Antiochia andata
dietro un suo nuovo amante ella se n'era,
non le parendo ormai di pi patire
ch'abbia in s fresca et sola a dormire.

103
Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova,
sospirava Grifon notte e d sempre.
Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova,
par ch'a costui pi l'animo distempre:
pensilo ognun, ne li cui danni pruova
Amor, se li suoi strali han buone tempre.
Ed era grave sopra ogni martire,
che 'l mal ch'avea si vergognava a dire.

104
Questo, perch mille fiate inante
gi ripreso l'avea di quello amore,
di lui pi saggio, il fratello Aquilante,
e cercato colei trargli del core,
colei ch'al suo giudicio era di quante
femine rie si trovin la peggiore.
Grifon l'escusa, se 'l fratel la danna;
e le pi volte il parer proprio inganna.

105
Per fece pensier, senza parlarne
con Aquilante, girsene soletto
sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne
colei che tratto il cor gli avea del petto;
trovar colui che gli l'ha tolta, e farne
vendetta tal, che ne sia sempre detto.
Dir, come ad effetto il pensier messe,
nell'altro canto, e ci che ne successe.

CANTO SEDICESIMO

1
Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n'ho la maggior parte,
e quelle in danno mio s ben raccolte,
ch'io ne posso parlar come per arte.
Per s'io dico e s'ho detto altre volte,
e quando in voce e quando in vive carte,
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date credenza al mio giudicio vero.

2
Io dico e dissi, e dir fin ch'io viva,
che chi si truova in degno laccio preso,
se ben di s vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al suo desire acceso;
se bene Amor d'ogni mercede il priva,
poscia che 'l tempo e la fatica ha speso;
pur ch'altamente abbia locato il core,
pianger non de', se ben languisce e muore.

3
Pianger de' quel che gi sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d'una bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
che poco puro abbia con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
n l'osa dire, e invan sanarsi agogna.

4
In questo caso il giovene Grifone,
che non si pu emendare, e il suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e senza fede;
pur dal mal uso vinta la ragione,
e pur l'arbitrio all'appetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato di cercar dove ella sia.

5
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch'usc de la citt secretamente,
n parlarne s'ard col fratel, quando
ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via pi piana e pi corrente.
Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
indi verso Antiochia se ne ga.

6
Scontr presso a Damasco il cavalliero
a cui donato aveva Orrigille il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien l'erba col fiore;
che l'uno e l'altro era di cor leggiero,
perfido l'uno e l'altro e traditore;
e copria l'uno e l'altro il suo difetto,
con danno altrui, sotto cortese aspetto.

7
Come io vi dico, il cavallier vena
s'un gran destrier con molta pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d'oro fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva allato;
come quel che volea con bella mostra
comparire in Damasco ad una giostra.

8
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli giorni,
era cagion di far quivi venire
i cavallier quanto potean pi adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni:
sa che l'amante suo non s forte,
che contra lui l'abbia a campar da morte.

9
Ma s come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura trema,
s'acconcia il viso, e s la voce aita,
che non appar in lei segno di tema.
Col drudo avendo gi l'astuzia ordita,
corre, e fingendo una letizia estrema,
verso Grifon l'aperte braccia tende,
lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.

10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavit de le parole,
dicea piangendo: - Signor mio, son questi
debiti premi a chi t'adora e cole?
che sola senza te gi un anno resti,
e va per l'altro, e ancor non te ne duole?
E s'io stava aspettare il suo ritorno,
non so se mai veduto avrei quel giorno!

11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n'andasti alla gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu s duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.

12
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d'aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch'io stimo sopra ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che pi tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando. -

13
E seguit la donna fraudolente,
di cui l'opere fur pi che di volpe,
la sua querela cos astutamente,
che rivers in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl'inganni,
che men verace par Luca e Giovanni.

14
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua pi che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s'era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d'accarezzar non cessa il cavalliero.

15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
che l dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d'altra legge sia,
dentro e di fuori ha la citt sicura
per tutto il tempo che la festa dura.

16
Non per son di seguitar s intento
l'istoria de la perfida Orrigille,
ch'a' giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
ch'io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o pi de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno e paura.

17
Io vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
n pi riparo altrove il passo serra;
perch in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la guerra,
duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.

18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l'un stuolo e l'altro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove merc abondante
si pu acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non per fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perch ve ne restar morti parecchi,
ch'agli altri fur di folle audacia specchi.

19
Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici sparte.

Book of the day: