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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Part 23 out of 25

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che di sopra riman quando contrasta,
e ch'or gran campo avria per questa assenza,
di far di pudicizia esperienza.

85
Con tai le cerca ed altre assai parole
persuader ch'ella gli sia fedele.
De la dura partita ella si duole,
con che lacrime, oh Dio! con che querele!
E giura che più tosto oscuro il sole
vedrassi, che gli sia mai sì crudele,
che rompa fede; e che vorria morire
più tosto ch'aver mai questo desire.

86
Ancor ch'a sue promesse e a suoi scongiuri
desse credenza e si achetasse alquanto,
non resta che più intender non procuri,
e che materia non procacci al pianto.
Avea uno amico suo, che dei futuri
casi predir teneva il pregio e 'l vanto;
e d'ogni sortilegio e magica arte,
o il tutto, o ne sapea la maggior parte.

87
Diegli, pregando di vedere assunto,
se la sua moglie, nominata Argia,
nel tempo che da lei starà disgiunto,
fedele e casta, o pel contario fia.
Colui da prieghi vinto, tolle il punto,
il ciel figura come par che stia.
Anselmo il lascia in opra, e l'altro giorno
a lui per la risposta fa ritorno.

88
L'astrologo tenea le labra chiuse,
per non dire al dottor cosa che doglia,
e cerca di tacer con molte scuse.
Quando pur del suo mal vede c'ha voglia,
che gli romperà fede gli concluse,
tosto ch'egli abbia il piè fuor de la soglia,
non da bellezza né da prieghi indotta,
ma da guadagno e da prezzo corrotta.

89
Giunte al timore, al dubbio ch'avea prima,
queste minacce dei superni moti,
come gli stesse il cor, tu stesso stima,
se d'amor gli accidenti ti son noti.
E sopra ogni mestizia che l'opprima,
e che l'afflitta mente aggiri e arruoti,
è 'l saper come, vinta d'avarizia,
per prezzo abbia a lasciar sua pudicizia.

90
Or per far quanti potea far ripari
da non lasciarla in quel error cadere
(perché il bisogno a dispogliar gli altari
tra' l'uom talvolta, che sel trova avere),
ciò che tenea di gioie e di danari
(che n'avea somma) pose in suo potere:
rendite e frutti d'ogni possessione,
e ciò c'ha al mondo, in man tutto le pone.

91
- Con facultade (disse) che ne' tuoi
non sol bisogni te li goda e spenda,
ma che ne possi far ciò che ne vuoi,
li consumi, li getti, e doni e venda;
altro conto saper non ne vo' poi,
pur che, qual ti lascio or, tu mi ti renda:
pur che, come or tu sei, mi sie rimasa,
fa che io non trovi né poder né casa. -

92
La prega che non faccia, se non sente
ch'egli ci sia, ne la città dimora;
ma ne la villa, ove più agiatamente
viver potrà d'ogni commercio fuora.
Questo dicea, però che l'umil gente
che nel gregge o ne' campi gli lavora,
non gli era aviso che le caste voglie
contaminar potessero alla moglie.

93
Tenendo tuttavia le belle braccia
al timido marito al collo Argia,
e di lacrime empiendogli la faccia,
ch'un fiumicel dagli occhi le n'uscia;
s'attrista che colpevole la faccia,
come di fé mancata già gli sia;
che questa sua sospizion procede,
perché non ha ne la sua fede fede.

94
Troppo sarà, s'io voglio ir rimembrando
ciò ch'al partir da tramendua fu detto.
- Il mio onor (dice al fin) ti raccomando: -
piglia licenza, e partesi in effetto;
e ben si sente veramente, quando
volge il cavallo, uscire il cor del petto.
Ella lo segue, quanto seguir puote,
con gli occhi che le rigano le gote.

95
Adonio intanto misero e tapino,
e (come io dissi) pallido e barbuto,
verso la patria avea preso il camino,
sperando di non esser conosciuto.
Sul lago giunse alla città vicino,
là dove avea dato alla biscia aiuto,
ch'era assediata entro la macchia forte
da quel villan che por la volea a morte.

96
Quivi arrivando in su l'aprir del giorno,
ch'ancor splendea nel cielo alcuna stella,
si vede in peregrino abito adorno
venir pel lito incontra una donzella
in signoril sembiante, ancor ch'intorno
non l'apparisse né scudier né ancella.
Costei con grata vista lo raccolse,
e poi la lingua a tai parole sciolse:

97
- Se ben non mi conosci, o cavalliero,
son tua parente, e grande obligo t'aggio:
parente son, perché da Cadmo fiero
scende d'amenduo noi l'alto lignaggio.
Io son la fata Manto, che 'l primiero
sasso messi a fondar questo villaggio;
e dal mio nome (come ben forse hai
contare udito) Mantua la nomai.

98
De le fate io son una; ed il fatale
stato per farti anco saper ch'importe,
nascemo a un punto, che d'ogn'altro male
siamo capaci, fuor che de la morte.
Ma giunto è con questo essere immortale
condizion non men del morir forte;
ch'ogni settimo giorno ogniuna è certa
che la sua forma in biscia si converta.

99
Il vedersi coprir del brutto scoglio,
e gir serpendo, è cosa tanto schiva,
che non è pare al mondo altro cordoglio;
tal che bestemmia ogniuna d'esser viva.
E l'obbligo ch'io t'ho (perché ti voglio
insiememente dire onde deriva),
tu saprai che quel dì, per esser tali,
siamo a periglio d'infiniti mali.

100
Non è sì odiato altro animale in terra,
come la serpe; e noi, che n'abbiàn faccia,
patimo da ciascuno oltraggio e guerra;
che chi ne vede, ne percuote e caccia.
Se non troviamo ove tornar sotterra,
sentiamo quanto pesa altrui le braccia.
Meglio saria poter morir, che rotte
e storpiate restar sotto le botte.

101
L'obligo ch'io t'ho grande, è ch'una volta
che tu passavi per quest'ombre amene,
per te di mano fui d'un villan tolta,
che gran travagli m'avea dati e pene.
Se tu non eri, io non andava asciolta,
ch'io non portassi rotto e capo e schene,
e che sciancata non restassi e storta,
se ben non vi potea rimaner morta:

102
perché quei giorni che per terra il petto
traemo avvolte in serpentile scorza,
il ciel ch'in altri tempi è a noi suggetto,
niega ubbidirci, e prive siàn di forza.
In altri tempi ad un sol nostro detto
il sol si ferma e la sua luce ammorza;
l'immobil terra gira e muta loco;
s'infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco.

103
Ora io son qui per renderti mercede
del beneficio che mi festi allora.
Nessuna grazia indarno or mi si chiede
ch'io son del manto viperino fuora.
Tre volte più che di tuo padre erede
non rimanesti, io ti fo ricco or ora:
né vo' che mai più povero diventi,
ma quanto spendi più, che più augumenti.

104
E perché so che ne l'antiquo nodo,
in che già Amor t'avinse, anco ti trovi,
voglioti dimostrar l'ordine e 'l modo
ch'a disbramar tuoi desideri giovi.
Io voglio, or che lontano il marito odo,
che senza indugio il mio consiglio provi;
vadi a trovar la donna che dimora
fuori alla villa, e sarò teco io ancora. -

105
E seguitò narrandogli in che guisa
alla sua donna vuol che s'appresenti;
dico come vestir, come precisa-
mente abbia a dir, come la prieghi e tenti;
e che forma essa vuol pigliar, devisa;
che, fuor che 'l giorno ch'erra tra serpenti,
in tutti gli altri si può far, secondo
che più le pare, in quante forme ha il mondo.

106
Messe in abito lui di peregrino
il qual per Dio di porta in porta accatti:
mutosse ella in un cane, il più piccino
di quanti mai n'abbia Natura fatti,
di pel lungo, più bianco ch'armellino,
di grato aspetto e di mirabili atti.
Così trasfigurato, entraro in via
verso la casa de la bella Argia:

107
e dei lavoratori alle capanne
prima ch'altrove, il giovene fermosse;
e cominciò a sonar certe sue canne,
al cui suono danzando il can rizzosse.
La voce e 'l grido alla padrona vanne,
e fece sì, che per veder si mosse.
Fece il romeo chiamar ne la sua corte,
sì come del dottor traea la sorte.

108
E quivi Adonio a comandare al cane
incominciò, ed il cane a ubbidir lui,
e far danze nostral, farne d'estrane,
con passi e continenze e modi sui,
e finalmente con maniere umane
far ciò che comandar sapea colui,
con tanta attenzion, che chi lo mira,
non batte gli occhi, e a pena il fiato spira.

109
Gran maraviglia, ed indi gran desire
venne alla donna di quel can gentile;
e ne fa per la balia proferire
al cauto peregrin prezzo non vile,
- S'avessi più tesor, che mai sitire
potesse cupidigia feminile
(colui rispose), non saria mercede
di comprar degna del mio cane un piede. -

110
E per mostrar che veri i detti foro,
con la balia in un canto si ritrasse,
e disse al cane, ch'una marca d'oro
a quella donna in cortesia donasse.
Scossesi il cane, e videsi il tesoro.
Disse Adonio alla balia, che pigliasse,
soggiungendo: - Ti par che prezzo sia,
per cui sì bello e util cane io dia?

111
Cosa, qual vogli sia, non gli domando,
di ch'io ne torni mai con le man vote;
e quando perle, e quando annella, e quando
leggiadra veste e di gran prezzo scuote.
Pur di' a madonna, che fia al suo comando;
per oro no, ch'oro pagar nol puote:
ma se vuol ch'una notte seco io giaccia,
abbiasi il cane, e 'l suo voler ne faccia. -

112
Così dice: e una gemma allora nata
le dà, ch'alla padrona l'appresenti.
Pare alla balia averne più derata,
che di pagar dieci ducati o venti.
Torna alla donna, e le fa l'imbasciata;
e la conforta poi, che si contenti
d'acquistare il bel cane; ch'acquistarlo
per prezzo può, che non si perde a darlo.

113
La bella Argia sta ritrosetta in prima;
parte, che la sua fé romper non vuole,
parte, ch'esser possibile non stima
tutto ciò che ne suonan le parole.
La balia le ricorda, e rode e lima,
che tanto ben di rado avvenir suole;
e fe' che l'agio un altro dì si tolse,
che 'l can veder senza tanti occhi volse.

114
Quest'altro comparir ch'Adonio fece,
fu la ruina e del dottor la morte.
Facea nascer le doble a diece a diece,
filze di perle, e gemme d'ogni sorte:
sì che il superbo cor mansuefece,
che tanto meno a contrastar fu forte,
quanto poi seppe che costui ch'inante
gli fa partito, è 'l cavallier suo amante.

115
De la puttana sua balia i conforti,
i prieghi de l'amante e la presenza,
il veder che guadagno se l'apporti,
del misero dottor la lunga assenza,
lo sperar ch'alcun mai non lo rapporti,
fero ai casti pensier tal violenza,
ch'ella accettò il bel cane, e per mercede
in braccio e in preda al suo amator si diede.

116
Adonio lungamente frutto colse
de la sua bella donna, a cui la fata
grande amor pose, e tanto le ne volse,
che sempre star con lei si fu ubligata.
Per tutti i segni il sol prima si volse,
ch'al giudice licenza fosse data:
al fin tornò, ma pien di gran sospetto
per quel che già l'astrologo avea detto.

117
Fa, giunto ne la patria, il primo volo
a casa de l'astrologo, e gli chiede,
se la sua donna fatto inganno e dolo,
o pur servato gli abbia amore e fede.
Il sito figurò colui del polo,
ed a tutti i pianeti il luogo diede:
poi rispose che quel ch'avea temuto,
come predetto fu, gli era avvenuto;

118
che da doni grandissimi corrotta,
data ad altri s'avea la donna in preda.
Questa al dottor nel cor fu sì gran botta,
che lancia e spiedo io vo' che ben le ceda.
Per esserne più certo, ne va allotta
(ben che pur troppo allo indivino creda)
ov'è la balia, e la tira da parte,
e per saperne il certo usa grande arte.

119
Con larghi giri circondando prova
or qua or là di ritrovar la traccia;
e da principio nulla ne ritrova,
con ogni diligenza che ne faccia;
ch'ella, che non avea tal cosa nuova,
stava negando con immobil faccia;
e come bene istrutta, più d'un mese
tra il dubbio e 'l certo il suo patron sospese.

120
Quanto dovea parergli il dubio buono,
se pensava il dolor ch'avria del certo!
Poi ch'indarno provò con priego e dono,
che da la balia il ver gli fosse aperto,
né toccò tasto ove sentisse suono
altro che falso; come uom ben esperto,
aspettò che discordia vi venisse;
ch'ove femine son, son liti e risse.

121
E come egli aspettò, così gli avvenne;
ch'al primo sdegno che tra loro nacque,
senza suo ricercar, la balia venne
il tutto a ricontargli, e nulla tacque.
Lungo a dir fôra ciò che 'l cor sostenne,
come la mente costernata giacque
del giudice meschin, che fu sì oppresso,
che stette per uscir fuor di se stesso:

122
e si dispose al fin, da l'ira vinto,
morir, ma prima uccider la sua moglie;
e che d'amendue i sangui un ferro tinto
levassi lei di biasmo, e sé di doglie.
Ne la città se ne ritorna, spinto
da così furibonde e cieche voglie;
indi alla villa un suo fidato manda,
e quanto esequir debba, gli commanda.

123
Commanda al servo, ch'alla moglie Argia
torni alla villa, e in nome suo le dica
ch'egli è da febbre oppresso così ria,
che di trovarlo vivo avrà fatica;
sì che, senza aspettar più compagnia,
venir debba con lui, s'ella gli è amica
(verrà: sa ben che non farà parola);
e che tra via le seghi egli la gola.

124
A chiamar la patrona andò il famiglio,
per far di lei quanto il signor commesse.
Dato prima al suo cane ella di piglio,
montò a cavallo ed a camin si messe.
L'avea il cane avisata del periglio,
ma che d'andar per questo ella non stesse;
ch'avea ben disegnato e proveduto
onde nel gran bisogno avrebbe aiuto.

125
Levato il servo del camino s'era;
e per diverse e solitarie strade
a studio capitò su una riviera
che d'Apennino in questo fiume cade;
ov'era bosco e selva oscura e nera,
lungi da villa e lungi da cittade.
Gli parve loco tacito e disposto
per l'effetto crudel che gli fu imposto.

126
Trasse la spada e alla padrona disse
quanto commesso il suo signor gli avea;
sì che chiedesse, prima che morisse,
perdono a Dio d'ogni colpa rea.
Non ti so dir com'ella si coprisse:
quando il servo ferirla si credea,
più non la vide, e molto d'ogn'intorno
l'andò cercando, e al fin restò con scorno.

127
Torna al patron con gran vergogna ed onta,
tutto attonito in faccia e sbigottito;
e l'insolito caso gli racconta,
ch'egli non sa come si sia seguito.
Ch'a' suoi servigi abbia la moglie pronta
la fata Manto, non sapea il marito;
che la balia onde il resto avea saputo,
questo, non so perché, gli avea taciuto.

128
Non sa che far; che né l'oltraggio grave
vendicato ha, né le sue pene ha sceme.
Quel ch'era una festuca, ora è una trave,
tanto gli pesa, tanto al cor gli preme.
L'error che sapean pochi, or sì aperto have,
che senza indugio si palesi, teme.
Potea il primo celarsi; ma il secondo,
publico in breve fia per tutto il mondo.

129
Conosce ben che, poi che 'l cor fellone
avea scoperto il misero contra essa,
ch'ella, per non tornargli in suggezione,
d'alcun potente in man si sarà messa;
il qual se la terrà con irrisione
ed ignominia del marito espressa;
e forse anco verrà d'alcuno in mano,
che ne fia insieme adultero e ruffiano.

130
Sì che, per rimediarvi, in fretta manda
intorno messi e lettere a cercarne:
ch'in quel loco, ch'in questo ne domanda
per Lombardia, senza città lasciarne.
Poi va in persona, e non si lascia banda
ove o non vada o mandivi a spiarne:
né mai può ritrovar capo né via
di venire a notizia, che ne sia.

131
Al fin chiama quel servo a chi fu imposta
l'opra crudel che poi non ebbe effetto,
e fa che lo conduce ove nascosta
se gli era Argia, sì come gli avea detto;
che forse in qualche macchia il dì reposta,
la notte si ripara ad alcun tetto.
Lo guida il servo ove trovar si crede
la folta selva, e un gran palagio vede.

132
Fatto avea farsi alla sua fata intanto
la bella Argia con subito lavoro
d'alabastri un palagio per incanto,
dentro e di fuor tutto fregiato d'oro.
Né lingua dir, né cor pensar può quanto
avea beltà di fuor, dentro tesoro.
Quel che iersera sì ti parve bello,
del mio signor, saria un tugurio a quello.

133
E di panni di razza, e di cortine
tessute riccamente e a varie fogge,
ornate eran le stalle e le cantine,
non sale pur, non pur camere e logge;
vasi d'oro e d'argento senza fine,
gemme cavate, azzurre e verdi e rogge,
e formate in gran piatti e in coppe e in nappi,
e senza fin d'oro e di seta drappi.

134
Il giudice, sì come io vi dicea,
venne a questo palagio a dar di petto,
quando né una capanna si credea
di ritrovar, ma solo il bosco schietto.
Per l'alta maraviglia che n'avea,
esser si credea uscito d'intelletto:
non sapea se fosse ebbro o se sognassi,
o pur se 'l cervel scemo a volo andassi.

135
Vede inanzi alla porta uno Etiopo
con naso e labri grossi; e ben gli è avviso
che non vedesse mai, prima né dopo,
un così sozzo e dispiacevol viso;
poi di fattezze, qual si pinge Esopo,
d'attristar, se vi fosse, il paradiso;
bisunto e sporco, e d'abito mendico:
né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico.

136
Anselmo che non vede altro da cui
possa saper di chi la casa sia,
a lui s'accosta, e ne domanda a lui;
ed ei risponde: - Questa casa è mia. -
Il giudice è ben certo che colui
lo beffi e che gli dica la bugia:
ma con scongiuri il negro ad affermare
che sua è la casa, e ch'altri non v'ha a fare;

137
e gli offerisce, se la vuol vedere,
che dentro vada, e cerchi come voglia;
e se v'ha cosa che gli sia in piacere
o per sé o per gli amici, se la toglia.
Diede il cavallo al servo suo a tenere
Anselmo, e messe il piè dentro alla soglia;
e per sale e per camere condutto,
da basso e d'alto andò mirando il tutto.

138
La forma, il sito, il ricco e bel lavoro
va contemplando, e l'ornamento regio;
e spesso dice: - Non potria quant'oro
è sotto il sol pagare il loco egregio. -
A questo gli risponde il brutto Moro,
e dice: - E questo ancor trova il suo pregio:
se non d'oro o d'argento, nondimeno
pagar lo può quel che vi costa meno. -

139
E gli fa la medesima richiesta
ch'avea già Adonio alla sua moglie fatta.
De la brutta domanda e disonesta,
persona lo stimò bestiale e matta.
Per tre repulse e quattro egli non resta;
e tanti modi a persuaderlo adatta,
sempre offerendo in merito il palagio,
che fe' inchinarlo al suo voler malvagio.

140
La moglie Argia che stava appresso ascosa,
poi che lo vide nel suo error caduto,
saltò fuora gridando: - Ah degna cosa
che io veggo di dottor saggio tenuto! -
Trovato in sì mal'opra e viziosa,
pensa se rosso far si deve e muto.
O terra, acciò ti si gettassi dentro,
perché allor non t'apristi insino al centro?

141
La donna in suo discarco, ed in vergogna
d'Anselmo, il capo gl'intronò di gridi,
dicendo: - Come te punir bisogna
di quel che far con sì vil uom ti vidi,
se per seguir quel che natura agogna,
me, vinta a' prieghi del mio amante, uccidi?
ch'era bello e gentile; e un dono tale
mi fe', ch'a quel nulla il palagio vale.

142
S'io ti parvi esser degna d'una morte,
conosci che ne sei degno di cento:
e ben ch'in questo loco io sia sì forte,
ch'io possa di te fare il mio talento;
pure io non vo' pigliar di peggior sorte
altra vendetta del tuo fallimento.
Di par l'avere e 'l dar, marito, poni;
fa, com'io a te, che tu a me ancor perdoni:

143
e sia la pace e sia l'accordo fatto,
ch'ogni passato error vada in oblio;
né ch'in parole io possa mai né in atto
ricordarti il tuo error, né a me tu il mio. -
Il marito ne parve aver buon patto,
né dimostrossi al perdonar restio.
Così a pace e concordia ritornaro,
e sempre poi fu l'uno all'altro caro. -

144
Così disse il nocchiero; e mosse a riso
Rinaldo al fin de la sua istoria un poco;
e diventar gli fece a un tratto il viso,
per l'onta del dottor, come di fuoco.
Rinaldo Argia molto lodò, ch'avviso
ebbe d'alzare a quello augello un gioco
ch'alla medesma rete fe' cascallo,
in che cadde ella, ma con minor fallo.

145
Poi che più in alto il sole il camin prese,
fe' il paladino apparecchiar la mensa,
ch'avea la notte il Mantuan cortese
provista con larghissima dispensa.
Fugge a sinistra intanto il bel paese,
ed a man destra la palude immensa:
viene e fuggesi Argenta e 'l suo girone
col lito ove Santerno il capo pone.

146
Allora la Bastia credo non v'era,
di che non troppo si vantar Spagnuoli
d'avervi su tenuta la bandiera;
ma più da pianger n'hanno i Romagniuoli.
E quindi a filo alla dritta riviera
cacciano il legno, e fan parer che voli.
Lo volgon poi per una fossa morta,
ch'a mezzodì presso a Ravenna il porta.

147
Ben che Rinaldo con pochi danari
fosse sovente, pur n'avea sì alora,
che cortesia ne fece a' marinari,
prima che li lasciasse alla buon'ora.
Quindi mutando bestie e cavallari,
Arimino passò la sera ancora;
né in Montefiore aspetta il matutino,
e quasi a par col sol giunge in Urbino.

148
Quivi non era Federico allora,
né l'Issabetta, né 'l buon Guido v'era,
né Francesco Maria, ne Leonora,
che con cortese forza e non altiera
avesse astretto a far seco dimora
sì famoso guerrier più d'una sera;
come fer già molti anni, ed oggi fanno
a donne e a cavallier che di là vanno.

149
Poi che quivi alla briglia alcun nol prende,
smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta.
Pel monte che 'l Metauro o il Gauno fende,
passa Apennino e più non l'ha a man ritta;
passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende;
da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta
per mare alla cittade a cui commise
il pietoso figliuol l'ossa d'Anchise.

150
Muta ivi legno, e verso l'isoletta
di Lipadusa fa ratto levarsi;
quella che fu dai combattenti eletta,
ed ove già stati erano a trovarsi.
Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta,
ch'a vela e a remi fan ciò che può farsi;
ma i venti avversi e per lui mal gagliardi,
lo fecer, ma di poco, arrivar tardi.

151
Giunse ch'a punto il principe d'Anglante
fatta avea l'utile opra e gloriosa:
avea Gradasso ucciso ed Agramante,
ma con dura vittoria e sanguinosa.
Morto n'era il figliuol di Monodante;
e di grave percossa e perigliosa
stava Olivier languendo in su l'arena,
e del piè guasto avea martìre e pena.

152
Tener non poté il conte asciutto il viso,
quando abbracciò Rinaldo, e che narrolli
che gli era stato Brandimarte ucciso,
che tanta fede e tanto amor portolli.
Né men Rinaldo, quando sì diviso
vide il capo all'amico, ebbe occhi molli:
poi quindi ad abbracciar si fu condotto
Olivier che sedea col piede rotto.

153
La consolazion che seppe, tutta
diè lor, ben che per sé tor non la possa;
che giunto si vedea quivi alle frutta,
anzi poi che la mensa era rimossa.
Andaro i servi alla città distrutta,
e di Gradasso e d'Agramante l'ossa
ne le ruine ascoser di Biserta,
e quivi divulgar la cosa certa.

154
De la vittoria ch'avea avuto Orlando,
s'allegrò Astolfo e Sansonetto molto;
non sì però, come avrian fatto, quando
non fosse a Brandimarte il lume tolto.
Sentir lui morto il gaudio va scemando
sì, che non ponno asserenare il volto.
Or chi sarà di lor, ch'annunzio voglia
a Fiordiligi dar di sì gran doglia?

155
La notte che precesse a questo giorno,
Fiordiligi sognò che quella vesta
che, per mandarne Brandimarte adorno,
avea trapunta e di sua man contesta,
vedea per mezzo sparsa e d'ogn'intorno
di gocce rosse, a guisa di tempesta:
parea che di sua man così l'avesse
riccamata ella, e poi se ne dogliessse.

156
E parea dir: - Pur hammi il signor mio
commesso ch'io la faccia tutta nera:
or perché dunque riccamata holl'io
contra sua voglia in sì strana maniera? -
Di questo sogno fe' giudicio rio;
poi la novella giunse quella sera:
ma tanto Astolfo ascosa le la tenne,
ch'a lei con Sansonetto se ne venne.

157
Tosto ch'entraro, e ch'ella loro il viso
vide di gaudio in tal vittoria privo;
senz'altro annunzio sa, senz'altro avviso,
che Brandimarte suo non è più vivo.
Di ciò le resta il cor così conquiso,
e così gli occhi hanno la luce a schivo,
e così ogn'altro senso se le serra,
che come morta andar si lascia in terra.

158
Al tornar de lo spirto, ella alle chiome
caccia le mani; ed alle belle gote,
indarno ripetendo il caro nome,
fa danno ed onta più che far lor puote:
straccia i capelli e sparge; e grida, come
donna talor che 'l demon rio percuote,
o come s'ode che già a suon di corno
Menade corse, ed aggirossi intorno.

159
Or questo or quel pregando va, che porto
le sia un coltel, sì che nel cor si fera:
or correr vuol là dove il legno in porto
dei duo signor defunti arrivato era,
e de l'uno e de l'altro così morto
far crudo strazio e vendetta acra e fiera:
or vuol passare il mare, e cercar tanto,
che possa al suo signor morire a canto.

160
- Deh perché, Brandimarte, ti lasciai
senza me andare a tanta impresa? (disse).
Vedendoti partir, non fu più mai
che Fiordiligi tua non ti seguisse.
T'avrei giovato, s'io veniva, assai,
ch'avrei tenute in te le luci fisse;
e se Gradasso avessi dietro avuto,
con un sol grido io t'avrei dato aiuto;

161
o forse esser potrei stata sì presta,
ch'entrando in mezzo, il colpo t'avrei tolto:
fatto scudo t'avrei con la mia testa;
che morendo io, non era il danno molto.
Ogni modo io morrò; né fia di questa
dolente morte alcun profitto colto,
che, quando io fossi morta in tua difesa,
non potrei meglio aver la vita spesa.

162
Se pur ad aiutarti i duri fati
avessi avuti e tutto il cielo avverso,
gli ultimi baci almeno io t'avrei dati,
almen t'avrei di pianto il viso asperso;
e prima che con gli angeli beati
fosse lo spirto al suo Fattor converso,
detto gli avrei: Va in pace, e là m'aspetta;
ch'ovunque sei, son per seguirti in fretta.

163
È questo, Brandimarte, è questo il regno
di che pigliar lo scettro ora dovevi?
Or così teco a Dammogire io vegno?
così nel real seggio mi ricevi?
Ah Fortuna crudel, quanto disegno
mi rompi! oh che speranze oggi mi levi!
Deh, che cesso io, poi c'ho perduto questo
tanto mio ben, ch'io non perdo anco il resto? -

164
Questo ed altro dicendo, in lei risorse
il furor con tanto impeto e la rabbia,
ch'a stracciare il bel crin di nuovo corse,
come il bel crin tutta la colpa n'abbia.
Le mani insieme si percosse e morse,
nel sen si cacciò l'ugne e ne le labbia.
Ma torno a Orlando ed a' compagni, intanto
ch'ella si strugge e si consuma in pianto.

165
Orlando, col cognato che non poco
bisogno avea di medico e di cura,
ed altretanto, perché in degno loco
avesse Brandimarte sepultura,
verso il monte ne va che fa col fuoco
chiara la notte, e il dì di fumo oscura.
Hanno propizio il vento, e a destra mano
non e quel lito lor molto lontano.

166
Con fresco vento ch'in favor veniva,
sciolser la fune al declinar del giorno,
mostrando lor la taciturna diva
la dritta via col luminoso corno;
e sorser l'altro dì sopra la riva
ch'amena giace ad Agringento intorno.
Quivi Orlando ordinò per l'altra sera
ciò ch'a funeral pompa bisogno era.

167
Poi che l'ordine suo vide essequito,
essendo omai del sole il lume spento,
fra molta nobiltà ch'era allo 'nvito
de' luoghi intorno corsa in Agringento,
d'accesi torchi tutto ardendo 'l lito,
e di grida sonando e di lamento,
tornò Orlando ove il corpo fu lasciato,
che vivo e morto avea con fede amato.

168
Quivi Bardin di soma d'anni grave
stava piangendo alla bara funèbre,
che pel gran pianto ch'avea fatto in nave,
dovrìa gli occhi aver pianti e le palpèbre.
Chiamando il ciel crudel, le stelle prave,
ruggia come un leon ch'abbia la febre.
Le mani erano intanto empie e ribelle
ai crin canuti e alla rugosa pelle.

169
Levossi, al ritornar del paladino,
maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto.
Orlando, fatto al corpo più vicino,
senza parlar stette a mirarlo alquanto,
pallido come colto al matutino
è da sera il ligustro o il molle acanto;
e dopo un gran sospir, tenendo fisse
sempre le luci in lui, così gli disse:

170
- O forte, o caro, o mio fedel compagno,
che qui sei morto, e so che vivi in cielo,
e d'una vita v'hai fatto guadagno,
che non ti può mai tor caldo né gielo,
perdonami, se ben vedi ch'io piagno;
perché d'esser rimaso mi querelo,
e ch'a tanta letizia io non son teco;
non già perché qua giù tu non sia meco.

171
Solo senza te son; né cosa in terra
senza te posso aver più, che mi piaccia.
Se teco era in tempesta e teco in guerra,
perché non anco in ozio ed in bonaccia?
Ben grande e 'l mio fallir, poi che mi serra
di questo fango uscir per la tua traccia.
Se negli affanni teco fui, perch'ora
non sono a parte del guadagno ancora?

172
Tu guadagnato, e perdita ho fatto io:
sol tu all'acquisto, io non son solo al danno.
Partecipe fatto e del dolor mio
l'Italia, il regno franco e l'alemanno.
Oh quanto, quanto il mio signore e zio,
oh quanto i paladin da doler s'hanno!
quanto l'Imperio e la cristiana Chiesa,
che perduto han la sua maggior difesa!

173
Oh quanto si torrà per la tua morte
di terrore a' nimici e di spavento!
Oh quanto Pagania sarà più forte!
quanto animo n'avrà, quanto ardimento!
Oh come star ne dee la tua consorte!
Sin qui ne veggo il pianto, e 'l grido sento.
So che m'accusa, e forse odio mi porta,
che per me teco ogni sua speme è morta.

174
Ma, Fiordiligi, almen resti un conforto
a noi che siàn di Brandimarte privi;
ch'invidiar lui con tanta gloria morto
denno tutti i guerrier ch'oggi son vivi.
Quei Deci, e quel nel roman foro absorto,
quel sì lodato Codro dagli Argivi,
non con più altrui profitto e più suo onore
a morte si donar, del tuo signore. -

175
Queste parole ed altre dicea Orlando.
Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati,
e tutti gli altri chierci, seguitando
andavan con lungo ordine accoppiati,
per l'alma del defunto Dio pregando,
che gli donasse requie tra' beati.
Lumi inanzi e per mezzo e d'ogn'intorno,
mutata aver parean la notte in giorno.

176
Levan la bara, ed a portarla foro
messi a vicenda conti e cavallieri.
Purpurea seta la copria, che d'oro
e di gran perle avea compassi altieri:
di non men bello e signoril lavoro
avean gemmati e splendidi origlieri;
e giacea quivi il cavallier con vesta
di color pare, e d'un lavor contesta.

177
Trecento agli altri eran passati inanti,
de' più poveri tolti de la terra,
parimente vestiti tutti quanti
di panni negri e lunghi sin a terra.
Cento paggi seguian sopra altretanti
grossi cavalli e tutti buoni a guerra;
e i cavalli coi paggi ivano il suolo
radendo col lor abito di duolo.

178
Molte bandiere inanzi e molte dietro,
che di diverse insegne eran dipinte,
spiegate accompagnavano il ferètro;
le quai già tolte a mille schiere vinte,
e guadagnate a Cesare ed a Pietro
avean le forze ch'or giaceano estinte.
Scudi v'erano molti, che di degni
guerrieri, a chi fur tolti, aveano i segni.

179
Venian cento e cent'altri a diversi usi
de l'esequie ordinati; ed avean questi,
come anco il resto, accesi torchi; e chiusi,
più che vestiti, eran di nere vesti.
Poi seguia Orlando, e ad or ad or suffusi
di lacrime avea gli occhi e rossi e mesti;
né più lieto di lui Rinaldo venne:
il piè Olivier, che rotto avea, ritenne.

180
Lungo sarà s'io vi vo' dire in versi
le cerimonie, e raccontarvi tutti
i dispensati manti oscuri e persi,
gli accesi torchi che vi furon strutti.
Quindi alla chiesa catedral conversi,
dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti:
sì bel, sì buon, sì giovene a pietade
mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade.

181
Fu posto in chiesa; e poi che da le donne
di lacrime e di pianti inutil opra,
e che dai sacerdoti ebbe eleisonne
e gli altri santi detti avuto sopra,
in una arca il serbar su due colonne:
e quella vuole Orlando che si cuopra
di ricco drappo d'or, sin che reposto
in un sepulcro sia di maggior costo.

182
Orlando di Sicilia non si parte,
che manda a trovar porfidi e alabastri.
Fece fare il disegno, e di quell'arte
inarrar con gran premio i miglior mastri.
Fe' le lastre, venendo in questa parte,
poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri;
che quivi (essendo Orlando già partito)
si fe' portar da l'africano lito.

183
E vedendo le lacrime indefesse,
ed ostinati a uscir sempre i sospiri,
né per far sempre dire uffici e messe,
mai satisfar potendo a' suoi disiri;
di non partirsi quindi in cor si messe,
fin che del corpo l'anima non spiri:
e nel sepolcro fe' fare una cella,
e vi si chiuse, e fe' sua vita in quella.

184
Oltre che messi e lettere le mande,
vi va in persona Orlando per levarla.
Se viene in Francia, con pension ben grande
compagna vuol di Galerana farla:
quando tornare al padre anco domande,
sin alla Lizza vuole accompagnarla:
edificar le vuole un monastero,
quando servire a Dio faccia pensiero.

185
Stava ella nel sepulcro; e quivi attrita
da penitenza, orando giorno e notte,
non durò lunga età, che di sua vita
da la Parca le fur le fila rotte.
Già fatto avea da l'isola partita,
ove i Ciclopi avean l'antique grotte,
i tre guerrier di Francia, afflitti e mesti
che 'l quarto lor compagno a dietro resti.

186
Non volean senza medico levarsi,
che d'Olivier s'avesse a pigliar cura;
la qual, perché a principio mal pigliarsi
poté, fatt'era faticosa e dura:
e quello udiano in modo lamentarsi,
che del suo caso avean tutti paura.
Tra lor di ciò parlando, al nocchier nacque
un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque.

187
Disse ch'era di là poco lontano
in un solingo scoglio uno eremita,
a cui ricorso mai non s'era invano,
o fosse per consiglio o per aita;
e facea alcuno effetto soprumano,
dar lume a ciechi, e tornar morti a vita,
fermare il vento ad un segno di croce,
e far tranquillo il mar quando è più atroce:

188
e che non denno dubitare, andando
a ritrovar quel uomo a Dio sì caro,
che lor non renda Olivier sano, quando
fatto ha di sua virtù segno più chiaro.
Questo consiglio sì piacque ad Orlando,
che verso il santo loco si drizzaro;
né mai piegando dal camin la prora,
vider lo scoglio al sorger de l'aurora.

189
Scorgendo il legno uomini in acqua dotti,
sicuramente s'accostaro a quello.
Quivi aiutando servi e galeotti,
declinano il marchese nel battello:
e per le spumose onde fur condotti
nel duro scoglio, ed indi al santo ostello;
al santo ostello, a quel vecchio medesmo,
per le cui mani ebbe Ruggier battesmo.

190
Il servo del Signor del paradiso
raccolse Orlando ed i compagni suoi,
e benedilli con giocondo viso,
e de' lor casi dimandolli poi;
ben che de lor venuta avuto avviso
avesse prima dai celesti eroi.
Orlando gli rispose esser venuto
per ritrovare al suo Oliviero aiuto;

191
ch'era, pugnando per la fé di Cristo,
a periglioso termine ridutto.
Levògli il santo ogni sospetto tristo,
e gli promisse di sanarlo in tutto.
Né d'unguento trovandosi provisto,
né d'altra umana medicina istrutto,
andò alla chiesa, ed orò al Salvatore;
ed indi uscì con gran baldanza fuore:

192
e in nome de le eterne tre Persone,
Padre e Figliuolo e Spirto Santo, diede
ad Olivier la sua benedizione.
Oh virtù che dà Cristo a chi gli crede!
Cacciò dal cavalliero ogni passione,
e ritornolli a sanitade il piede,
più fermo e più espedito che mai fosse:
e presente Sobrino a ciò trovosse.

193
Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto,
che star peggio ogni giorno se ne sente,
tosto che vede del monaco santo
il miracolo grande ed evidente,
si dispon di lasciar Macon da canto,
e Cristo confessar vivo e potente:
e domanda con cor di fede attrito,
d'iniciarsi al nostro sacro rito.

194
Così l'uom giusto lo battezza, ed anco
gli rende, orando, ogni vigor primiero.
Orlando e gli altri cavallier non manco
di tal conversion letizia fero,
che di veder che liberato e franco
del periglioso mal fosse Oliviero.
Maggior gaudio degli altri Ruggier ebbe;
e molto in fede e in devozione accrebbe.

195
Era Ruggier dal dì che giunse a nuoto
su questo scoglio, poi statovi ognora.
Fra quei guerrieri il vecchiarel devoto
sta dolcemente, e li conforta ed ora
a voler, schivi di pantano e loto,
mondi passar per questa morta gora
c'ha nome vita, che sì piace a' sciocchi;
ed alla via del ciel sempre aver gli occhi.

196
Orlando un suo mandò sul legno, e trarne
fece pane e buon vin, cacio e persutti;
e l'uom di Dio, ch'ogni sapor di starne
pose in oblio, poi ch'avvezzossi a' frutti,
per carità mangiar fecero carne,
e ber del vino, e far quel che fer tutti.
Poi ch'alla mensa consolati foro,
di molte cose ragionar tra loro.

197
E come accade nel parlar sovente,
ch'una cosa vien l'altra dimostrando,
Ruggier riconosciuto finalmente
fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando,
per quel Ruggiero in arme sì eccellente,
il cui valor s'accorda ognun lodando:
né Rinaldo l'avea raffigurato
per quel che provò già ne lo steccato.

198
Ben l'avea il re Sobrin riconosciuto,
tosto che 'l vide col vecchio apparire;
ma volse inanzi star tacito e muto,
che porsi in aventura di fallire.
Poi ch'a notizia agli altri fu venuto
che questo era Ruggier, di cui l'ardire,
la cortesia e 'l valore alto e profondo
si facea nominar per tutto il mondo;

199
e sapendosi già ch'era cristiano,
tutti con lieta e con serena faccia
vengono a lui: chi gli tocca la mano,
e chi lo bacia, e chi lo stringe e abbraccia.
Sopra gli altri il signor di Montalbano
d'accarezzarlo e fargli onor procaccia.
Perch'esso più degli altri, io 'l serbo a dire
ne l'altro canto, se 'l vorrete udire.

CANTO QUARANTAQUATTRESIMO

1
Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,
ne le calamitadi e nei disagi,
meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,
che fra ricchezze invidiose ed agi
de le piene d'insidie e di sospetti
corti regali e splendidi palagi,
ove la caritade è in tutto estinta,
né si vede amicizia, se non finta.

2
Quindi avvien che tra principi e signori
patti e convenzion son sì frali.
Fan lega oggi re, papi e imperatori;
doman saran nimici capitali:
perché, qual l'apparenze esteriori,
non hanno i cor, non han gli animi tali;
che non mirando al torto più ch'al dritto,
attendon solamente al lor profitto.

3
Questi, quantunque d'amicizia poco
sieno capaci, perché non sta quella
ove per cose gravi, ove per giuoco
mai senza finzion non si favella;
pur, se talor gli ha tratti in umil loco
insieme una fortuna acerba e fella,
in poco tempo vengono a notizia
(quel che in molto non fer) de l'amicizia.

4
Il santo vecchiarel ne la sua stanza
giunger gli ospiti suoi con nodo forte
ad amor vero meglio ebbe possanza,
ch'altri non avria fatto in real corte.
Fu questo poi di tal perseveranza,
che non si sciolse mai fin alla morte.
Il vecchio li trovò tutti benigni,
candidi più nel cor, che di fuor cigni.

5
Trovolli tutti amabili e cortesi,
non de la iniquità ch'io v'ho dipinta
di quei che mai non escono palesi,
ma sempre van con apparenza finta.
Di quanto s'eran per adietro offesi
ogni memoria fu tra loro estinta;
e se d'un ventre fossero e d'un seme,
non si potriano amar più tutti insieme.

6
Sopra gli altri il signor di Montalbano
accarezzava e riveria Ruggiero;
sì perché già l'avea con l'arme in mano
provato quanto era animoso e fiero,
sì per trovarlo affabile ed umano
più che mai fosse al mondo cavalliero:
ma molto più, che da diverse bande
si conoscea d'avergli obligo grande.

7
Sapea che di gravissimo periglio
egli avea liberato Ricciardetto,
quando il re ispano gli fe' dar di piglio
e con la figlia prendere nel letto;
e ch'avea tratto l'uno e l'altro figlio
del duca Buovo (com'io v'ho detto)
di man dei Saracini e dei malvagi
ch'eran col maganzese Bertolagi.

8
Questo debito a lui parea di sorte,
ch'ad amar lo stringeano e ad onorarlo;
e gli ne dolse e gli ne 'ncrebbe forte,
che prima non avea potuto farlo,
quando era l'un ne l'africana corte,
e l'altro agli servigi era di Carlo.
Or che fatto cristian quivi lo trova,
quel che non fece prima, or far gli giova.

9
Proferte senza fine, onore e festa
fece a Ruggiero il paladin cortese.
Il prudente eremita, come questa
benivolenza vide, adito prese.
Entrò dicendo: - A fare altro non resta
(e lo spero ottener senza contese),
che come l'amicizia è tra voi fatta,
tra voi sia ancora affinità contratta;

10
acciò che de le due progenie illustri
che non han par di nobiltade al mondo,
nasca un lignaggio che più chiaro lustri,
che 'l chiaro sol, per quanto gira a tondo;
e come andran più inanzi ed anni e lustri,
sarà più bello, e durerà (secondo
che Dio m'ispira, acciò ch'a voi nol celi)
fin che terran l'usato corso i cieli. -

11
E seguitando il suo parlar più inante,
fa il santo vecchio sì, che persuade
che Rinaldo a Ruggier dia Bradamante,
ben che pregar né l'un né l'altro accade.
Loda Olivier col principe d'Anglante,
che far si debba questa affinitade;
il che speran ch'approvi Amone e Carlo,
e debba tutta Francia commendarlo.

12
Così dicean; ma non sapean ch'Amone,
con voluntà del figlio di Pipino,
n'avea dato in quei giorni intenzione
all'imperator greco Costantino,
che gliele domandava per Leone
suo figlio e successor nel gran domìno.
Se n'era, pel valor che n'avea inteso,
senza vederla, il giovinetto acceso.

13
Riposto gli avea Amon, che da sé solo
non era per concludere altramente,
né pria che ne parlasse col figliuolo
Rinaldo, da la corte allora assente;
il qual credea che vi verrebbe a volo,
e che di grazia avria sì gran parente:
pur, per molto rispetto che gli avea,
risolver senza lui non si volea.

14
Or Rinaldo lontan dal padre, quella
pratica imperial tutta ignorando,
quivi a Ruggier promette la sorella
di suo parere, e di parer d'Orlando
e degli altri ch'avea seco alla cella,
ma sopra tutti l'eremita instando:
e crede veramente che piacere
debba ad Amon quel parentado avere.

15
Quel dì e la notte, e del seguente giorno
steron gran parte col monaco saggio,
quasi obliando al legno far ritorno,
ben che il vento spirasse al lor viaggio.
Ma i lor nocchieri, a cui tanto soggiorno
increscea omai, mandar più d'un messaggio,
che sì li stimular de la partita,
ch'a forza li spiccar da l'eremita.

16
Ruggier che stato era in esilio tanto,
né da lo scoglio avea mai mosso il piede,
tolse licenza da quel mastro santo
ch'insegnata gli avea la vera fede.
La spada Orlando gli rimesse a canto,
l'arme d'Ettorre, e il buon Frontin gli diede;
sì per mostrar del suo amor segno espresso,
sì per saper che dianzi erano d'esso.

17
E quantunque miglior ne l'incantata
spada ragione avesse il paladino,
che con pena e travaglio già levata
l'avea dal formidabile giardino,
che non avea Ruggiero a cui donata
dal ladro fu, che gli diè ancor Frontino;
pur volentier gliele donò col resto
de l'arme, tosto che ne fu richiesto.

18
Fur benedetti dal vecchio devoto,
e sul navilio al fin si ritornaro.
I remi all'acqua, e dier le vele al Noto;
e fu lor sì sereno il tempo e chiaro,
che non vi bisognò priego né voto,
fin che nel porto di Marsilia entraro.
Ma quivi stiano tanto, ch'io conduca
insieme Astolfo, il glorioso duca.

19
Poi che de la vittoria Astolfo intese,
che sanguinosa e poco lieta s'ebbe;
vedendo che sicura da l'offese
d'Africa oggimai Francia esser potrebbe,
pensò che 'l re de' Nubi in suo paese
con l'esercito suo rimanderebbe
per la strada medesima che tenne
quando contra Biserta se ne venne.

20
L'armata che i pagan roppe ne l'onde,
già rimandata avea il figliuol d'Ugiero;
di cui, nuovo miracolo, le sponde
(tosto che ne fu uscito il popul nero)
e le poppe e le prore mutò in fronde,
e ritornolle al suo stato primiero:
poi venne il vento, e come cosa lieve
levolle in aria, e fe' sparire in breve.

21
Chi a piedi e chi in arcion tutte partita
d'Africa fer le nubiane schiere.
Ma prima Astolfo si chiamò infinita
grazia al Senapo ed immortale avere;
che gli venne in persona a dare aita
con ogni sforzo ed ogni suo potere.
Astolfo lor ne l'uterino claustro
a portar diede il fiero e turbido austro.

22
Negli utri, dico, il vento diè lor chiuso,
ch'uscir di mezzodì suol con tal rabbia,
che muove a guisa d'onde, e leva in suso,
e ruota fin in ciel l'arrida sabbia;
acciò se lo portassero a lor uso,
che per camino a far danno non abbia;
e che poi, giunti ne la lor regione,
avessero a lassar fuor di prigione.

23
Scrive Turpino, come furo ai passi
de l'alto Atlante, che i cavalli loro
tutti in un tempo diventaron sassi;
sì che, come venir, se ne tornoro.
Ma tempo è omai ch'Astolfo in Francia passi;
e così, poi che del paese moro
ebbe provisto ai luoghi principali,
all'ippogrifo suo fe' spiegar l'ali.

24
Volò in Sardigna in un batter di penne,
e di Sardigna andò nel lito corso;
e quindi sopra il mar la strada tenne,
torcendo alquanto a man sinistra il morso.
Ne le maremme all'ultimo ritenne
de la ricca Provenza il leggier corso;
dove seguì de l'ippogrifo quanto
gli disse già l'evangelista santo.

25
Hagli commesso il santo evangelista,
che più, giunto in Provenza, non lo sproni;
e ch'all'impeto fier più non resista
con sella e fren, ma libertà gli doni.
Già avea il più basso ciel che sempre acquista
del perder nostro, al corno tolti i suoni;
che muto era restato, non che roco,
tosto ch'entrò 'l guerrier nel divin loco.

26
Venne Astolfo a Marsilia, e venne a punto
il dì che v'era Orlando ed Oliviero
e quel da Montalbano insieme giunto
col buon Sobrino e col meglior Ruggiero.
La memoria del sozio lor defunto
vietò che i paladini non potero
insieme così a punto rallegrarsi,
come in tanta vittoria dovea farsi.

27
Carlo avea di Sicilia avuto avviso
dei duo re morti e di Sobrino preso,
e ch'era stato Brandimarte ucciso;
poi di Ruggiero avea non meno inteso:
e ne stava col lor lieto e col viso
d'aver gittato intolerabil peso,
che gli fu sopra gli omeri sì greve,
che starà un pezzo pria che si rileve.

28
Per onorar costor ch'eran sostegno
del santo Imperio e la maggior colonna,
Carlo mandò la nobiltà del regno
ad incontrarli fin sopra la Sonna.
Egli uscì poi col suo drappel più degno
di re e di duci, e con la propria donna,
fuor de le mura, in compagnia di belle
e ben ornate e nobili donzelle.

29
L'imperator con chiara e lieta fronte,
i paladini e gli amici e i parenti,
la nobiltà, la plebe fanno al conte
ed agli altri d'amor segni evidenti:
gridar s'ode Mongrana e Chiaramonte.
Sì tosto non finir gli abbracciamenti,
Rinaldo e Orlando insieme ed Oliviero
al signor loro appresentar Ruggiero;

30
e gli narrar che di Ruggier di Risa
era figliuol, di virtù uguale al padre:
se sia animoso e forte, ed a che guisa
sappia ferir, san dir le nostre squadre.
Con Bradamante in questo vien Marfisa,
le due compagne nobili e leggiadre:
ad abbracciar Ruggier vien la sorella;
con più rispetto sta l'altra donzella.

31
L'imperator Ruggier fa risalire,
ch'era per riverenza sceso a piede,
e lo fa a par a par seco venire,
e di ciò ch'a onorarlo si richiede,
un punto sol non lassa preterire.
Ben sapea che tornato era alla fede;
che tosto che i guerrier furo all'asciutto,
certificato avean Carlo del tutto.

32
Con pompa trionfal, con festa grande
tornaro insieme dentro alla cittade,
che di frondi verdeggia e di ghirlande:
coperte a panni son tutte le strade:
nembo d'erbe e di fior d'alto si spande,
e sopra e intorno ai vincitori cade,
che da verroni e da finestre amene
donne e donzelle gittano a man piene.

33
Al volgersi dei canti in vari lochi
trovano archi e trofei subito fatti,
che di Biserta le ruine e i fochi
mostran dipinti, ed altri degni fatti;
altrove palchi con diversi giuochi
e spettacoli e mimmi e scenici atti:
ed è per tutti i canti il titol vero
scritto: - Ai liberatori de l'Impero. -

34
Fra il suon d'argute trombe e di canore
pifare e d'ogni musica armonia,
fra riso e plauso, iubilo e favore
del populo ch'a pena vi capia,
smontò al palazzo il magno imperatore,
ove più giorni quella compagnia
con torniamenti, personaggi e farse,
danze e conviti attese a dilettarse.

35
Rinaldo un giorno al padre fe' sapere
che la sorella a Ruggier dar volea;
ch'in presenza d'Orlando per mogliere,
e d'Olivier, promessa glie l'avea;
li quali erano seco d'un parere,
che parentado far non si potea
per nobiltà di sangue e per valore,
che fosse a questo par, non che migliore.

36
Ode Amone il figliuol con qualche sdegno,
che, senza conferirlo seco, gli osa
la figlia maritar, ch'esso ha disegno
che del figliuol di Costantin sia sposa,
non di Ruggier, il qual non ch'abbi regno,
ma non può al mondo dir: questa è mia cosa;
né sa che nobiltà poco si prezza,
e men virtù, se non v'è ancor ricchezza.

37
Ma più d'Amon la moglie Beatrice
biasma il figliuolo e chiamalo arrogante;
e in segreto e in palese contradice
che di Ruggier sia moglie Bradamante:
a tutta sua possanza imperatrice
ha disegnato farla di Levante.
Sta Rinaldo ostinato che non vuole
che manchi un iota de le sue parole.

38
La madre, ch'aver crede alle sue voglie
la magnanima figlia, la conforta
che dica che, più tosto ch'esser moglie
d'un pover cavallier, vuole esser morta;
né mai più per figliuola la raccoglie,
se questa ingiuria dal fratel sopporta:
nieghi pur con audacia, e tenga saldo;
che per sforzar non la sarà Rinaldo.

39
Sta Bradamante tacita, né al detto
de la madre s'arrisca a contradire;
che l'ha in tal riverenza e in tal rispetto,
che non potria pensar non l'ubbidire.
Da l'altra parte terria gran difetto,
se quel che non vuol far, volesse dire.
Non vuol, perché non può; che 'l poco e 'l molto
poter di sé disporre Amor le ha tolto.

40
Né negar, né mostrarsene contenta
s'ardisce; e sol sospira, e non risponde:
poi quando è in luogo ch'altri non la senta,
versan lacrime gli occhi a guisa d'onde;
e parte del dolor che la tormenta,
sentir fa al petto ed alle chiome bionde,
che l'un percuote, e l'altro straccia e frange;
e così parla, e così seco piange:

41
- Ahimè ! vorrò quel che non vuol chi deve
poter del voler mio più che poss'io?
Il voler di mia madre avrò in sì lieve
stima, ch'io lo posponga al voler mio?
Deh! qual peccato puote esser sì grieve
a una donzella, qual biasmo sì rio,
come questo sarà, se, non volendo
chi sempre ho da ubbidir, marito prendo?

42
Avrà, misera me! dunque possanza
la materna pietà, ch'io t'abandoni,
o mio Ruggiero, e ch'a nuova speranza,
a desir nuovo, a nuovo amor mi doni?
O pur la riverenza e l'osservanza
ch'ai buoni padri denno i figli buoni,
porrò da parte, e solo avrò rispetto
al mio bene, al mio gaudio, al mio diletto?

43
So quanto, ahi lassa! debbo far, so quanto
di buona figlia al debito conviensi;
io 'l so: ma che mi val, se non può tanto
la ragion, che non possino più i sensi?
s'Amor la caccia e la far star da canto,
né lassa ch'io disponga, né ch'io pensi
di me dispor, se non quanto a lui piaccia,
e sol, quanto egli detti, io dica e faccia?

44
Figlia d'Amone e di Beatrice sono,
e son, misera me! serva d'Amore.
Dai genitori miei trovar perdono
spero e pietà, s'io caderò in errore:
ma s'io offenderò Amor, chi sarà buono
a schivarmi con prieghi il suo furore,
che sol voglia una di mie scuse udire,
e non mi faccia subito morire?

45
Ohimè! con lunga ed ostinata prova
ho cercato Ruggier trarre alla fede;
ed hollo tratto al fin: ma che mi giova,
se 'l mio ben fare in util d'altri cede?
Così, ma non per sé, l'ape rinuova
il mele ogni anno, e mai non lo possiede.
Ma vo' prima morir, che mai sia vero,
ch'io pigli altro marito, che Ruggiero.

46
S'io non sarò al mio padre ubbidiente,
né alla mia madre, io sarò al mio fratello,
che molto e molto è più di lor prudente,
né gli ha la troppa età tolto il cervello.
E a questo che Rinaldo vuol, consente
Orlando ancora; e per me ho questo e quello:
li quali duo più onora il mondo e teme,
che l'altra nostra gente tutta insieme.

47
Se questi il fior, se questi ognuno stima
la gloria e lo splendor di Chiaramonte;
se sopra gli altri ognun gli alza e sublima
più che non è del piede alta la fronte;
perché debbo voler che di me prima
Amon disponga, che Rinaldo e 'l conte?
Voler nol debbo, tanto men, che messa
in dubbio al Greco, e a Ruggier fui promessa. -

48
Se la donna s'affligge e si tormenta,
né di Ruggier la mente è più quieta;
ch'ancor che di ciò nuova non si senta
per la città, pur non è a lui segreta.
Seco di sua fortuna si lamenta,
la qual fruir tanto suo ben gli vieta,
poi che ricchezze non gli ha date e regni,
di che è stata sì larga a mille indegni.

49
Di tutti gli altri beni, o che concede
Natura al mondo, o proprio studio acquista,
aver tanta e tal parte egli si vede,
qual e quanta altri aver mai s'abbia vista;
ch'a sua bellezza ogni bellezza cede,
ch'a sua possanza è raro chi resista:
di magnanimità, di splendor regio
a nessun, più ch'a lui, si debbe il pregio.

50
Ma il volgo, nel cui arbitrio son gli onori,
che, come pare a lui, li leva e dona
(né dal nome del volgo voglio fuori,
eccetto l'uom prudente, trar persona;
che né papi né re né imperatori
non ne tra' scettro, mitra né corona;
ma la prudenza, ma il giudizio buono,
grazie che dal ciel date a pochi sono);

51
questo volgo (per dir quel ch'io vo' dire)
ch'altro non riverisce che ricchezza,
né vede cosa al mondo, che più ammire,
e senza, nulla cura e nulla apprezza,
sia quanto voglia la beltà, l'ardire,
la possanza del corpo, la destrezza,
la virtù, il senno, la bontà; e più in questo
di ch'ora vi ragiono, che nel resto.

52
Dicea Ruggier: - Se pur è Amon disposto
che la figliuola imperatrice sia,
con Leon non concluda così tosto:
almen termine un anno anco mi dia;
ch'io spero intanto, che da me deposto
Leon col padre de l'imperio fia;
e poi che tolto avrò lor le corone,
genero indegno non sarò d'Amone.

53
Ma se fa senza indugio, come ha detto,
suocero de la figlia Costantino;
s'alla promessa non avrà rispetto
di Rinaldo e d'Orlando suo cugino,
fattami inanzi al vecchio benedetto,
al marchese Uliviero, al re Sobrino,
che farò? vo' patir sì grave torto?
o, prima che patirlo, esser pur morto?

54
Deh che farò? farò dunque vendetta
contra il padre di lei di questo oltraggio?
Non miro ch'io non son per farlo in fretta,
o s'in tentarlo io mi sia stolto o saggio.
Ma voglio presupor ch'a morte io metta
l'iniquo vecchio e tutto il suo lignaggio:
questo non mi farà però contento;
anzi in tutto sarà contra il mio intento.

55
E fu sempre il mio intento, ed è, che m'ami
la bella donna, e non che mi sia odiosa:
ma, quando Amone uccida, o facci o trami
cosa al fratello o agli altri suoi dannosa,
non le do iusta causa che mi chiami
nimico, e più non voglia essermi sposa?
Che debbo dunque far? debbol patire?
Ah non, per Dio! più tosto io vo' morire.

56
Anzi non vo' morir; ma vo' che muoia
con più ragion questo Leone Augusto,
venuto a disturbar tanta mia gioia:
o vo' che muoia egli e 'l suo padre ingiusto.
Elena bella all'amator di Troia
non costò sì, né a tempo più vetusto
Proserpina a Piritoo, come voglio
ch'al padre e al figlio costi il mio cordoglio.

57
Può esser, vita mia, che non ti doglia
lasciare il tuo Ruggier per questo Greco?
Potrà tuo padre far che tu lo toglia,
ancor ch'avesse i tuoi fratelli seco?
Ma sto in timor, ch'abbi più tosto voglia
d'esser d'accordo con Amon, che meco;
e che ti paia assai miglior partito
Cesare aver, ch'un privato uom marito.

58
Sarà possibil mai che nome regio,
titolo imperial, grandezza e pompa,
di Bradamante mia l'animo egregio,
il gran valor, l'alta virtù corrompa?
sì ch'abbia da tenere in minor pregio
la data fede, e le promesse rompa?
né più tosto d'Amon farsi nimica,
che quel che detto m'ha, sempre non dica? -

59
Diceva queste ed altre cose molte
ragionando fra sé Ruggiero; e spesso
le dicea in guisa ch'erano raccolte
da chi talor se gli trovava appresso:
sì che il tormento suo più di due volte
era a colei per cui pativa, espresso,
a cui non dolea meno il sentir lui
così doler, che i propri affanni sui.

60
Ma più d'ogni altro duol che le sia detto,
che tormenti Ruggier, di questo ha doglia,
ch'intende che s'affligge per sospetto
ch'ella lui lasci, e che quel Greco voglia.
Onde, acciò si conforti, e che del petto
questa credenza e questo error si toglia,
per una di sue fide cameriere
gli fe' queste parole un dì sapere:

61
- Ruggier, qual sempre fui, tal esser voglio
fin alla morte, e più, se più si puote.
O siami Amor benigno o m'usi orgoglio,
o me Fortuna in alto o in basso ruote,
immobil son di vera fede scoglio
che d'ogn'intorno il vento e il mar percuote:
né già mai per bonaccia né per verno
luogo mutai, né muterò in eterno.

62
Scarpello si vedrà di piombo o lima
formare in varie imagini diamante,
prima che colpo di Fortuna, o prima
ch'ira d'Amor rompa il mio cor costante;
e si vedrà tornar verso la cima
de l'alpe il fiume turbido e sonante,
che per nuovi accidenti, o buoni o rei,
faccino altro viaggio i pensier miei.

63
A voi, Ruggier, tutto il dominio ho dato
di me, che forse è più ch'altri non crede.
So ben ch'a nuovo principe giurato
non fu di questa mai la maggior fede.
So che né al mondo il più sicuro stato
di questo, re né imperator possiede.
Non vi bisogna far fossa né torre,
per dubbio ch'altri a voi lo venga a torre.

64
Che, senza ch'assoldiate altra persona,
non verrà assalto a cui non si resista.
Non è ricchezza ad espugnarmi buona,
né sì vil prezzo un cor gentile acquista.
Né nobiltà, né altezza di corona,
ch'al sciocco volgo abbagliar suol la vista,
non beltà, ch'in lieve animo può assai,
vedrò, che più di voi mi piaccia mai.

65
Non avete a temer ch'in forma nuova
intagliare il mio cor mai più si possa:
sì l'imagine vostra si ritrova
sculpita in lui, ch'esser non può rimossa.
Che 'l cor non ho di cera, è fatto prova;
che gli diè cento, non ch'una percossa,
Amor, prima che scaglia ne levasse,
quando all'imagin vostra lo ritrasse.

66
Avorio e gemma ed ogni pietra dura
che meglio da l'intaglio si difende,
romper si può; ma non ch'altra figura
prenda, che quella ch'una volta prende.
Non è il mio cor diverso alla natura
del marmo o d'altro ch'al ferro contende.
Prima esser può che tutto Amor lo spezze,
che lo possa sculpir d'altre bellezze. -

67
Suggiunse a queste altre parole molte,
piene d'amor, di fede e di conforto,
da ritornarlo in vita mille volte,
se stato mille volte fosse morto.
Ma quando più de la tempesta tolte
queste speranze esser credeano in porto,
da un nuovo turbo impetuoso e scuro
rispinte in mar, lungi dal lito, furo:

68
però che Bradamante, ch'eseguire
vorria molto più ancor, che non ha detto,
rivocando nel cor l'usato ardire,
e lasciando ir da parte ogni rispetto,
s'appresenta un dì a Carlo, e dice: - Sire,
s'a vostra Maestade alcuno effetto
io feci mai, che le paresse buono,
contenta sia di non negarmi un dono.

69
E prima che più espresso io le lo chieggia,
su la real sua fede mi prometta
farmene grazia; e vorrò poi, che veggia
che sarà iusta la domanda e retta. -
- Merta la tua virtù che dar ti deggia
ciò che domandi, o giovane diletta
(rispose Carlo); e giuro, se ben parte
chiedi del regno mio, di contentarte. -

70
- Il don ch'io bramo da l'Altezza vostra,
è che non lasci mai marito darme
(disse la damigella), se non mostra
che più di me sia valoroso in arme.
Con qualunche mi vuol, prima o con giostra
o con la spada in mano ho da provarme.
Il primo che mi vinca, mi guadagni:
chi vinto sia, con altra s'accompagni. -

71
Disse l'imperator con viso lieto,
che la domanda era di lei ben degna;
e che stesse con l'animo quieto,
che farà a punto quanto ella disegna.
Non è questo parlar fatto in segreto
sì, ch'a notizia altrui tosto non vegna;
e quel giorno medesimo alla vecchia
Beatrice e al vecchio Amon corre all'orecchia.

72
Li quali parimente arser di grande
sdegno contro alla figlia, e di grand'ira;
che vider ben con queste sue domande,
ch'ella a Ruggier più ch'a Leone aspira:
e presti per vietar che non si mande
questo ad effetto, a ch'ella intende e mira,
la levaro con fraude de la corte,
e la menaron seco a Roccaforte.

73
Quest'era una fortezza ch'ad Amone
donato Carlo avea pochi dì inante,
tra Pirpignano assisa e Carcassone,
in loco a ripa il mar, molto importante.
Quivi la ritenean come in prigione
con pensier di mandarla un dì in Levante;
sì ch'ogni modo, voglia ella o non voglia,
lasci Ruggier da parte, e Leon toglia.

74
La valorosa donna, che non meno
era modesta, ch'animosa e forte;
ancor che posto guardia non l'avieno,
e potea entrare e uscir fuor de le porte;
pur stava ubbidiente sotto il freno
del padre: ma patir prigione e morte,
ogni martìre e crudeltà più tosto
che mai lasciar Ruggier, s'avea proposto.

75
Rinaldo, che si vide la sorella
per astuzia d'Amon tolta di mano,
e che dispor non potrà più di quella,
e ch'a Ruggier l'avrà promessa invano;
si duol del padre, e contra a lui favella,
posto il rispetto filial lontano.
Ma poco cura Amon di tai parole,
e di sua figlia a modo suo far vuole.

76
Ruggier, che questo sente, ed ha timore
di rimaner de la sua donna privo,
e che l'abbia o per forza o per amore
Leon, se resta lungamente vivo;
senza parlarne altrui si mette in core
di far che muoia, e sia d'Augusto, Divo;
e tor, se non l'inganna la sua speme,
al padre e a lui la vita e 'l regno insieme.

77
L'arme che fur già del troiano Ettorre,
e poi di Mandricardo, si riveste,
e fa la sella al buon Frontino porre,
e cimier muta, scudo e sopraveste.
A questa impresa non gli piacque torre
l'aquila bianca nel color celeste,
ma un candido liocorno, come giglio,
vuol ne lo scudo, e 'l campo abbia vermiglio.

78
Sceglie de' suoi scudieri il più fedele,
e quel vuole e non altri in compagnia;
e gli fa commission, che non rivele
in alcun loco mai, che Ruggier sia.
Passa la Mosa e 'l Reno, e passa de le
contrade d'Ostericche, in Ungheria;
e lungo l'Istro per la destra riva
tanto cavalca, ch'a Belgrado arriva.

79
Ove la Sava nel Danubio scende,
e verso il mar maggior con lui dà volta,
vede gran gente in padiglioni e tende
sotto l'insegne imperial raccolta;
che Costantino ricovrare intende
quella città che i Bulgari gli han tolta.
Costantin v'è in persona, e 'l figliuol seco
con quanto può tutto l'imperio greco.

80
Dentro a Belgrado, e fuor per tutto il monte,
e giù fin dove il fiume il piè gli lava,
l'esercito del Bulgari gli è a fronte;
e l'uno e l'altro a ber viene alla Sava.
Sul fiume il Greco per gittare il ponte,
il Bulgar per vietarlo armato stava,
quando Ruggier vi giunse; e zuffa grande
attaccata trovò fra le due bande.

81
I Greci son quattro contr'uno, ed hanno
navi coi ponti da gittar ne l'onda;
e di voler fiero sembiante fanno
passar per forza alla sinistra sponda.
Leone intanto, con occulto inganno
dal fiume discostandosi, circonda
molto paese, e poi vi torna, e getta
ne l'altra ripa i ponti, e passa in fretta:

82
e con gran gente, chi in arcion, chi a piede
(che non n'avea di ventimila un manco),
cavalcò lungo la riviera, e diede
con fiero assalto agl'inimici al fianco.
L'imperator, tosto che 'l figlio vede
sul fiume comparirsi al lato manco,
ponte aggiungendo a ponte e nave a nave,
passa di là con quanto esercito have.

83
Il capo, il re de' Bulgari Vatrano,
animoso e prudente e pro' guerriero,
di qua e di là s'affaticava invano
per riparare a un impeto sì fiero;
quando cingendol con robusta mano
Leon, gli fe' cader sotto il destriero:
e poi che dar prigion mai non si volse,
con mille spade la vita gli tolse.

84
I Bulgari sin qui fatto avean testa;
ma quando il lor signor si vider tolto,
e crescer d'ogn'intorno la tempesta,
voltar le spalle ove avean prima il volto.
Ruggier, che misto vien fra i Greci, e questa
sconfitta vede, senza pensar molto,
i Bulgari soccorrer si dispone,
perch'odia Costantino e più Leone.

85
Sprona Frontin che sembra al corso un vento,

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