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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Part 22 out of 25

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con quel Frontin che gira come un torno.
Buon cavallo ha il figliuol di Monodante:
non l'ha peggiore il re di Mezzogiorno;
ha Brigliador che gli don Ruggiero
poi che lo tolse a Mandricardo altiero.

92
Vantaggio ha bene assai de l'armatura;
a tutta prova l'ha buona e perfetta.
Brandimarte la sua tolse a ventura,
qual pot avere a tal bisogno in fretta:
ma sua animosit s l'assicura,
ch'in miglior tosto di cangiarla aspetta;
come che 'l re african d'aspra percossa
la spalla destra gli avea fatta rossa;

93
e serbi da Gradasso anco nel fianco
piaga da non pigliar per da giuoco.
Tanto l'attese al varco il guerrier franco,
che di cacciar la spada trov loco.
Spezz lo scudo, e fer il braccio manco,
e poi ne la man destra il tocc un poco.
Ma questo un scherzo si pu dire e un spasso
verso quel che fa Orlando e 'l re Gradasso.

94
Gradasso ha mezzo Orlando disarmato;
l'elmo gli ha in cima e da dui lati rotto,
e fattogli cader lo scudo al prato,
osbergo e maglia apertagli di sotto:
non l'ha ferito gi, ch'era affatato.
Ma il paladino ha lui peggio condotto:
in faccia, ne la gola, in mezzo il petto
l'ha ferito, oltre a quel che gi v'ho detto.

95
Gradasso disperato, che si vede
del proprio sangue tutto molle e brutto,
e ch'Orlando del suo dal capo al piede
sta dopo tanti colpi ancora asciutto;
leva il brando a due mani, e ben si crede
partirgli il capo, il petto, il ventre e 'l tutto:
e a punto, come vuol, sopra la fronte
percuote a mezza spada il fiero conte.

96
E s'era altro ch'Orlando, l'avria fatto,
l'avria sparato fin sopra la sella:
ma, come colto l'avesse di piatto,
la spada ritorn lucida e bella.
De la percossa Orlando stupefatto,
vide, mirando in terra, alcuna stella:
lasci la briglia, e 'l brando avria lasciato;
ma di catena al braccio era legato.

97
Del suon del colpo fu tanto smarrito
il corridor ch'Orlando avea sul dorso,
che discorrendo il polveroso lito,
mostrando ga quanto era buono al corso.
De la percossa il conte tramortito,
non ha valor di ritenergli il morso.
Segue Gradasso, e l'avria tosto giunto,
poco pi che Baiardo avesse punto.

98
Ma nel voltar degli occhi, il re Agramante
vide condotto all'ultimo periglio:
che ne l'elmo il figliuol di Monodante
col braccio manco gli ha dato di piglio;
e glie l'ha dislacciato gi davante,
e tenta col pugnal nuovo consiglio:
n gli pu far quel re difesa molta,
perch di man gli ha ancor la spada tolta.

99
Volta Gradasso, e pi non segue Orlando,
ma, dove vede il re Agramante, accorre.
L'incauto Brandimarte, non pensando
ch'Orlando costui lasci da s torre,
non gli ha n gli occhi n 'l pensiero, instando
il coltel ne la gola al pagan porre.
Giunge Gradasso, e a tutto suo potere
con la spada a due man l'elmo gli fere.

100
Padre del ciel, d fra gli eletti tuoi
spiriti luogo al martir tuo fedele,
che giunto al fin de' tempestosi suoi
viaggi, in porto ormai lega le vele.
Ah Durindana, dunque esser tu puoi
al tuo signore Orlando s crudele,
che la pi grata compagnia e pi fida
ch'egli abbia al mondo, inanzi tu gli uccida?

101
Di ferro un cerchio grosso era duo dita
intorno all'elmo, e fu tagliato e rotto
dal gravissimo colpo, e fu partita
la cuffia de l'acciar ch'era di sotto.
Brandimarte con faccia sbigottita
gi del destrier si riversci di botto;
e fuor del capo fe' con larga vena
correr di sangue un fiume in su l'arena.

102
Il conte si risente, e gli occhi gira,
ed ha il suo Brandimarte in terra scorto;
e sopra in atto il Serican gli mira,
che ben conoscer pu che glie l'ha morto.
Non so se in lui pot pi il duolo o l'ira;
ma da piangere il tempo avea s corto,
che rest il duolo, e l'ira usc pi in fretta.
Ma tempo ormai che fine al canto io metta.

CANTO QUARANTADUESIMO

1
Qual duro freno o qual ferrigno nodo,
qual, s'esser pu, catena di diamante
far che l'ira servi ordine e modo,
che non trascorra oltre al prescritto inante,
quando persona che con saldo chiodo
t'abbia gi fissa Amor nel cor costante,
tu vegga o per violenza o per inganno
patire o disonore o mortal danno?

2
E s'a crudel, s'ad inumano effetto
quell'impeto talor l'animo svia,
merita escusa, perch allor del petto
non ha ragione imperio n bala.
Achille, poi che sotto il falso elmetto
vide Patrclo insanguinar la via,
d'uccider chi l'uccise non fu sazio,
se nol traea, se non ne facea strazio.

3
Invitto Alfonso, simile ira accese
la vostra gente il d che vi percosse
la fronte il grave sasso, e s v'offese,
ch'ognun pens che l'alma gita fosse:
l'accese in tal furor, che non difese
vostri inimici argini o mura o fosse,
che non fossino insieme tutti morti,
senza lasciar chi la novella porti.

4
Il vedervi cader caus il dolore
che i vostri a furor mosse e a crudeltade.
S'eravate in pi voi, forse minore
licenza avriano avute le lor spade.
Eravi assai, che la Bastia in manche ore
v'aveste ritornata in potestade,
che tolta in giorni a voi non era stata
da gente cordovese e di Granata.

5
Forse fu da Dio vindice permesso
che vi trovaste a quel caso impedito,
acci che 'l crudo e scelerato eccesso
che dianzi fatto avean, fosse punito:
che, poi ch'in lor man vinto si fu messo
il miser Vestidel, lasso e ferito,
senz'arme fu tra cento spade ucciso
dal popul la pi parte circonciso.

6
Ma perch'io vo' concludere, vi dico
che nessun'altra quell'ira pareggia,
quando signor, parente, o sozio antico
dinanzi agli occhi ingiuriar ti veggia.
Dunque ben dritto per s caro amico,
che subit'ira il cor d'Orlando feggia;
che de l'orribil colpo che gli diede
il re Gradasso, morto in terra il vede.

7
Quel nomade pastor che vedut'abbia
fuggir strisciando l'orrido serpente
che il figliuol che giocava ne la sabbia,
ucciso gli ha col venenoso dente,
stringe il baston con colera e con rabbia;
tal la spada d'ogni altra pi tagliente
stringe con ira il cavallier d'Anglante:
il primo che trov, fu 'l re Agramante;

8
che sanguinoso e de la spada privo,
con mezzo scudo e con l'elmo disciolto,
e ferito in pi parti ch'io non scrivo,
s'era di man di Brandimarte tolto,
come di pi all'astor sparvier mal vivo,
a cui lasci alla coda invido o stolto.
Orlando giunse, e messe il colpo giusto
ove il capo si termina col busto.

9
Sciolto era l'elmo e disarmato il collo,
s che lo tagli netto come un giunco.
Cadde, e di nel sabbion l'ultimo crollo
del regnator di Libia il grave trunco.
Corse lo spirto all'acque, onde tirollo
Caron nel legno suo col graffio adunco.
Orlando sopra lui non si ritarda,
ma trova il Serican con Balisarda.

10
Come vide Gradasso d'Agramante
cadere il busto dal capo diviso;
quel ch'accaduto mai non gli era inante,
trem nel core e si smarr nel viso;
e all'arrivar del cavallier d'Anglante,
presago del suo mal, parve conquiso.
Per schermo suo partito alcun non prese,
quando il colpo mortal sopra gli scese.

11
Orlando lo fer nel destro fianco
sotto l'ultima costa; e il ferro, immerso
nel ventre, un palmo usc dal lato manco,
di sangue sin all'elsa tutto asperso.
Mostr ben che di man fu del pi franco
e del meglior guerrier de l'universo
il colpo ch'un signor condusse a morte,
di cui non era in Pagania il pi forte.

12
Di tal vittoria non troppo gioioso,
presto di sella il paladin si getta;
e col viso turbato e lacrimoso
a Brandimarte suo corre a gran fretta.
Gli vede intorno il campo sanguinoso:
l'elmo che par ch'aperto abbia una accetta,
se fosse stato fral pi che di scorza,
difeso non l'avria con minor forza.

13
Orlando l'elmo gli lev dal viso,
e ritrov che 'l capo sino al naso
fra l'uno e l'altro ciglio era diviso:
ma pur gli tanto spirto anco rimaso,
che de' suoi falli al Re del paradiso
pu domandar perdono anzi l'occaso;
e confortare il conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza puote;

14
e dirgli: - Orlando, fa che ti raccordi
di me ne l'orazion tue grate a Dio;
n men ti raccomando la mia Fiordi... -
ma dir non pot: - ... ligi -, e qui finio.
E voci e suoni d'angeli concordi
tosto in aria s'udir, che l'alma usco;
la qual disciolta dal corporeo velo
fra dolce melodia sal nel cielo.

15
Orlando, ancor che far dovea allegrezza
di s devoto fine, e sapea certo
che Brandimarte alla suprema altezza
salito era (che 'l ciel gli vide aperto);
pur da la umana volontade, avezza
coi fragil sensi, male era sofferto
ch'un tal pi che fratel gli fosse tolto,
e non aver di pianto umido il volto.

16
Sobrin che molto sangue avea perduto,
che gli piovea sul fianco e su le gote,
riverso gi gran pezzo era caduto,
e aver ne dovea ormai le vene vote.
Ancor giacea Olivier, n riavuto
il piede avea, n riaver lo puote
se non ismosso, e de lo star che tanto
gli fece il destrier sopra, mezzo infranto:

17
e se 'l cognato non vena ad aitarlo
(s come lacrimoso era e dolente),
per s medesmo non potea ritrarlo;
e tanta doglia e tal martr ne sente,
che ritratto che l'ebbe, n a mutarlo
n a fermarvisi sopra era possente;
e n'ha insieme la gamba s stordita,
che muover non si pu, se non si aita.

18
De la vittoria poco rallegrosse
Orlando; e troppo gli era acerbo e duro
veder che morto Brandimarte fosse,
n del cognato molto esser sicuro.
Sobrin, che vivea ancora, ritrovosse,
ma poco chiaro avea con molto oscuro;
che la sua vita per l'uscito sangue
era vicina a rimanere esangue.

19
Lo fece tor, che tutto era sanguigno,
il conte, e medicar discretamente;
e confortollo con parlar benigno,
come se stato gli fosse parente;
che dopo il fatto nulla di maligno
in s tenea, ma tutto era clemente.
Fece dei morti arme e cavalli torre;
del resto a' servi lor lasci disporre.

20
Qui de la istoria mia, che non sia vera,
Federigo Fulgoso in dubbio alquanto;
che con l'armata avendo la riviera
di Barberia trascorsa in ogni canto,
capit quivi, e l'isola s fiera,
montuosa e inegual ritrov tanto,
che non , dice, in tutto il luogo strano,
ove un sol pi si possa metter piano:

21
n verisimil tien che ne l'alpestre
scoglio sei cavallieri, il fior del mondo,
potesson far quella battaglia equestre.
Alla quale obiezion cos rispondo:
ch'a quel tempo una piazza de le destre,
che sieno a questo, avea lo scoglio al fondo;
ma poi, ch'un sasso che 'l tremuoto aperse,
le cadde sopra, e tutta la coperse.

22
S che, o chiaro fulgor de la Fulgosa
stirpe, o serena, o sempre viva luce,
se mai mi riprendeste in questa cosa,
e forse inanti a quello invitto duce
per cui la vostra patria or si riposa,
lascia ogni odio, e in amor tutta s'induce;
vi priego che non siate a dirgli tardo,
ch'esser pu che n in questo io sia bugiardo.

23
In questo tempo, alzando gli occhi al mare,
vide Orlando venire a vela in fretta
un navilio leggier, che di calare
facea sembiante sopra l'isoletta.
Di chi si fosse, io non voglio or contare,
perc'ho pi d'uno altrove che m'aspetta.
Veggiamo in Francia, poi che spinto n'hanno
i Saracin, se mesti o lieti stanno.

24
Veggin che fa quella fedele amante
che vede il suo contento ir s lontano;
dico la travagliata Bradamante,
poi che ritrova il giuramento vano,
ch'avea fatto Ruggier pochi d inante,
udendo il nostro e l'altro stuol pagano.
Poi ch'in questo ancor manca, non le avanza
in ch'ella debba pi metter speranza.

25
E ripetendo i pianti e le querele
che pur troppo domestiche le furo,
torn a sua usanza a nominar crudele
Ruggiero, e 'l suo destin spietato e duro.
Indi sciogliendo al gran dolor le vele,
il ciel, che consentia tanto pergiuro,
n fatto n'avea ancor segno evidente,
ingiusto chiama, debole e impotente.

26
Ad accusar Melissa si converse,
e maledir l'oracol de la grotta;
ch'a lor mendace suasion s'immerse
nel mar d'amore, ov' a morir condotta.
Poi con Marfisa ritorn a dolerse
del suo fratel che le ha la fede rotta:
con lei grida e si sfoga, e le domanda,
piangendo, aiuto, e se le raccomanda.

27
Marfisa si ristringe ne le spalle,
e, quel sol che p far, le d conforto;
n crede che Ruggier mai cos falle,
ch'a lei non debba ritornar di corto.
E se non torna pur, sua fede dalle,
ch'ella non patir s grave torto;
o che battaglia piglier con esso,
o gli far osservar ci c'ha promesso.

28
Cos fa ch'ella un poco il duol raffrena;
ch'avendo ove sfogarlo, meno acerbo.
Or ch'abbiam vista Bradamante in pena,
chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo;
veggiamo ancor, se miglior vita mena
il fratel suo che non ha polso o nerbo,
osso o medolla che non senta caldo
de le fiamme d'amor; dico Rinaldo.

29
dico Rinaldo, il qual, come sapete,
Angelica la bella amava tanto;
n l'avea tratto all'amorosa rete
s la belt di lei, come l'incanto.
Aveano gli altri paladin quiete,
essendo ai Mori ogni vigore affranto:
tra i vincitori era rimaso solo
egli captivo in amoroso duolo.

30
Cento messi a cercar che di lei fusse
avea mandato, e cerconne egli stesso.
Al fine a Malagigi si ridusse,
che nei bisogni suoi l'aiut spesso.
A narrar il suo amor se gli condusse
col viso rosso e col ciglio demesso;
indi lo priega che gli insegni dove
la desiata Angelica si trove.

31
Gran maraviglia di s strano caso
va rivolgendo a Malagigi il petto.
Sa che sol per Rinaldo era rimaso
d'averla cento volte e pi nel letto:
ed egli stesso, acci che persuaso
fosse di questo, avea assai fatto e detto
con prieghi e con minacce per piegarlo;
n mai avuto avea poter di farlo:

32
e tanto pi, ch'allor Rinaldo avrebbe
tratto fuor Malagigi di prigione.
Fare or spontaneamente lo vorrebbe,
che nulla giova, e n'ha minor cagione.
Poi priega lui che ricordar si debbe
pur quanto ha offeso in questo oltr'a ragione;
che per negargli gi, vi manc poco
di non farlo morire in scuro loco.

33
Ma quanto a Malagigi le domande
di Rinaldo importune pi pareano,
tanto, che l'amor suo fosse pi grande,
indizio manifesto gli faceano.
I prieghi che con lui vani non spande,
fan che subito immerge ne l'oceano
ogni memoria de la ingiuria vecchia,
e che a dargli soccorso s'apparecchia.

34
Termine tolse alla risposta, e spene
gli di, che favorevol gli saria,
e che gli sapr dir la via che tiene
Angelica, o sia in Francia o dove sia.
E quindi Malagigi al luogo viene
ove i demoni scongiurar solia,
ch'era fra monti inaccessibil grotta:
apre il libro, e li spirti chiama in frotta.

35
Poi ne sceglie un che de' casi d'amore
avea notizia, e da lui saper volle,
come sia che Rinaldo ch'avea il core
dianzi s duro, or l'abbia tanto molle:
e di quelle due fonti ode il tenore,
di che l'una d il fuoco, e l'altra il tolle;
e al mal che l'una fa, nulla soccorre,
se non l'altra acqua che contraria corre.

36
Ed ode come avendo gi di quella
che l'amor caccia, beuto Rinaldo,
ai lunghi prieghi d'Angelica bella
si dimostr cos ostinato e saldo;
e che poi giunto per sua iniqua stella
a ber ne l'altra l'amoroso caldo,
torn ad amar, per forza di quelle acque,
lei che pur dianzi oltr'al dover gli spiacque.

37
Da iniqua stella e fier destin fu giunto
a ber la fiamma in quel ghiacciato rivo;
perch Angelica venne quasi a un punto
a ber ne l'altro di dolcezza privo,
che d'ogni amor le lasci il cor s emunto,
ch'indi ebbe lui pi che le serpi a schivo:
egli am lei, e l'amor giunse al segno
in ch'era gi di lei l'odio e lo sdegno.

38
Del caso strano di Rinaldo a pieno
fu Malagigi dal demonio istrutto,
che gli narr d'Angelica non meno,
ch'a un giovine african si don in tutto;
e come poi lasciato avea il terreno
tutto d'Europa, e per l'instabil flutto
verso India sciolto avea dai liti ispani
su l'audaci galee de' Catallani.

39
Poi che venne il cugin per la risposta,
molto gli disuase Malagigi
di pi Angelica amar, che s'era posta
d'un vilissimo barbaro ai servigi;
ed ora s da Francia si discosta,
che mal seguir se ne potria i vestigi:
ch'era oggimai pi l ch'a mezza strada,
per andar con Medoro in sua contrada.

40
La partita d'Angelica non molto
sarebbe grave all'animoso amante;
n pur gli avria turbato il sonno, o tolto
il pensier di tornarsene in Levante:
ma sentendo ch'avea del suo amor colto
un Saracino le primizie inante,
tal passione e tal cordoglio sente,
che non fu in vita sua, mai, pi dolente.

41
Non ha poter d'una risposta sola;
triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia;
non pu la lingua disnodar parola;
la bocca ha amara, e par che tosco v'abbia.
Da Malagigi subito s'invola;
e come il caccia la gelosa rabbia,
dopo gran pianto e gran ramaricarsi,
verso Levante fa pensier tornarsi.

42
Chiede licenza al figlio di Pipino:
e trova scusa che 'l destrier Baiardo,
che ne mena Gradasso saracino
contra il dover di cavallier gagliardo,
lo muove per suo onore a quel camino,
acci che vieti al Serican bugiardo
di mai vantarsi che con spada o lancia
l'abbia levato a un paladin di Francia.

43
Lasciollo andar con sua licenza Carlo,
ben che ne fu con tutta Francia mesto;
ma finalmente non seppe negarlo,
tanto gli parve il desiderio onesto.
Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo;
ma lo niega Rinaldo a quello e a questo.
Lascia Parigi, e se ne va via solo,
pien di sospiri e d'amoroso duolo.

44
Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle,
ch'averla mille volte avea potuto,
e mille volte avea ostinato e folle
di s rara belt fatto rifiuto;
e di tanto piacer ch'aver non volle,
s bello e s buon tempo era perduto:
ed ora eleggerebbe un giorno corto
averne solo, e rimaner poi morto.

45
Ha sempre in mente, e mai non se ne parte,
come esser puote ch'un povero fante
abbia del cor di lei spinto da parte
merito e amor d'ogni altro primo amante.
Con tal pensier che 'l cor gli straccia e parte,
Rinaldo se ne va verso Levante;
e dritto al Reno e a Basilea si tiene,
fin che d'Ardenna alla gran selva viene.

46
Poi che fu dentro a molte miglia andato
il paladin pel bosco aventuroso,
da ville e da castella allontanato,
ove aspro era pi il luogo e periglioso,
tutto in un tratto vide il ciel turbato,
sparito il sol tra nuvoli nascoso,
ed uscir fuor d'una caverna oscura
un strano mostro in feminil figura.

47
Mill'occhi in capo avea senza palpbre;
non pu serrarli, e non credo che dorma:
non men che gli occhi, avea l'orecchie crebre;
avea in loco de crin serpi a gran torma.
Fuor de le diaboliche tenbre
nel mondo usc la spaventevol forma.
Un fiero e maggior serpe ha per la coda,
che pel petto si gira e che l'annoda.

48
Quel ch'a Rinaldo in mille e mille imprese
pi non avvenne mai, quivi gli avviene;
che come vede il mostro ch'all'offese
se gli apparecchia, e ch'a trovar lo viene,
tanta paura, quanta mai non scese
in altri forse, gli entra ne le vene:
ma pur l'usato ardir simula e finge,
e con trepida man la spada stringe.

49
S'acconcia il mostro in guisa al fiero assalto,
che si pu dir che sia mastro di guerra:
vibra il serpente venenoso in alto,
e poi contra Rinaldo si disserra;
di qua di l gli vien sopra a gran salto.
Rinaldo contra lui vaneggia ed erra:
colpi a dritto e a riverso tira assai,
ma non ne tira alcun che fera mai.

50
Il mostro al petto il serpe ora gli appicca,
che sotto l'arme e sin nel cor l'agghiaccia;
ora per la visiera gliele ficca,
e fa ch'erra pel collo e per la faccia.
Rinaldo da l'impresa si dispicca,
e quanto pu con sproni il destrier caccia:
ma la Furia infernal gi non par zoppa,
che spicca un salto, e gli subito in groppa.

51
Vada al traverso, al dritto, ove si voglia,
sempre ha con lui la maledetta peste;
n sa modo trovar, che se ne scioglia,
ben che 'l destrier di calcitrar non reste.
Triema a Rinaldo il cor come una foglia:
non ch'altrimente il serpe lo moleste;
ma tanto orror ne sente e tanto schivo,
che stride e geme, e duolsi ch'egli vivo.

52
Nel pi tristo sentier, nel peggior calle
scorrendo va, nel pi intricato bosco,
ove ha pi asprezza il balzo, ove la valle
pi spinosa, ov' l'aer pi fosco,
cos sperando torsi da le spalle
quel brutto, abominoso, orrido tosco;
e ne saria mal capitato forse,
se tosto non giungea chi lo soccorse.

53
Ma lo soccorse a tempo un cavalliero
di bello armato e lucido metallo,
che porta un giogo rotto per cimiero,
di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo;
cos trapunto il suo vestire altiero,
cos la sopravesta del cavallo:
la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco,
e la mazza all'arcion, che getta foco.

54
Piena d'un foco eterno quella mazza,
che senza consumarsi ognora avampa:
n per buon scudo o tempra di corazza
o per grossezza d'elmo se ne scampa.
Dunque si debbe il cavallier far piazza,
giri ove vuol l'inestinguibil lampa:
n manco bisognava al guerrier nostro,
per levarlo di man del crudel mostro.

55
E come cavallier d'animo saldo,
ove ha udito il rumor, corre e galoppa,
tanto che vede il mostro che Rinaldo
col brutto serpe in mille nodi agroppa,
e sentir fagli a un tempo freddo e caldo;
che non ha via di torlosi di groppa.
Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco,
e lo fa trabboccar dal lato manco.

56
Ma quello a pena in terra che si rizza,
e il lungo serpe intorno aggira e vibra.
Quest'altro pi con l'asta non l'attizza;
ma di farla col fuoco si delibra.
La mazza impugna, e dove il serpe guizza,
spessi come tempesta i colpi libra;
n lascia tempo a quel brutto animale,
che possa farne un solo o bene o male:

57
e mentre a dietro il caccia o tiene a bada,
e lo percuote, e vendica mille onte,
consiglia il paladin che se ne vada
per quella via che s'alza verso il monte.
Quel s'appiglia al consiglio ed alla strada;
e senza dietro mai volger la fronte,
non cessa, che di vista se gli tolle,
ben che molto aspro era a salir quel colle.

58
Il cavallier, poi ch'alla scura buca
fece tornare il mostro da l'inferno,
ove rode se stesso e si manuca,
e da mille occhi versa il pianto eterno;
per esser di Rinaldo guida e duca
gli sal dietro, e sul giogo superno
gli fu alle spalle, e si mise con lui
per trarlo fuor de' luoghi oscuri e bui.

59
Come Rinaldo il vide ritornato,
gli disse che gli avea grazia infinita,
e ch'era debitore in ogni lato
di porre a beneficio suo la vita.
Poi lo domanda come sia nomato,
acci dir sappia chi gli ha dato aita,
e tra guerrieri possa e inanzi a Carlo
de l'alta sua bont sempre esaltarlo.

60
Rispose il cavallier: - Non ti rincresca
se 'l nome mio scoprir non ti vogli'ora:
ben tel dir prima ch'un passo cresca
l'ombra; che ci sar poca dimora. -
Trovaro, andando insieme, un'acqua fresca
che col suo mormorio facea talora
pastori e viandanti al chiaro rio
venire, e berne l'amoroso oblio.

61
Signor, queste eran quelle gelide acque,
quelle che spengon l'amoroso caldo;
di cui bevendo, ad Angelica nacque
l'odio ch'ebbe di poi sempre a Rinaldo.
E s'ella un tempo a lui prima dispiacque,
e se ne l'odio il ritrov s saldo,
non deriv, Signor, la causa altronde,
se non d'aver beuto di queste onde.

62
Il cavallier che con Rinaldo viene,
come si vede inanzi al chiaro rivo,
caldo per la fatica il destrier tiene,
e dice: - Il posar qui non fia nocivo. -
- Non fia (disse Rinaldo) se non bene;
ch'oltre che prema il mezzogiorno estivo,
m'ha cos il brutto mostro travagliato,
che 'l riposar mi fia commodo e grato. -

63
L'un e l'altro smont del suo cavallo,
e pascer lo lasci per la foresta;
e nel fiorito verde a rosso e a giallo
ambi si trasson l'elmo de la testa.
Corse Rinaldo al liquido cristallo,
spinto da caldo e da sete molesta,
e cacci, a un sorso del freddo liquore,
dal petto ardente e la sete e l'amore.

64
Quando lo vide l'altro cavalliero
la bocca sollevar de l'acqua molle,
e ritrarne pentito ogni pensiero
di quel desir ch'ebbe d'amor s folle;
si lev ritto, e con sembiante altiero
gli disse quel che dianzi dir non volle:
- Sappi, Rinaldo, il nome mio lo Sdegno,
venuto sol per sciorti il giogo indegno. -

65
Cos dicendo, subito gli sparve,
e sparve insieme il suo destrier con lui.
Questo a Rinaldo un gran miracol parve;
s'aggir intorno, e disse: - Ove costui? -
Stimar non sa se sian magiche larve,
che Malagigi un de' ministri sui
gli abbia mandato a romper la catena
che lungamente l'ha tenuto in pena:

66
o pur che Dio da l'alta ierarchia
gli abbia per ineffabil sua bontade
mandato, come gi mand a Tobia,
un angelo a levar di cecitade.
Ma buono o rio demonio, o quel che sia,
che gli ha renduta la sua libertade,
ringrazia e loda; e da lui sol conosce
che sano ha il cor da l'amorose angosce.

67
Gli fu nel primier odio ritornata
Angelica; e gli parve troppo indegna
d'esser, non che s lungi seguitata,
ma che per lei pur mezza lega vegna.
Per Baiardo riaver tutta fiata
verso India in Sericana andar disegna,
s perch l'onor suo lo stringe a farlo,
s per averne gi parlato a Carlo.

68
Giunse il giorno seguente a Basilea,
ove la nuova era venuta inante,
che 'l conte Orlando aver pugna dovea
contra Gradasso e contro il re Agramante.
N questo per aviso si sapea,
ch'avesse dato il cavallier d'Anglante;
ma di Sicilia in fretta venut'era
chi la novella v'apport per vera.

69
Rinaldo vuol trovarsi con Orlando
alla battaglia, e se ne vede lunge.
Di dieci in dieci miglia va mutando
cavalli e guide, e corre e sferza e punge.
Passa il Reno a Costanza, e in su volando,
traversa l'Alpe, ed in Italia giunge.
Verona a dietro, a dietro Mantua lassa;
sul Po si trova, e con gran fretta il passa.

70
Gi s'inchinava il sol molto alla sera,
e gi apparia nel ciel la prima stella,
quando Rinaldo in ripa alla riviera
stando in pensier s'avea da mutar sella,
o tanto soggiornar, che l'aria nera
fuggisse inanzi all'altra aurora bella,
venir si vede un cavalliero inanti
cortese ne l'aspetto e nei sembianti.

71
Costui, dopo il saluto, con bel modo
gli domand s'aggiunto a moglie fosse.
Disse Rinaldo: - Io son nel giugal nodo: -
ma di tal domandar maravigliosse.
Soggiunse quel: - Che sia cos, ne godo. -
Poi, per chiarir perch tal detto mosse,
disse: - Io ti priego che tu sia contento
ch'io ti dia questa sera alloggiamento;

72
che ti far veder cosa che debbe
ben volentieri veder chi ha moglie a lato. -
Rinaldo, s perch posar vorrebbe,
ormai di correr tanto affaticato;
s perch di vedere e d'udire ebbe
sempre aventure un desiderio innato;
accett l'offerir del cavalliero,
e dietro gli pigli nuovo sentiero.

73
Un tratto d'arco fuor di strada usciro,
e inanzi un gran palazzo si trovaro,
onde scudieri in gran frotta veniro
con torchi accesi, e fero intorno chiaro.
Entr Rinaldo, e volt gli occhi in giro,
e vide loco il qual si vede raro,
di gran fabrica e bella e bene intesa;
n a privato uom convenia tanta spesa.

74
Di serpentin, di porfido le dure
pietre fan de la porta il ricco volto.
Quel che chiude di bronzo, con figure
che sembrano spirar, muovere il volto.
Sotto un arco poi s'entra, ove misture
di bel musaico ingannan l'occhio molto.
Quindi si va in un quadro ch'ogni faccia
de le sue logge ha lunga cento braccia.

75
La sua porta ha per s ciascuna loggia,
e tra la porta e s ciascuna ha un arco:
d'ampiezza pari son, ma varia foggia
fe' d'ornamenti il mastro lor non parco.
Da ciascuno arco s'entra, ove si poggia
s facil, ch'un somier vi pu gir carco.
Un altro arco di su trova ogni scala;
e s'entra per ogni arco in una sala.

76
Gli archi di sopra escono fuor del segno
tanto, che fan coperchio alle gran porte;
e ciascun due colonne ha per sostegno,
altre di bronzo, altre di pietra forte.
Lungo sar, se tutti vi disegno
gli ornati alloggiamenti de la corte;
e oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto
la cava terra il mastro avea ridotto.

77
L'alte colonne e i capitelli d'oro,
da che i gemmati palchi eran suffulti,
i peregrini marmi che vi foro
da dotta mano in varie forme sculti,
pitture e getti, e tant'altro lavoro
(ben che la notte agli occhi il pi ne occulti),
mostran che non bastaro a tanta mole
di duo re insieme le ricchezze sole.

78
Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli,
ch'erano assai ne la gioconda stanza,
v'era una fonte che per pi ruscelli
spargea freschissime acque in abondanza.
Poste le mense avean quivi i donzelli;
ch'era nel mezzo per ugual distanza:
vedeva, e parimente veduta era
da quattro porte de la casa altiera.

79
Fatta da mastro diligente e dotto
la fonte era con molta e suttil opra,
di loggia a guisa, o padiglion ch'in otto
facce distinto, intorno adombri e cuopra.
Un ciel d'oro, che tutto era di sotto
colorito di smalto, le sta sopra;
ed otto statue son di marmo bianco,
che sostengon quel ciel col braccio manco.

80
Ne la man destra il corno d'Amaltea
sculto aveva lor l'ingenioso mastro,
onde con grato murmure cadea
l'acqua di fuore in vaso d'alabastro;
ed a sembianza di gran donna avea
ridutto con grande arte ogni pilastro.
Son d'abito e di faccia differente,
ma grazia hanno e belt tutte ugualmente.

81
Fermava il pi ciascuno di questi segni
sopra due belle imagini pi basse,
che con la bocca aperta facean segni
che 'l canto e l'armonia lor dilettasse;
e quell'atto in che son, par che disegni
che l'opra e studio lor tutto lodasse
le belle donne che sugli omeri hanno,
se fosser quei di cu' in sembianza stanno.

82
I simulacri inferiori in mano
avean lunghe ed amplissime scritture,
ove facean con molta laude piano
i nomi de le pi degne figure;
e mostravano ancor poco lontano
i propri loro in note non oscure.
Mir Rinaldo a lume di doppieri
le donne ad una ad una e i cavallieri.

83
La prima iscrizion ch'agli occhi occorre,
con lungo onor Lucrezia Borgia noma,
la cui bellezza ed onest preporre
debbe all'antiqua la sua patria Roma.
I duo che voluto han sopra s torre
tanto eccellente ed onorata soma,
noma lo scritto, Antonio Tebaldeo,
Ercole Strozza: un Lino ed uno Orfeo.

84
Non men gioconda statua n men bella
si vede appresso, e la scrittura dice:
- Ecco la figlia d'Ercole, Issabella,
per cui Ferrara si terr felice
via pi, perch in lei nata sar quella,
che d'altro ben che prospera e fautrice
e benigna Fortuna dar le deve,
volgendo gli anni nel suo corso lieve. -

85
I duo che mostran disiosi affetti
che la gloria di lei sempre risuone,
Gian Iacobi ugualmente erano detti,
l'uno Calandra, e l'altro Bardelone.
Nel terzo e quarto loco ove per stretti
rivi l'acqua esce fuor del padiglione,
due donne son, che patria, stirpe, onore
hanno di par, di par belt e valore.

86
Elissabetta l'una e Leonora
nominata era l'altra: e fia, per quanto
narrava il marmo sculto, d'esse ancora
s gloriosa la terra di Manto,
che di Vergilio, che tanto l'onora,
pi che di queste, non si dar vanto.
Avea la prima a pi del sacro lembo
Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo.

87
Uno elegante Castiglione, e un culto
Muzio Arelio de l'altra eran sostegni.
Di questi nomi era il bel marmo sculto,
ignoti allora, or s famosi e degni.
Veggon poi quella a cui dal cielo indulto
tanta virt sar, quanta ne regni,
o mai regnata in alcun tempo sia,
versata da Fortuna or buona or ria.

88
Lo scritto d'oro esser costei dichiara
Lucrezia Bentivoglia; e fra le lode
pone di lei, che 'l duca di Ferrara
d'esserle padre si rallegra e gode.
Di costei canta con soave e chiara
voce un Camil che 'l Reno e Felsina ode
con tanta attenzion, tanto stupore,
con quanta Anfriso ud gi il suo pastore;

89
ed un per cui la terra, ove l'Isauro
le sue dolci acque insala in maggior vase,
nominata sar da l'Indo al Mauro,
e da l'austrine all'iperboree case,
via pi che per pesare il romano auro,
di che perpetuo nome le rimase;
Guido Postumo, a cui doppia corona
Pallade quinci, e quindi Febo dona.

90
L'altra che segue in ordine, Diana.
- Non guardar (dice il marmo scritto) ch'ella
sia altiera in vista; che nel core umana
non sar per men ch'in viso bella. -
Il dotto Celio Calcagnin lontana
far la gloria e 'l bel nome di quella
nel regno di Monese, in quel di Iuba,
in India e Spagna udir con chiara tuba:

91
ed un Marco Cavallo, che tal fonte
far di poesia nascer d'Ancona,
qual fe' il cavallo alato uscir del monte,
non so se di Parnasso o d'Elicona.
Beatrice appresso a questo alza la fronte,
di cui lo scritto suo cos ragiona:
- Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia infelice alla sua morte;

92
anzi tutta l'Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei, captiva. -
Un signor di Coreggio di costei
con alto stil par che cantando scriva,
e Timoteo, l'onor de' Bendedei:
ambi faran tra l'una e l'altra riva
fermare al suon de' lor soavi plettri
il fiume ove sudar gli antiqui elettri.

93
Tra questo loco e quel de la colonna
che fu sculpita in Borgia, com' detto,
formata in alabastro una gran donna
era di tanto e s sublime aspetto,
che sotto puro velo, in nera gonna,
senza oro e gemme, in un vestire schietto,
tra le pi adorne non parea men bella,
che sia tra l'altre la ciprigna stella.

94
Non si potea, ben contemplando fiso,
conoscer se pi grazia o pi beltade,
o maggior maest fosse nel viso,
o pi indizio d'ingegno o d'onestade.
- Chi vorr di costei (dicea l'inciso
marmo) parlar, quanto parlar n'accade,
ben torr impresa pi d'ogn'altra degna;
ma non per ch'a fin mai se ne vegna. -

95
Dolce quantunque e pien di grazia tanto
fosse il suo bello e ben formato segno,
parea sdegnarsi che con umil canto
ardisse lei lodar s rozzo ingegno,
com'era quel che sol, senz'altri a canto
(non so perch), le fu fatto sostegno.
Di tutto 'l resto erano i nomi sculti;
sol questi due l'artefice avea occulti.

96
Fanno le statue in mezzo un luogo tondo,
che 'l pavimento asciutto ha di corallo,
di freddo soavissimo giocondo,
che rendea il puro e liquido cristallo,
che di fuor cade in un canal fecondo,
che 'l prato verde, azzurro, bianco e giallo
rigando, scorre per vari ruscelli,
grato alle morbide erbe e agli arbuscelli.

97
Col cortese oste ragionando stava
il paladino a mensa; e spesso spesso,
senza pi differir, gli ricordava
che gli attenesse quanto avea promesso:
e ad or ad or mirandolo, osservava
ch'avea di grande affanno il core oppresso;
che non pu star momento che non abbia
un cocente sospiro in su le labbia.

98
Spesso la voce dal disio cacciata
viene a Rinaldo sin presso alla bocca
per domandarlo; e quivi, raffrenata
di cortese modestia, fuor non scocca.
Ora essendo la cena terminata,
ecco un donzello a chi l'ufficio tocca,
pon su la mensa un bel nappo d'or fino,
di fuor di gemme, e dentro pien di vino.

99
Il signor de la casa allora alquanto
sorridendo, a Rinaldo lev il viso;
ma chi ben lo notava, pi di pianto
parea ch'avesse voglia che di riso.
Disse: - Ora a quel che mi ricordi tanto,
che tempo sia di sodisfar m' aviso;
mostrarti un paragon ch'esser de' grato
di vedere a ciascun c'ha moglie allato.

100
Ciascun marito, a mio giudizio, deve
sempre spiar se la sua donna l'ama;
saper s'onore o biasmo ne riceve,
se per lei bestia, o se pur uom si chiama.
L'incarco de le corna lo pi lieve
ch'al mondo sia, se ben l'uom tanto infama:
lo vede quasi tutta l'altra gente;
e chi l'ha in capo, mai non se lo sente.

101
Se tu sai che fedel la moglie sia,
hai di pi amarla e d'onorar ragione,
che non ha quel che la conosce ria,
o quel che ne sta in dubbio e in passione.
Di molte n'hanno a torto gelosia
i lor mariti, che son caste e buone:
molti di molte anco sicuri stanno,
che con le corna in capo se ne vanno.

102
Se vuoi saper se la tua sia pudica
(come io credo che credi, e creder di;
ch'altrimente far credere fatica,
se chiaro gi per prova non ne sei),
tu per te stesso, senza ch'altri il dica,
te n'avvedrai, s'in questo vaso bei;
che per altra cagion non qui messo,
che per mostrarti quanto io t'ho promesso.

103
Se bi con questo, vedrai grande effetto;
che se porti il cimier di Cornovaglia,
il vin ti spargerai tutto sul petto,
n gocciola sar ch'in bocca saglia:
ma s'hai moglie fedel, tu berai netto.
Or di veder tua sorte ti travaglia. -
Cos dicendo, per mirar tien gli occhi,
ch'in seno il vin Rinaldo si trabbocchi.

104
Quasi Rinaldo di cercar suaso
quel che poi ritrovar non vorria forse,
messa la mano inanzi, e preso il vaso,
fu presso di volere in prova porse:
poi, quanto fosse periglioso il caso
a porvi i labri, col pensier discorse.
Ma lasciate, Signor, ch'io mi ripose;
poi dir quel che 'l paladin rispose.

CANTO QUARANTATREESIMO

1
O esecrabile Avarizia, o ingorda
fame d'avere, io non mi maraviglio
ch'ad alma vile e d'altre macchie lorda,
s facilmente dar possi di piglio;
ma che meni legato in una corda,
e che tu impiaghi del medesmo artiglio
alcun, che per altezza era d'ingegno,
se te schivar potea, d'ogni onor degno.

2
Alcun la terra e 'l mare e 'l ciel misura,
e render sa tutte le cause a pieno
d'ogni opra, d'ogni effetto di Natura,
e poggia s ch'a Dio riguarda in seno;
e non pu aver pi ferma e maggior cura,
morso dal tuo mortifero veleno,
ch'unir tesoro: e questo sol gli preme,
e ponvi ogni salute, ogni sua speme.

3
Rompe eserciti alcuno, e ne le porte
si vede entrar di bellicose terre,
ed esser primo a porre il petto forte,
ultimo a trarre, in perigliose guerre;
e non pu riparar che sino a morte
tu nel tuo cieco carcere nol serre.
Altri d'altre arti e d'altri studi industri,
oscuri fai, che sarian chiari e illustri.

4
Che d'alcune dir belle e gran donne
ch'a bellezza, a virt de fidi amanti,
a lunga servit, pi che colonne
io veggo dure, immobili e costanti?
Veggo venir poi l'Avarizia, e ponne
far s, che par che subito le incanti:
in un d, senza amor (chi fia che 'l creda?)
a un vecchio, a un brutto, a un mostro le d in preda.

5
Non senza cagion s'io me ne doglio:
intendami chi pu, che m'intend'io.
N per di proposito mi toglio,
n la materia del mio canto oblio;
ma non pi a quel c'ho detto, adattar voglio,
ch'a quel ch'io v'ho da dire, il parlar mio.
Or torniamo a contar del paladino
ch'ad assaggiare il vaso fu vicino.

6
Io vi dicea ch'alquanto pensar volle,
prima ch'ai labri il vaso s'appressasse.
Pens, e poi disse: - Ben sarebbe folle
chi quel che non vorria trovar, cercasse.
Mia donna donna, ed ogni donna molle:
lascin star mia credenza come stasse.
Sin qui m'ha il creder mio giovato, e giova:
che poss'io megliorar per farne prova?

7
Potria poco giovare e nuocer molto;
che 'l tentar qualche volta Idio disdegna.
Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto;
ma non vo' pi saper, che mi convegna.
Or questo vin dinanzi mi sia tolto:
sete non n'ho, n vo' che me ne vegna;
che tal certezza ha Dio pi proibita,
ch'al primo padre l'arbor de la vita.

8
Che come Adam, poi che gust del pomo
che Dio con propria bocca gl'interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
onde in miseria poi sempre s'afflisse;
cos, se de la moglie sua vuol l'uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l'allegrezze in pianti e in guai,
onde non pu pi rilevarsi mai. -

9
Cos dicendo il buon Rinaldo, e intanto
respingendo da s l'odiato vase,
vide abondare un gran rivo di pianto
dagli occhi del signor di quelle case,
che disse, poi che racchetossi alquanto:
- Sia maledetto chi mi persuase
ch'io facesse la prova, ohim! di sorte,
che mi lev la dolce mia consorte.

10
Perch non ti conobbi gi dieci anni,
s che io mi fossi consigliato teco,
prima che cominciassero gli affanni,
e 'l lungo pianto onde io son quasi cieco?
Ma vo' levarti da la scena i panni;
che 'l mio mal vegghi, e te ne dogli meco:
e ti dir il principio e l'argumento
del mio non comparabile tormento.

11
Qua su lasciasti una citt vicina,
a cui fa intorno un chiaro fiume laco,
che poi si stende e in questo Po declina,
e l'origine sua vien di Benaco.
Fu fatta la citt, quando a ruina
le mura andar de l'agenoreo draco.
Quivi nacque io di stirpe assai gentile,
ma in pover tetto e in facultade umile.

12
Se Fortuna di me non ebbe cura
s che mi desse al nascer mio ricchezza,
al diffetto di lei suppl Natura,
che sopra ogni mio ugual mi di bellezza.
Donne e donzelle gi di mia figura
arder pi d'una vidi in giovanezza;
ch'io ci seppi accoppiar cortesi modi;
ben che stia mal che l'uom se stesso lodi.

13
Ne la nostra cittade era un uom saggio,
di tutte l'arti oltre ogni creder dotto,
che quando chiuse gli occhi al febeo raggio,
contava gli anni suoi cento e ventotto.
Visse tutta sua et solo e selvaggio,
se non l'estrema; che d'Amor condotto,
con premio ottenne una matrona bella,
e n'ebbe di nascosto una cittella.

14
E per vietar che simil la figliuola
alla matre non sia, che per mercede
vend sua castit che valea sola
pi che quanto oro al mondo si possiede,
fuor del commercio popular la invola;
ed ove pi solingo il luogo vede,
questo amplo e bel palagio e ricco tanto
fece fare a' demoni per incanto.

15
A vecchie donne e caste fe' nutrire
la figlia qui, ch'in gran belt poi venne;
n che potesse altr'uom veder, n udire
pur ragionarne in quella et, sostenne.
E perch'avesse esempio da seguire,
ogni pudica donna che mai tenne
contra illicito amor chiuse le sbarre,
ci fe' d'intaglio o di color ritrarre:

16
non quelle sol che di virtude amiche
hanno s il mondo all'et prisca adorno;
di quai la fama per l'istorie antiche
non per veder mai l'ultimo giorno:
ma nel futuro ancora altre pudiche
che faran bella Italia d'ogn'intorno,
ci fe' ritrarre in lor fattezze conte,
come otto che ne vedi a questa fonte.

17
Poi che la figlia al vecchio par matura
s, che ne possa l'uom cogliere i frutti;
o fosse mia disgrazia o mia aventura,
eletto fui degno di lei fra tutti.
I lati campi oltre alle belle mura,
non meno i pescarecci, che gli asciutti,
che ci son d'ogn'intorno a venti miglia,
mi consegn per dote de la figlia.

18
Ella era bella e costumata tanto,
che pi desiderar non si potea.
Di bei trapunti e di riccami, quanto
mai ne sapesse Pallade, sapea.
Vedila andare, odine il suono e 'l canto:
celeste e non mortal cosa parea.
E in modo all'arti liberali attese,
che, quanto il padre, o poco men n'intese.

19
Con grande ingegno, e non minor bellezza
che fatta l'avria amabil fin ai sassi,
era giunto un amore, una dolcezza,
che par ch'a rimembrarne il cor mi passi.
Non aveva pi piacer n pi vaghezza,
che d'esser meco ov'io mi stessi o andassi.
Senza aver lite mai stemmo gran pezzo:
l'avemmo poi, per colpa mia, da sezzo.

20
Morto il suocero mio dopo cinque anni
ch'io sottoposi il collo al giugal nodo,
non stero molto a cominciar gli affanni
ch'io sento ancora, e ti dir in che modo.
Mentre mi rinchiudea tutto coi vanni
l'amor di questa mia che s ti lodo,
una femina nobil del paese,
quanto accender si pu, di me s'accese.

21
Ella sapea d'incanti e di malie
quel che saper ne possa alcuna maga:
rendea la notte chiara, oscuro il die
fermava il sol, facea la terra vaga.
Non potea trar per le voglie mie,
che le sanassin l'amorosa piaga
col rimedio che dar non le potria
senza alta ingiuria de la donna mia.

22
Non perch fosse assai gentile e bella,
n perch sapess'io che s me amassi,
n per gran don, n per promesse ch'ella
mi fsse molte, e di continuo instassi,
ottener pot mai ch'una fiammella,
per darla a lei, del primo amor levassi;
ch'a dietro ne traea tutte mie voglie
il conoscermi fida la mia moglie.

23
La speme, la credenza, la certezza
che de la fede di mia moglie avea,
m'avria fatto sprezzar quanta bellezza
avesse mai la giovane ledea,
o quanto offerto mai senno e ricchezza
fu al gran pastor de la montagna Idea.
Ma le repulse mie non valean tanto,
che potesson levarmela da canto.

24
Un d che mi trov fuor del palagio
la maga, che nomata era Melissa,
e mi pot parlare a suo grande agio,
modo trov da por mia pace in rissa,
e con lo spron di gelosia malvagio
cacciar del cor la f che v'era fissa.
Comincia a comendar la intenzion mia,
ch'io sia fedele a chi fedel mi sia.

25
- Ma che ti sia fedel, tu non puoi dire,
prima che di sua f prova non vedi.
S'ella non falle, e che potria fallire,
che sia fedel, che sia pudica credi.
Ma se mai senza te non la lasci ire,
se mai vedere altr'uom non le concedi,
onde hai questa baldanza, che tu dica
e mi vogli affermar che sia pudica?

26
Scostati un poco, scostati da casa;
fa che le cittadi odano e i villaggi,
che tu sia andato, e ch'ella sia rimasa;
agli amanti d commodo e ai messaggi.
S'a prieghi, a doni non fia persuasa
di fare al letto maritale oltraggi,
e che, facendol, creda che si cele,
allora dir potrai che sia fedele. -

27
Con tal parole e simili non cessa
l'incantatrice, fin che mi dispone
che de la donna mia la fede espressa
veder voglia, e provare a paragone.
- Ora pogniamo (le soggiungo) ch'essa
sia qual non posso averne opinione:
come potr di lei poi farmi certo
che sia di punizion degna o di merto? -

28
Disse Melissa: - Io ti dar un vasello
fatto da ber, di virt rara e strana;
qual gi per fare accorto il suo fratello
del fallo di Genevra, fe' Morgana.
Chi la moglie ha pudica, bee con quello:
ma non vi pu gi ber chi l'ha puttana;
che 'l vin, quando lo crede in bocca porre,
tutto si sparge, e fuor nel petto scorre.

29
Prima che parti, ne farai la prova,
e per lo creder mio tu berai netto;
che credo ch'ancor netta si ritrova
la moglie tua: pur ne vedrai l'effetto.
Ma s'al ritorno esperienza nuova
poi ne farai, non t'assicuro il petto:
che se tu non lo immolli, e netto bi,
d'ogni marito il pi felice sei. -

30
L'offerta accetto; il vaso ella mi dona:
ne fo la prova, e mi succede a punto;
che, com'era il disio, pudica e buona
la cara moglie mia trovo a quel punto.
Dice Melissa: - Un poco l'abbandona;
per un mese o per duo stanne disgiunto:
poi torna; poi di nuovo il vaso tolli;
prova se bevi, o pur se 'l petto immolli. -

31
A me duro parea pur di partire;
non perch di sua fe' s dubitassi,
come ch'io non potea duo d patire,
n un'ora pur, che senza me restassi.
Disse Melissa: - Io ti far venire
a conoscere il ver con altri passi.
Vo' che muti il parlare e i vestimenti,
e sotto viso altrui te l'appresenti. -

32
Signor, qui presso una citt difende
il Po fra minacciose e fiere corna;
la cui iuridizion di qui si stende
fin dove il mar fugge dal lito e torna.
Cede d'antiquit, ma ben contende
con le vicine in esser ricca e adorna.
Le reliquie troiane la fondaro,
che dal flagello d'Attila camparo.

33
Astringe e lenta a questa terra il morso
un cavallier giovene, ricco e bello,
che dietro un giorno a un suo falcone iscorso,
essendo capitato entro il mio ostello,
vide la donna, e s nel primo occorso
gli piacque, che nel cor port il suggello;
n cess molte pratiche far poi,
per inchinarla ai desideri suoi.

34
Ella gli fece dar tante repulse,
che pi tentarla al fine egli non volse;
ma la belt di lei, ch'Amor vi sculse,
di memoria per non se gli tolse.
Tanto Melissa allosingommi e mulse,
ch'a tor la forma di colui mi volse;
e mi mut (n so ben dirti come)
di faccia, di parlar, d'occhi e di chiome.

35
Gi con mia moglie avendo simulato
d'esser partito e gitone in Levante,
nel giovene amator cos mutato
l'andar, la voce, l'abito e 'l sembiante,
me ne ritorno, ed ho Melissa a lato,
che s'era trasformata, e parea un fante;
e le pi ricche gemme avea con lei,
che mai mandassin gl'Indi o gli Eritrei.

36
Io che l'uso sapea del mio palagio,
entro sicuro e vien Melissa meco;
e madonna ritrovo a s grande agio,
che non ha n scudier n donna seco.
I miei prieghi le espongo, indi il malvagio
stimulo inanzi del mal far le arreco:
i rubini, i diamanti e gli smeraldi,
che mosso arebbon tutti i cor pi saldi.

37
E le dico che poco questo dono
verso quel che sperar da me dovea:
de la commodit poi le ragiono,
che, non v'essendo il suo marito, avea:
e le ricordo che gran tempo sono
stato suo amante, com'ella sapea;
e che l'amar mio lei con tanta fede
degno era avere al fin qualche mercede.

38
Turbossi nel principio ella non poco,
divenne rossa, ed ascoltar non volle;
ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco,
le belle gemme, il duro cor fe' molle:
e con parlar rispose breve e fioco,
quel che la vita a rimembrar mi tolle;
che mi compiaceria, quando credesse
ch'altra persona mai nol risapesse.

39
Fu tal risposta un venenato telo
di che me ne senti' l'alma traffissa:
per l'ossa andommi e per le vene un gelo;
ne le fauci rest la voce fissa.
Levando allora del suo incanto il velo,
ne la mia forma mi torn Melissa.
Pensa di che color dovesse farsi,
ch'in tanto error da me vide trovarsi.

40
Divenimmo ambi di color di morte,
muti ambi, ambi restin con gli occhi bassi.
Potei la lingua a pena aver s forte,
e tanta voce a pena, ch'io gridassi:
- Me tradiresti dunque tu, consorte,
quando tu avessi chi 'l mio onor comprassi ? -
Altra risposta darmi ella non puote,
che di rigar di lacrime le gote.

41
Ben la vergogna assai, ma pi lo sdegno
ch'ella ha, da me veder farsi quella onta;
e multiplica s senza ritegno,
ch'in ira al fine e in crudele odio monta.
Da me fuggirsi tosto fa disegno;
e ne l'ora che 'l Sol del carro smonta,
al fiume corre, e in una sua barchetta
si fa calar tutta la notte in fretta:

42
e la matina s'appresenta avante
al cavallier che l'avea un tempo amata,
sotto il cui viso, sotto il cui sembiante
fu contra l'onor mio da me tentata.
A lui che n'era stato ed era amante,
creder si pu che fu la giunta grata.
Quindi ella mi fe' dir ch'io non sperassi
che mai pi fosse mia, n pi m'amassi.

43
Ah lasso! da quel d con lui dimora
in gran piacere, e di me prende giuoco;
ed io del mal che procacciammi allora,
ancor languisco, e non ritrovo loco.
Cresce il mal sempre, e giusto ch'io ne muora;
e resta omai da consumarci poco.
Ben credo che 'l primo anno sarei morto,
se non mi dava aiuto un sol conforto.

44
Il conforto ch'io prendo, che di quanti
per dieci anni mai fur sotto al mio tetto
(ch'a tutti questo vaso ho messo inanti),
non ne trovo un che non s'immolli il petto.
Aver nel caso mio compagni tanti
mi d fra tanto mal qualche diletto.
Tu tra infiniti sol sei stato saggio,
che far negasti il periglioso saggio.

45
Il mio voler cercare oltre alla meta
che de la donna sua cercar si deve,
fa che mai pi trovare ora quieta
non pu la vita mia, sia lunga o breve.
Di ci Melissa fu a principio lieta:
ma cess tosto la sua gioia lieve;
ch'essendo causa del mio mal stata ella,
io l'odiai s, che non potea vedella.

46
Ella d'esser odiata impaziente
da me che dicea amar pi che sua vita,
ove donna restarne immantinente
creduto avea, che l'altra ne fosse ita;
per non aver sua doglia s presente,
non tard molto a far di qui partita;
e in modo abbandon questo paese,
che dopo mai per me non se n'intese. -

47
Cos narrava il mesto cavalliero:
e quando fine alla sua istoria pose,
Rinaldo alquanto ste' sopra pensiero,
da piet vinto, e poi cos rispose:
- Mal consiglio di di Melissa in vero,
che d'attizzar le vespe ti propose;
e tu fusti a cercar poco avveduto
quel che tu avresti non trovar voluto.

48
Se d'avarizia la tua donna vinta
a voler fede romperti fu indutta,
non t'ammirar; n prima ella n quinta
fu de le donne prese in s gran lutta;
e mente via pi salda ancora spinta
per minor prezzo a far cosa pi brutta.
Quanti uomini odi tu, che gi per oro
han traditi padroni e amici loro?

49
Non dovevi assalir con s fiere armi,
se bramavi veder farle difesa.
Non sai tu, contra l'oro, che n i marmi
n 'l durissimo acciar sta alla contesa?
Che pi fallasti tu a tentarla parmi,
di lei che cos tosto rest presa.
Se te altretanto avesse ella tentato,
non so se tu pi saldo fossi stato. -

50
Qui Rinaldo fe' fine, e da la mensa
levossi a un tempo, e domand dormire;
che riposare un poco, e poi si pensa
inanzi al d d'un'ora o due partire.
Ha poco tempo, e 'l poco c'ha, dispensa
con gran misura, e invan nol lascia gire.
Il signor di l dentro, a suo piacere,
disse, che si potea porre a giacere;

51
ch'apparecchiata era la stanza e 'l letto:
ma che se volea far per suo consiglio,
tutta notte dormir potria a diletto,
e dormendo avanzarsi qualche miglio.
- Acconciar ti far (disse) un legnetto,
con che volando, e senz'alcun periglio
tutta notte dormendo vo' che vada,
e una giornata avanzi de la strada. -

52
La proferta a Rinaldo accettar piacque,
e molto ringrazi l'oste cortese:
poi senza indugio l, dove ne l'acque
da' naviganti era aspettato, scese.
Quivi a grande agio riposato giacque,
mentre il corso del fiume il legno prese,
che da sei remi spinto, lieve e snello
pel fiume and, come per l'aria augello.

53
Cos tosto come ebbe il capo chino,
il cavallier di Francia adormentosse;
imposto avendo gi, come vicino
giungea a Ferrara, che svegliato fosse.
Rest Melara nel lito mancino;
nel lito destro Sermide restosse:
Figarolo e Stellata il legno passa,
ove le corna il Po iracondo abbassa.

54
De le due corna il nocchier prese il destro,
e lasci andar verso Vinegia il manco;
pass il Bondeno: e gi il color cilestro
si vedea in oriente venir manco,
che votando di fior tutto il canestro,
l'Aurora vi facea vermiglio e bianco;
quando, lontan scoprendo di Tealdo
ambe le rocche, il capo alz Rinaldo.

55
- O citt bene aventurosa (disse),
di cui gi Malagigi, il mio cugino,
contemplando le stelle erranti e fisse,
e costringendo alcun spirto indovino,
nei secoli futuri mi predisse
(gi ch'io facea con lui questo camino)
ch'ancor la gloria tua salir tanto,
ch'avrai di tutta Italia il pregio e 'l vanto. -

56
Cos dicendo, e pur tuttavia in fretta
su quel battel che parea aver le penne,
scorrendo il re de' fiumi, all'isoletta
ch'alla cittade pi propinqua, venne:
e ben che fosse allora erma e negletta,
pur s'allegr di rivederla, e fenne
non poca festa; che sapea quanto ella,
volgendo gli anni, saria ornata e bella.

57
Altra fiata che fe' questa via,
ud da Malagigi, il qual seco era,
che settecento volte che si sia
girata col monton la quarta sfera,
questa la pi ioconda isola fia
di quante cinga mar, stagno o riviera;
s che, veduta lei, non sar ch'oda
dar pi alla patria di Nausicaa loda.

58
Ud che di bei tetti posta inante
sarebbe a quella s a Tiberio cara;
che cederian l'Esperide alle piante
ch'avria il bel loco, d'ogni sorte rara;
che tante spezie d'animali, quante
vi fien, n in mandra Circe ebbe n in hara;
che v'avria con le Grazie e con Cupido
Venere stanza, e non pi in Cipro o in Gnido:

59
e che sarebbe tal per studio e cura
di chi al sapere ed al potere unita
la voglia avendo, d'argini e di mura
avria s ancor la sua citt munita,
che contra tutto il mondo star sicura
potria, senza chiamar di fuori aita:
e che d'Ercol figliuol, d'Ercol sarebbe
padre il signor che questo e quel far debbe.

60
Cos vena Rinaldo ricordando
quel che gi il suo cugin detto gli avea,
de le future cose divinando,
che spesso conferir seco solea.
E tuttavia l'umil citt mirando:
- Come esser pu ch'ancor (seco dicea)
debban cos fiorir queste paludi
de tutti i liberali e degni studi?

61
e crescer abbia di s piccol borgo
ampla cittade e di s gran bellezza?
e ci ch'intorno tutto stagno e gorgo,
sien lieti e pieni campi di ricchezza?
Citt, sin ora a riverire assorgo
l'amor, la cortesia, la gentilezza
de' tuoi signori, e gli onorati pregi
dei cavallier, dei cittadini egregi.

62
L'ineffabil bont del Redentore,
de' tuoi principi il senno e la iustizia,
sempre con pace, sempre con amore
ti tenga in abondanza ed in letizia;
e ti difenda contra ogni furore
de' tuoi nimici, e scuopra lor malizia:
del tuo contento ogni vicino arrabbi,
pi tosto che tu invidia ad alcuno abbi. -

63
Mentre Rinaldo cos parla, fende
con tanta fretta il suttil legno l'onde,
che con maggiore a logoro non scende
falcon ch'al grido del padron risponde.
Del destro corno il destro ramo prende
quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde:
San Georgio a dietro, a dietro s'allontana
la torre e de la Fossa e di Gaibana.

64
Rinaldo, come accade ch'un pensiero
un altro dietro, e quello un altro mena,
si venne a ricordar del cavalliero
nel cui palagio fu la sera a cena;
che per questa cittade, a dire il vero,
avea giusta cagion di stare in pena:
e ricordossi del vaso da bere,
che mostra altrui l'error de la mogliere;

65
e ricordossi insieme de la prova
che d'aver fatta il cavallier narrolli;
che di quanti avea esperti, uomo non trova
che bea nel vaso, e 'l petto non s'immolli.
Or si pente, or tra s dice: - mi giova
ch'a tanto paragon venir non volli.
Riuscendo, accertava il creder mio;
non riuscendo, a che partito era io?

66
Gli questo creder mio, come io l'avessi
ben certo, e poco accrescer lo potrei:
s che, s'al paragon mi succedessi,
poco il meglio saria ch'io ne trarrei;
ma non gi poco il mal, quando vedessi
quel di Clarice mia, ch'io non vorrei.
Metter saria mille contra uno a giuoco;
che perder si pu molto, e acquistar poco. -

67
Stando in questo pensoso il cavalliero
di Chiaramonte, e non alzando il viso,
con molta attenzion fu da un nocchiero
che gli era incontra, riguardato fiso:
e perch di veder tutto il pensiero
che l'occupava tanto, gli fu aviso,
come uom che ben parlava ed avea ardire,
a seco ragionar lo fece uscire.

68
La somma fu del lor ragionamento,
che colui malaccorto era ben stato,
che ne la moglie sua l'esperimento
maggior che pu far donna, avea tentato;
che quella che da l'oro e da l'argento
difende il cor di pudicizia armato,
tra mille spade via pi facilmente
difenderallo, e in mezzo al fuoco ardente.

69
Il nocchler suggiungea: - Ben gli dicesti,
che non dovea offerirle s gran doni;
che contrastare a questi assalti e a questi
colpi non sono tutti i petti buoni.
Non so se d'una giovane intendesti
(ch'esser p che tra voi se ne ragioni),
che nel medesmo error vide il consorte,
di ch'esso avea lei condannata a morte.

70
Dovea in memoria avere il signor mio,
che l'oro e 'l premio ogni durezza inchina;
ma, quando bisogn, l'ebbe in oblio,
ed ei si procacci la sua ruina.
Cos sapea lo esempio egli, com'io,
che fu in questa citt di qui vicina,
sua patria e mia, che 'l lago e la palude
del rifrenato Menzo intorno chiude:

71
d'Adonio voglio dir, che 'l ricco dono
fe' alla moglie del giudice, d'un cane. -
- Di questo (disse il paladino) il suono
non passa l'Alpe, e qui tra voi rimane;
perch n in Francia, n dove ito sono,
parlar n'udi' ne le contrade estrane:
s che d pur, se non t'incresce il dire;
che volentieri io mi t'acconcio a udire. -

72
Il nocchier cominci: - Gi fu di questa
terra un Anselmo di famiglia degna,
che la sua giovent con lunga vesta
spese in saper ci ch'Ulpiano insegna
e di nobil progenie, bella e onesta
moglie cerc, ch'al grado suo convegna;
e d'una terra quindi non lontana
n'ebbe una di bellezza sopraumana;

73
e di bei modi e tanto graziosi,
che parea tutto amore e leggiadria;
e di molto pi forse, ch'ai riposi,
ch'allo stato di lui non convenia.
Tosto che l'ebbe, quanti mai gelosi
al mondo fur, pass di gelosia:
non gi ch'altra cagion gli ne desse ella,
che d'esser troppo accorta e troppo bella.

74
Ne la citt medesma un cavalliero
era d'antiqua e d'onorata gente,
che discendea da quel lignaggio altiero
ch'usc d'una mascella di serpente,
onde gi Manto, e chi con essa fero
la patria mia, disceser similmente.
Il cavallier, ch'Adonio nominosse,
di questa bella donna inamorosse.

75
E per venire a fin di questo amore,
a spender cominci senza ritegno
in vestire, in conviti, in farsi onore,
quanto pu farsi un cavallier pi degno.
Il tesor di Tiberio imperatore
non saria stato a tante spese al segno.
Io credo ben che non passar duo verni,
ch'egli usc fuor di tutti i ben paterni.

76
La casa ch'era dianzi frequentata
matina e sera tanto dagli amici,
sola rest, tosto che fu privata
di starne, di fagian, di coturnici.
Egli che capo fu de la brigata,
rimase dietro, e quasi fra mendici.
Pens, poi ch'in miseria era venuto,
d'andare ove non fosse conosciuto.

77
Con questa intenzione una mattina,
senza far motto altrui, la patria lascia;
e con sospiri e lacrime camina
lungo lo stagno che le mura fascia.
La donna che del cor gli era regina,
gi non oblia per la seconda ambascia.
Ecco un'alta aventura che lo viene
di sommo male a porre in sommo bene.

78
Vede un villan che con un gran bastone
intorno alcuni sterpi s'affatica.
Quivi Adonio si ferma, e la cagione
di tanto travagliar vuol che gli dica.
Disse il villan, che dentro a quel macchione
veduto avea una serpe molto antica,
di che pi lunga e grossa a' giorni suoi
non vide, n credea mai veder poi;

79
e che non si voleva indi partire,
che non l'avesse ritrovata e morta.
Come Adonio lo sente cos dire,
con poca pazienza lo sopporta.
Sempre solea le serpi favorire;
che per insegna il sangue suo le porta
in memoria ch'usc sua prima gente
de' denti seminati di serpente.

80
e disse e fece col villano in guisa
che, suo mal grado, abbandon l'impresa;
s che da lui non fu la serpe uccisa,
n pi cercata, n altrimenti offesa.
Adonio ne va poi dove s'avisa
che sua condizion sia meno intesa;
e dura con disagio e con affanno
fuor de la patria appresso al settimo anno.

81
N mai per lontananza, n strettezza
del viver, che i pensier non lascia ir vaghi,
cessa Amor che s gli ha la mano avezza,
ch'ognor non li arda il core, ognor impiaghi.
forza al fin che torni alla bellezza
che son di riveder s gli occhi vaghi.
Barbuto, afflitto, e assai male in arnese,
l donde era venuto, il camin prese.

82
In questo tempo alla mia patria accade
mandare uno oratore al Padre santo,
che resti appresso alla sua Santitade
per alcun tempo e non fu detto quanto.
Gettan la sorte, e nel giudice cade.
Oh giorno a lui cagion sempre di pianto!
Fe' scuse, preg assai, diede e promesse
per non partirsi; e al fin sforzato cesse.

83
Non gli parea crudele e duro manco
a dover sopportar tanto dolore,
che se veduto aprir s'avesse il fianco,
e vedutosi trar con mano il core.
Di geloso timor pallido e bianco
per la sua donna, mentre staria fuore,
lei con quei modi che giovar si crede,
supplice priega a non mancar di fede:

84
dicendole ch'a donna n bellezza,
n nobilt, n gran fortuna basta,
s che di vero onor monti in altezza,
se per nome e per opre non casta;
e che quella virt via pi si prezza,

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