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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Part 16 out of 25

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avea passato il ponte e la riviera;
e guardato il sepolcro in ogni canto,
se del suo Brandimarte insegna v'era,
poi che né l'arme sue vede né il manto,
di ritrovarlo in altra parte spera.
Ma ritorniamo a ragionar del conte,
che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.

50
Pazzia sarà, se le pazzie d'Orlando
prometto raccontarvi ad una ad una;
che tante e tante fur, ch'io non so quando
finir: ma ve n'andrò scegliendo alcuna
solenne ed atta da narrar cantando,
e ch'all'istoria mi parrà oportuna;
né quella tacerò miraculosa,
che fu nei Pirenei sopra Tolosa.

51
Trascorso avea molto paese il conte,
come dal grave suo furor fu spinto;
ed al fin capitò sopra quel monte
per cui dal Franco è il Tarracon distinto;
tenendo tuttavia volta la fronte
verso là dove il sol ne viene estinto:
e quivi giunse in uno angusto calle,
che pendea sopra una profonda valle.

52
Si vennero a incontrar con esso al varco
duo boscherecci gioveni, ch'inante
avean di legna un loro asino carco;
e perché ben s'accorsero al sembiante,
ch'avea di cervel sano il capo scarco,
gli gridano con voce minacciante,
o ch'a dietro o da parte se ne vada,
e che si levi di mezzo la strada.

53
Orlando non risponde altro a quel detto,
se non che con furor tira d'un piede,
e giunge a punto l'asino nel petto
con quella forza che tutte altre eccede;
ed alto il leva, sì, ch'uno augelletto
che voli in aria, sembra a chi lo vede.
Quel va a cadere alla cima d'un colle,
ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.

54
Indi verso i duo gioveni s'aventa,
dei quali un, più che senno, ebbe aventura,
che da la balza, che due volte trenta
braccia cadea, si gittò per paura.
A mezzo il tratto trovò molle e lenta
una macchia di rubi e di verzura,
a cui bastò graffiargli un poco il volto:
del resto lo mandò libero e sciolto.

55
L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva
fuor de la roccia, per salirvi sopra;
perché si spera, s'alla cima arriva,
di trovar via che dal pazzo lo cuopra.
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s'adopra:
e quanto più sbarrar puote le braccia,
le sbarra sì, ch'in duo pezzi lo straccia;

56
a quella guisa che veggiàn talora
farsi d'uno aeron, farsi d'un pollo,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch'astor resti satollo.
Quanto è bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch'ad altri poi questo miracol disse,
sì che l'udì Turpino, e a noi lo scrisse.

57
E queste ed altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch'intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,

58
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando così, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch'eran (sì come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l'ispano lito.
A men d'un braccio ella gli giunse appresso,
perché non s'era accorta ancora d'esso.

59
Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo è diverso da quel ch'esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
è sempre andato nudo all'ombra e al sole:
se fosse nato all'aprica Siene,
o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver più arsiccia.

60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
la chioma rabuffata, orrida e mesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non più a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
si volse per aiuto alla sua guida.

61
Come di lei s'accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levò di botto:
così gli piacque il delicato volto,
così ne venne immantinente giotto.
D'averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.

62
Il giovine che 'l pazzo seguir vede
la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trovò dura come osso,
anzi via più ch'acciar; ch'Orlando nato
impenetrabile era ed affatato.

63
Come Orlando sentì battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
ferì il destrier che 'l Saracino spinse.
Feril sul capo, e come fosse vetro,
lo spezzò sì, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo istante
dietro a colei che gli fuggiva inante.

64
Caccia Angelica in fretta la giumenta,
e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse più che stral da cocca.
De l'annel c'ha nel dito si ramenta,
che può salvarla, e se lo getta in bocca:
e l'annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.

65
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar l'annello,
o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo né quello;
nel medesmo momento che si trasse
l'annello in bocca e celò il viso bello,
levò le gambe ed uscì de l'arcione,
e si trovò riversa in sul sabbione.

66
Più corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con l'urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura l'aiutò a quel tratto.
Cerchi pur, ch'altro furto le dia aita
d'un'altra bestia, come prima ha fatto;
che più non è per riaver mai questa
ch'inanzi al paladin l'arena pesta.

67
Non dubitate già ch'ella non s'abbia
a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa l'impeto e la rabbia
perché si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien più sempre approssimando:
già già la tocca, ed ecco l'ha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.

68
Con quella festa il paladin la piglia,
ch'un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
e spicca un salto ed entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva né sella né freno,
né le lascia gustare erba né fieno.

69
Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, né sentì la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
e finalmente se l'arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.

70
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: - Camina! - e dicea invano.
Se l'avesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le levò il capestro,
e dietro la legò sopra il piè destro;

71
e così la strascina, e la conforta
che lo potrà seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch'eran nel camin malvagio.
La mal condotta bestia restò morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.

72
Di trarla, anco che morta, non rimase,
continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch'egli invase,
rapisce; ed usa forza ad ogni gente:
qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.

73
Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s'ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l'annello ed anco
il cavallier che dato le l'avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill'altri a un tratto.

74
Né questa sola, ma fosser pur state
in man d'Orlando quante oggi ne sono;
ch'ad ogni modo tutte sono ingrate,
né si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
al canto disugual rendano il suono,
fia meglio differirlo a un'altra volta,
acciò men sia noioso a chi l'ascolta.

CANTO TRENTESIMO

1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira
si lascia la ragion, né si difende,
e che 'l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che l'error s'emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l'altro canto.

2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l'impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea sì sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel c'ha detto, non può far non detto.

3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l'aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch'io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.

4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.

5
E perché sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perché egli è solo e nudo, non lo schiva.
- Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)
con la giumenta mia far un baratto.

6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi;
che morta là su l'altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi dispiace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perché mi piace. -
Il pastor ride, e senz'altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.

7
- Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? -
suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e l'ira passò tutti i modi
del conte; e parve fier più che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.

8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno né biada,
tanto ch'in pochi dì ne riman fiacco:
ma non però ch'Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trovò, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.

9
Capitò al fin a Malega, e più danno
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul sì, che ne restò disfatto,
né si poté rifar quel né l'altr'anno;
tanti n'uccise il periglioso matto,
vi spianò tante case e tante accese,
che disfe' più che 'l terzo del paese.

10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l'uno e l'altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all'aura matutina,
gìa per la tranquillissima marina.

11
Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! -
che gli venne disio d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per l'acqua il legno va con quella fretta
che va per l'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.

12
Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l'orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.

13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l'avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi l'alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l'onde,
ch'andar di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.

14
Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l'una e l'altra palma,
e soffia, e l'onda spinge da la faccia.
Era l'aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisognò più che bonaccia;
ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto,
restava il paladin ne l'acqua morto.

15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
di nera gente esercito infinito.

16
Lasciamo il paladin ch'errando vada:
ben di parlar di lui tornerà tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch'uscì di man del pazzo a tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l'India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterà con miglior plettro.

17
Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir più questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n'è Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.

18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch'in suo favor la bella donna diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre liti in piede.
L'una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l'aquila bianca non gli cede;
l'altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.

19
S'affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l'un de l'altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.

20
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada
con lo suo scudo; né Gradasso vuole
che, fuor che contra sé porti la spada
che 'l glorioso Orlando portar suole.
- Al fin veggiamo in cui la sorte cada
(disse Agramante), e non sian più parole;
veggiàn quel che Fortuna ne disponga,
e sia preposto quel ch'ella preponga.

21
E se compiacer meglio mi volete,
onde d'aver ve n'abbia obligo ognora,
chi de' di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora,
amendue le querele in man porrete:
sì che, per sé vincendo, vinca ancora
pel compagno; e perdendo l'un di vui,
così perduto abbia per ambidui.

22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
di valor nulla o poca differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch'in arme farà per eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorrà la divina providenza.
Il cavallier non avrà colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi alla Fortuna. -

23
Steron taciti al detto d'Agramante
e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi
che qualunque di loro uscirà inante,
e l'una briga e l'altra abbia a pigliarsi.
Così in duo brevi, ch'avean simigliante
ed ugual forma, i nomi lor notarsi;
e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi,
versati molto, e sozzopra confusi.

24
Un semplice fanciul nell'urna messe
la mano, e prese un breve; e venne a caso
ch'in questo il nome di Ruggier si lesse,
essendo quel del Serican rimaso.
Non si può dir quanta allegrezza avesse,
quando Ruggier si sentì trar del vaso,
e d'altra parte il Sericano doglia;
ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.

25
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra
a favorire, ad aiutar converte
perché Ruggiero abbia a restar di sopra:
e le cose in suo pro, ch'avea già esperte,
come or di spada, or di scudo si cuopra,
qual sien botte fallaci e qual sien certe,
quando tentar, quando schivar fortuna
si dee, gli torna a mente ad una ad una.

26
Il resto di quel dì, che da l'accordo
e dal trar de le sorti sopravanza,
è speso dagli amici in dar ricordo,
chi a l'un guerrier chi all'altro, come è usanza.
Il popul, di veder la pugna ingordo,
s'affretta a gara d'occupar la stanza:
né basta a molti inanzi giorno andarvi,
che voglion tutta notte anco veggiarvi.

27
La sciocca turba disiosa attende
ch'i duo buon cavallier vengano in prova;
che non mira più lungi né comprende
di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende
e vede ciò che nuoce e ciò che giova,
biasma questa battaglia, ed Agramante,
che voglia comportar che vada inante.

28
Né cessan raccordargli il grave danno
che n'ha d'avere il popul saracino,
muora Ruggiero o il tartaro tiranno,
quel che prefisso è dal suo fier destino:
d'un sol di lor via più bisogno avranno
per contrastare al figlio di Pipino,
che di dieci altri mila che ci sono,
tra' quai fatica è ritrovare un buono.

29
Conosce il re Agramante che gli è vero,
ma non può più negar ciò c'ha promesso.
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,
che gli ridonin quel c'ha lor concesso;
e tanto più che 'l lor litigio è un zero,
né degno in prova d'arme esser rimesso:
e s'in ciò pur nol vogliono ubbidire,
voglino almen la pugna differire.

30
Cinque o sei mesi il singular certame,
o meno o più, si differisca, tanto
che cacciato abbin Carlo del reame,
tolto lo scettro, la corona e il manto.
Ma l'un e l'altro, ancor che voglia e brame
il re ubbidir, pur sta duro da canto;
che tale accordo obbrobrioso stima
a chi 'l consenso suo vi darà prima,

31
Ma più del re, ma più d'ognun ch'invano
spenda a placare il Tartaro parole,
la bella figlia del re Stordilano
supplice il priega, e si lamenta e duole:
lo prega che consenta al re africano
e voglia quel che tutto il campo vuole;
si lamenta e si duol che per lui sia
timida sempre e piena d'angonia.

32
- Lassa! (dicea) che ritrovar poss'io
rimedio mai ch'a riposar mi vaglia,
s'or contra questo, or quel, nuovo disio
vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia?
C'ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
per me da voi contra quell'altro presa,
se un'altra non minor se n'è già accesa?

33
Ohimè! ch'invano i' me n'andava altiera
ch'un re sì degno, un cavallier sì forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al risco de la morte;
ch'or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alla medesma sorte.
Fu natural ferocità di core
ch'a quella v'istigò, più che 'l mio amore.

34
Ma se gli è ver che 'l vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote l'alma e che m'accora,
che non vi caglia se 'l candido augello
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch'importi,
che lasci quella insegna o che la porti.

35
Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia può, che per far sète:
quando abbiate a Ruggier l'aquila tolta,
poca mercé d'un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non però nel crin presa tenete),
causate un danno, ch'a pensarvi solo
mi sento il petto già sparrar di duolo.

36
Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e più amate un'aquila dipinta,
vi sia almen cara per la vita mia:
non sarà l'una senza l'altra estinta.
Non già morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in morte accinta;
ma non vorrei morir sì malcontenta
come io morrò, se dopo voi son spenta. -

37
Con tai parole e simili altre assai,
che le lacrime accompagnano e sospiri,
pregar non cessa tutta notte mai
perch'alla pace il suo amator ritiri;
e quel, suggendo dagli umidi rai
quel dolce pianto, e quei dolci martiri
da le vermiglie labra più che rose,
lacrimando egli ancor, così rispose:

38
- Deh, vita mia, non vi mettete affanno,
deh non, per Dio, di così lieve cosa;
che se Carlo e 'l re d'Africa, e ciò c'hanno
qui di gente moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per me un Ruggier sol vi fa temere.

39
E vi dovria pur ramentar che, solo
(e spada io non avea né scimitarra),
con un troncon di lancia a un grosso stuolo
d'armati cavallier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo
lo dica, pure, a chi 'l domanda, narra
che fu in Soria a un castel mio prigioniero;
ed è pur d'altra fama che Ruggiero.

40
Non niega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e Sacripante,
io dico Sacripante, il re circasso,
e 'l famoso Grifone ed Aquilante,
cent'altri e più, che pure a questo passo
stati eran presi alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
che tutti liberai quel dì medesmo.

41
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch'io feci quel giorno,
maggior, che se l'esercito del Moro
e del Franco inimici avessi intorno.
Ed or potrà Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o scorno?
Ed or c'ho Durindana e l'armatura
d'Ettòr, vi de' Ruggier metter paura?

42
Deh, perché dianzi in prova non venni io,
se far di voi con l'arme io potea acquisto?
So che v'avrei sì aperto il valor mio,
ch'avresti il fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate uno augurio così tristo;
e siate certa che 'l mio onor m'ha spinto,
non ne lo scudo il bianco augel dipinto. -

43
Così disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua donna,
che non pur lui mutato di proposto,
ma di luogo avria mossa una colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch'armato, e ch'ella fosse in gonna;
e l'avea indutto a dir, se 'l re gli parla
d'accordo più, che volea contentarla.

44
E lo facea; se non, tosto ch'al Sole
la vaga Aurora fe' l'usata scorta,
l'animoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella aquila porta,
per non udir più d'atti e di parole
dilazion, ma far la lite corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s'appresenta armato.

45
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch'alla battaglia il suono altier lo sfida,
non vuol più de l'accordo intender verbo,
ma si lancia del letto, ed arme grida;
e si dimostra sì nel viso acerbo,
che Doralice istessa non si fida
di dirgli più di pace né di triegua:
e forza è infin che la battaglia segua.

46
Subito s'arma, ed a fatica aspetta
da' suoi scudieri i debiti servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor fu di Parigi;
e vien correndo invêr la piazza eletta
a terminar con l'arme i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
sì ch'all'assalto fu poca dimora.

47
Posti lor furo ed allacciati in testa
i lucidi elmi, e date lor le lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille impallidir le guance.
Posero l'aste i cavallieri in resta,
e i corridori punsero alle pance;
e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel cader, la terra aprirsi.

48
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per l'aria sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
venir più volte, ma con altre penne.
Quanto sia l'uno e l'altro ardito e franco,
mostra il portar de le massicce antenne;
e molto più, ch'a quello incontro duro,
quai torri ai venti, o scogli all'onde furo.

49
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in questo loco,
che dui o tre giù ne tornaro accesi,
ch'eran saliti alla sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
e come quei che si temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alla vista si ferir di punta.

50
Ferirsi alla visiera al primo tratto;
e non miraron, per mettersi in terra,
dare ai cavalli morte, ch'è mal atto,
perch'essi non han colpa de la guerra.
Chi pensa che tra lor fosse tal patto,
non sa l'usanza antiqua, e di molto erra:
senz'altro patto, era vergogna e fallo
e biasmo eterno a chi feria il cavallo.

51
Ferirsi alla visiera, ch'era doppia,
ed a pena anco a tanta furia resse.
L'un colpo appresso all'altro si raddoppia:
le botte più che grandine son spesse,
che spezza fronde e rami e grano e stoppia,
e uscir invan fa la sperata messe.
Se Durindana e Balisarda taglia,
sapete, e quanto in queste mani vaglia.

52
Ma degno di sé colpo ancor non fanno,
sì l'uno e l'altro ben sta su l'aviso.
Uscì da Mandricardo il primo danno,
per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso:
d'uno di quei gran colpi che far sanno,
gli fu lo scudo pel mezzo diviso,
e la corazza apertagli di sotto;
e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.

53
L'aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,
per dubbio di Ruggiero, ai circostanti,
nel cui favor si conoscea lo affetto
dei più inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto
quel che la maggior parte vorria inanti,
già Mandricardo saria morto o preso:
sì che 'l suo colpo ha tutto il campo offeso.

54
Io credo che qualche agnol s'interpose
per salvar da quel colpo il cavalliero.
Ma ben senza più indugio gli rispose,
terribil più che mai fosse, Ruggiero.
La spada in capo a Mandricardo pose;
ma sì lo sdegno fu subito e fiero,
e tal fretta gli fe', ch'io men l'incolpo
se non mandò a ferir di taglio il colpo.

55
Se Balisarda lo giungea pel dritto,
l'elmo d'Ettorre era incantato invano.
Fu sì del colpo Mandricardo afflitto,
che si lasciò la briglia uscir di mano.
D'andar tre volte accenna a capo fitto,
mentre scorrendo va d'intorno il piano
quel Brigliador che conoscete al nome,
dolente ancor de le mutate some.

56
Calcata serpe mai tanto non ebbe,
né ferito leon, sdegno e furore,
quanto il Tartaro, poi che si riebbe
dal colpo che di sé lo trasse fuore.
E quanto l'ira e la superbia crebbe,
tanto e più crebbe in lui forza e valore:
fece spiccare a Brigliadoro un salto
verso Ruggiero, e alzò la spada in alto.

57
Levossi in su le staffe, ed all'elmetto
segnolli; e si credette veramente
partirlo a quella volta fin al petto:
ma fu di lui Ruggier più diligente;
che, pria che 'l braccio scenda al duro effetto,
gli caccia sotto la spada pungente,
e gli fa ne la maglia ampla finestra,
che sotto difendea l'ascella destra.

58
E Balisarda al suo ritorno trasse
di fuori il sangue tiepido e vermiglio,
e vietò a Durindana che calasse
impetuosa con tanto periglio;
ben che fin su la groppa si piegasse
Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio:
e s'elmo in capo avea di peggior tempre,
gli era quel colpo memorabil sempre.

59
Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,
e Mandricardo al destro fianco trova.
Quivi scelta finezza di metallo
e ben condutta tempra poco giova
contra la spada che non scende in fallo,
che fu incantata non per altra prova,
che per far ch'a' suoi colpi nulla vaglia
piastra incantata ed incantata maglia.

60
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme
lasciò ferito il Tartaro nel fianco,
che 'l ciel bestemmia, e di tant'ira freme,
che 'l tempestoso mare è orribil manco.
Or s'apparecchia a por le forze estreme:
lo scudo ove in azzurro è l'augel bianco,
vinto da sdegno, si gittò lontano,
e messe al brando e l'una e l'altra mano.

61
- Ah (disse a lui Ruggier), senza più basti
a mostrar che non merti quella insegna,
ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti;
né potrai dir mai più che ti convegna. -
Così dicendo, forza è che egli attasti
con quanta furia Durindana vegna;
che sì gli grava e sì gli pesa in fronte,
che più leggier potea cadervi un monte.

62
E per mezzo gli fende la visiera;
buon per lui che dal viso si discosta:
poi calò su l'arcion che ferrato era,
né lo difese averne doppia crosta:
giunse al fin su l'arnese, e come cera
l'aperse con la falda sopraposta;
e ferì gravemente ne la coscia
Ruggier, sì ch'assai stette a guarir poscia.

63
De l'un, come de l'altro, fatte rosse
il sangue l'arme avea con doppia riga;
tal che diverso era il parer, chi fosse
di lor, ch'avesse il meglio in quella briga.
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse
con la spada che tanti ne castiga:
mena di punta, e drizza il colpo crudo
onde gittato avea colui lo scudo.

64
Fora de la corazza il lato manco,
e di venire al cor trova la strada,
che gli entra più d'un palmo sopra il fianco:
sì che convien che Mandricardo cada
d'ogni ragion che può ne l'augel bianco,
o che può aver ne la famosa spada;
e da la cara vita cada insieme,
che, più che spada e scudo, assai gli preme.

65
Non morì quel meschin senza vendetta;
ch'a quel medesmo tempo che fu colto,
la spada, poco sua, menò di fretta;
ed a Ruggier avria partito il volto,
se già Ruggier non gli avesse intercetta
prima la forza, e assai del vigor tolto:
di forza e di vigor troppo gli tolse
dianzi, che sotto il destro braccio il colse.

66
Da Mandricardo fu Ruggier percosso
nel punto ch'egli a lui tolse la vita;
tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso,
e una cuffia d'acciar ne fu partita.
Durindana tagliò cotenna ed osso,
e nel capo a Ruggiero entrò due dita.
Ruggier stordito in terra si riversa,
e di sangue un ruscel dal capo versa.

67
Il primo fu Ruggier, ch'andò per terra;
e dipoi stette l'altro a cader tanto,
che quasi crede ognun che de la guerra
riporti Mandricardo il pregio e il vanto:
e Doralice sua, che con gli altri erra,
e che quel dì più volte ha riso e pianto,
Dio ringraziò con mani al ciel supine,
ch'avesse avuta la pugna tal fine.

68
Ma poi ch'appare a manifesti segni
vivo chi vive, e senza vita il morto,
nei petti dei fautor mutano regni:
di là mestizia, e di qua vien conforto.
I re, i signori, i cavallier più degni,
con Ruggier ch'a fatica era risorto,
a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno,
e gloria senza fine e onor gli danno.

69
Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente
il medesmo nel cor, c'ha ne la bocca.
Sol Gradasso il pensiero ha differente
tutto da quel che fuor la lingua scocca:
mostra gaudio nel viso; e occultamente
del glorioso acquisto invidia il tocca;
e maledice o sia destino o caso,
il qual trasse Ruggier prima del vaso.

70
Che dirò del favor, che de le tante
carezze e tante, affettuose e vere,
che fece a quel Ruggiero il re Agramante,
senza il qual dare al vento le bandiere,
né volse muover d'Africa le piante,
né senza lui si fidò in tante schiere?
Or che del re Agricane ha spento il seme,
prezza più lui, che tutto il mondo insieme.

71
Né di tal volontà gli uomini soli
eran verso Ruggier, ma le donne anco,
che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli
eran venute al tenitorio franco.
E Doralice istessa, che con duoli
piangea l'amante suo pallido e bianco,
forse con l'altre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro fren non era.

72
Io dico forse, non ch'io ve l'accerti,
ma potrebbe esser stato di leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di Ruggiero.
Ella, per quel che già ne siamo esperti,
sì facile era a variar pensiero,
che per non si veder priva d'amore,
avria potuto in Ruggier porre il core.

73
Per lei buono era vivo Mandricardo:
ma che ne volea far dopo la morte?
Proveder le convien d'un che gagliardo
sia notte e dì ne' suoi bisogni, e forte.
Non era stato intanto a venir tardo
il più perito medico di corte,
che di Ruggier veduta ogni ferita,
già l'avea assicurato de la vita.

74
Con molta diligenza il re Agramante
fece colcar Ruggier ne le sue tende;
che notte e dì veder sel vuole inante:
sì l'ama, sì di lui cura si prende.
Lo scudo al letto e l'arme tutte quante,
che fur di Mandricardo, il re gli appende;
tutte le appende, eccetto Durindana,
che fu lasciata al re di Sericana.

75
Con l'arme l'altre spoglie a Ruggier sono
date di Mandricardo, e insieme dato
gli è Brigliador, quel destrier bello e buono,
che per furore Orlando avea lasciato.
Poi quello al re diede Ruggiero in dono,
che s'avide ch'assai gli saria grato.
Non più di questo; che tornar bisogna
a chi Ruggiero invan sospira e agogna.

76
Gli amorosi tormenti che sostenne
Bradamante aspettando, io v'ho da dire.
A Montalbano Ippalca a lei rivenne
e nuova le arrecò del suo desire.
Prima, di quanto di Frontin le avenne
con Rodomonte, l'ebbe a riferire;
poi di Ruggier, che ritrovò alla fonte
con Ricciardetto e' frati d'Agrismonte:

77
e che con esso lei s'era partito
con speme di trovare il Saracino,
e punirlo di quanto avea fallito
d'aver tolto a una donna il suo Frontino;
e che 'l disegno poi non gli era uscito,
perché diverso avea fatto il camino.
La cagione anco, perché non venisse
a Montalban Ruggier, tutta le disse;

78
e riferille le parole a pieno,
ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse.
Poi si trasse la lettera di seno,
ch'egli le diè, perch'ella a lei la desse.
Con viso più turbato che sereno
prese la carta Bradamante, e lesse;
che, se non fosse la credenza stata
già di veder Ruggier, fôra più grata.

79
L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece
di lui vedersi ora appagar d'un scritto,
del bel viso turbar l'aria le fece
di timor, di cordoglio e di despitto.
Baciò la carta diece volte e diece,
avendo a chi la scrisse il cor diritto.
Le lacrime vietar, che su vi sparse,
che con sospiri ardenti ella non l'arse.

80
Lesse la carta quattro volte e sei,
e volse ch'altretante l'imbasciata
replicata le fosse da colei
che l'una e l'altra avea quivi arrecata,
pur tuttavia piangendo: e crederei
che mai non si saria più racchetata,
se non avesse avuto pur conforto
di riveder il suo Ruggier di corto.

81
Termine a ritornar quindici o venti
giorni avea Ruggier tolto, ed affermato
l'avea ad Ippalca poi con giuramenti
da non temer che mai fosse mancato.
- Chi m'assicura, ohimè, degli accidenti
(ella dicea), c'han forza in ogni lato,
ma ne le guerre più, che non distorni
alcun tanto Ruggier, che più non torni?

82
Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi arìa creduto
ch'avendoti amato io più di me stessa,
tu più di me, non ch'altri, ma potuto
abbi amar gente tua inimica espressa?
A chi opprimer dovresti, doni aiuto:
chi tu dovresti aitare, è da te oppressa.
Non so se biasmo o laude esser ti credi,
ch'al premiar e al punir sì poco vedi.

83
Fu morto da Troian (non so se 'l sai)
il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno:
e tu del figlio di Troian cura hai
che non riceva alcun disnor né danno.
È questa la vendetta che ne fai,
Ruggiero? e a quei che vendicato l'hanno,
rendi tal premio, che del sangue loro
me fai morir di strazio e di martoro? -

84
Dicea la donna al suo Ruggiero assente
queste parole ed altre, lacrimando,
non una sola volta, ma sovente.
Ippalca la venìa pur confortando,
che Ruggier servarebbe interamente
sua fede, e ch'ella l'aspettasse, quando
altro far non potea, fin a quel giorno
ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno.

85
I conforti d'Ippalca, e la speranza
che degli amanti suole esser compagna,
alla tema e al dolor tolgon possanza
di far che Bradamante ognora piagna;
in Montalban senza mutar mai stanza
voglion che fin al termine rimagna,
fino al promesso termine e giurato,
che poi fu da Ruggier male osservato.

86
Ma ch'egli alla promessa sua mancasse
non però debbe aver la colpa affatto;
ch'una causa ed un'altra sì lo trasse,
che gli fu forza preterire il patto.
Convenne che nel letto si colcasse,
e più d'un mese si stesse di piatto
in dubbio di morir, sì il dolor crebbe
dopo la pugna che col Tartaro ebbe.

87
L'innamorata giovane l'attese
tutto quel giorno e desiollo invano,
né mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese
ora da Ippalca, e poi dal suo germano,
che le narrò che Ruggier lui difese,
e Malagigi liberò e Viviano.
Questa novella, ancor ch'avesse grata,
pur di qualche amarezza era turbata:

88
che di Marfisa in quel discorso udito
l'alto valore e le bellezze avea:
udì come Ruggier s'era partito
con esso lei, e che d'andar dicea
là dove con disagio in debol sito
malsicuro Agramante si tenea.
Sì degna compagnia la donna lauda
ma non che se n'allegri, o che l'applauda.

89
Né picciolo è il sospetto che la preme;
che se Marfisa è bella, come ha fama,
e che fin a quel dì sien giti insieme,
è maraviglia se Ruggier non l'ama.
Pur non vuol creder anco, e spera e teme:
e 'l giorno che la può far lieta e grama,
misera aspetta; e sospirando stassi,
da Montalban mai non movendo i passi.

90
Stando ella quivi, il principe, il signore
del bel castello, il primo de' suoi frati
(io non dico d'etade, ma d'onore,
che di lui prima dui n'erano nati),
Rinaldo, che di gloria e di splendore
gli ha, come il sol le stelle, illuminati,
giunse al castello un giorno in su la nona;
né, fuor ch'un paggio, era con lui persona.

91
Cagion del suo venir fu, che da Brava
ritornandosi un dì verso Parigi
(come v'ho detto che sovente andava
per ritrovar d'Angelica vestigi),
avea sentita la novella prava
del suo Viviano e del suo Malagigi,
ch'eran per essere dati al Maganzese;
e perciò ad Agrismonte la via prese.

92
Dove intendendo poi ch'eran salvati,
e gli aversari lor morti e distrutti,
e Marfisa e Ruggiero erano stati,
che gli aveano a quei termini ridutti;
e suoi fratelli e suoi cugin tornati
a Montalbano insieme erano tutti;
gli parve un'ora un anno di trovarsi
con esso lor là dentro ad abbracciarsi.

93
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
madre, moglie abbracciò, figli e fratelli,
e i cugini che dianzi eran captivi;
e parve, quando egli arrivò tra quelli,
dopo gran fame irondine ch'arrivi
col cibo in bocca ai pargoletti augelli.
E poi ch'un giorno vi fu stato o dui,
partissi, e fe' partire altri con lui.

94
Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi
figli d'Amone, il più vecchio Guicciardo,
Malagigi e Vivian, si furon messi
in arme dietro al paladin gagliardo.
Bradamante aspettando che s'appressi
il tempo ch'al disio suo ne vien tardo,
inferma disse agli fratelli ch'era,
e non volse con lor venire in schiera.

95
E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma,
ma non per febbre o corporal dolore:
era il disio che l'alma dentro inferma,
e le fa alterazion patir d'amore.
Rinaldo in Montalban più non si ferma,
e seco mena di sua gente il fiore.
Come a Parigi appropinquosse, e quanto
Carlo aiutò, vi dirà l'altro canto.

CANTO TRENTUNESIMO

1
Che dolce più, che più giocondo stato
saria di quel d'un amoroso core?
che viver più felice e più beato,
che ritrovarsi in servitù d'Amore?
se non fosse l'uom sempre stimulato
da quel sospetto rio, da quel timore,
da quel martìr, da quella frenesia,
da quella rabbia detta gelosia.

2
Però ch'ogni altro amaro che si pone
tra questa soavissima dolcezza,
è un augumento, una perfezione,
ed è un condurre amore a più finezza.
L'acque parer fa saporite e buone
la sete, e il cibo pel digiun s'apprezza:
non conosce la pace e non l'estima
chi provato non ha la guerra prima.

3
Se ben non veggon gli occhi ciò che vede
ognora il core, in pace si sopporta.
Lo star lontano, poi quando si riede,
quanto più lungo fu, più riconforta.
Lo stare in servitù senza mercede
(pur che non resti la speranza morta)
patir si può: che premio al ben servire
pur viene al fin, se ben tarda a venire.

4
Gli sdegni, le repulse, e finalmente
tutti i martìr d'amor, tutte le pene,
fan per lor rimembranza, che si sente
con miglior gusto un piacer quando viene.
Ma se l'infernal peste una egra mente
avvien ch'infetti, ammorbi ed avelene;
se ben segue poi festa ed allegrezza,
non la cura l'amante e non l'apprezza.

5
Questa è la cruda e avelenata piaga
a cui non val liquor, non vale impiastro,
né murmure, né imagine di saga,
né val lungo osservar di benigno astro,
né quanta esperienza d'arte maga
fece mai l'inventor suo Zoroastro:
piaga crudel che sopra ogni dolore
conduce l'uom, che disperato muore.

6
Oh incurabil piaga che nel petto
d'un amator sì facile s'imprime,
non men per falso che per ver sospetto!
piaga che l'uom sì crudelmente opprime,
che la ragion gli offusca e l'intelletto,
e lo tra' fuor de le sembianze prime!
Oh iniqua gelosia, che così a torto
levasti a Bradamante ogni conforto!

7
Non di questo ch'Ippalca e che 'l fratello
le avea nel core amaramente impresso,
ma dico d'uno annunzio crudo e fello
che le fu dato pochi giorni appresso.
Questo era nulla a paragon di quello
ch'io vi dirò, ma dopo alcun digresso.
Di Rinaldo ho da dir primieramente,
che vêr Parigi vien con la sua gente.

8
Scontraro il dì seguente invêr la sera
un cavallier ch'avea una donna al fianco,
con scudo e sopravesta tutta nera,
se non che per traverso ha un fregio bianco.
Sfidò alla giostra Ricciardetto, ch'era
dinanzi, e vista avea di guerrier franco:
e quel, che mai nessun ricusar volse,
girò la briglia e spazio a correr tolse.

9
Senza dir altro, o più notizia darsi
de l'esser lor, si vengono all'incontro.
Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi
per veder come seguiria lo scontro.
- Tosto costui per terra ha da versarsi,
se in luogo fermo a mio modo lo incontro -
dicea tra sé medesmo Ricciardetto;
ma contrario al pensier seguì l'effetto:

10
però che lui sotto la vista offese
di tanto colpo il cavalliero istrano,
che lo levò di sella, e lo distese
più di due lance al suo destrier lontano.
Di vendicarlo incontinente prese
l'assunto Alardo, e ritrovossi al piano
stordito e male acconcio: sì fu crudo
lo scontro fier, che gli spezzò lo scudo.

11
Guicciardo pone incontinente in resta
l'asta, che vede i duo germani in terra,
ben che Rinaldo gridi: - Resta, resta;
che mia convien che sia la terza guerra: -
ma l'elmo ancor non ha allacciato in testa
sì che Guicciardo al corso si disserra;
né più degli altri si seppe tenere,
e ritrovossi subito a giacere.

12
Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi,
e l'un prima de l'altro essere in giostra:
ma Rinaldo pon fine ai lor litigi;
ch'inanzi a tutti armato si dimostra,
dicendo loro: - È tempo ire a Parigi;
e saria troppo la tardanza nostra,
s'io volesse aspettar fin che ciascuno
di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. -

13
Dissel tra sé, ma non che fosse inteso,
che saria stato agli altri ingiuria e scorno.
L'uno e l'altro del campo avea già preso,
e si faceano incontra aspro ritorno.
Non fu Rinaldo per terra disteso,
che valea tutti gli altri ch'avea intorno;
le lance si fiaccar, come di vetro,
né i cavallier si piegar oncia a dietro.

14
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse,
che gli fu forza in terra a por le groppe.
Baiardo immantinente ridrizzosse,
tanto ch'a pena il correre interroppe.
Sinistramente sì l'altro percosse,
che la spalla e la schena insieme roppe.
Il cavallier che 'l destrier morto vede,
lascia le staffe ed è subito in piede.

15
Ed al figlio d'Amon, che già rivolto
tornava a lui con la man vota, disse:
- Signore, il buon destrier che tu m'hai tolto,
perché caro mi fu mentre che visse,
mi faria uscir del mio debito molto,
se così invendicato si morisse:
sì che vientene, e fa ciò che tu puoi,
perché battaglia esser convien tra noi. -

16
Disse Rinaldo a lui: - Se 'l destrier morto,
e non altro ci de' porre a battaglia,
un de' miei ti darò, piglia conforto,
che men del tuo non crederò che vaglia. -
Colui soggiunse: - Tu sei malaccorto,
se creder vuoi che d'un destrier mi caglia.
Ma poi che non comprendi ciò ch'io voglio,
ti spiegherò più chiaramente il foglio.

17
Vo' dir che mi parria commetter fallo,
se con la spada non ti provassi anco,
e non sapessi s'in quest'altro ballo
tu mi sia pari, o se più vali o manco.
Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:
pur che le man tu non ti tegna al fianco,
io son contento ogni vantaggio darti:
tanto alla spada bramo di provarti. -

18
Rinaldo molto non lo tenne in lunga,
e disse: - La battaglia ti prometto;
e perché tu sia ardito, e non ti punga
di questi c'ho d'intorno alcun sospetto,
andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga;
né meco resterà fuor ch'un valletto
che mi tenga il cavallo: - e così disse
alla sua compagnia che se ne gisse.

19
La cortesia del paladin gagliardo
commendò molto il cavalliero estrano.
Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo
diede al valletto le redine in mano:
e poi che più non vede il suo stendardo,
il qual di lungo spazio è già lontano,
lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero,
e sfida alla battaglia il cavalliero.

20
E quivi s'incomincia una battaglia
di ch'altra mai non fu più fiera in vista.
Non crede l'un che tanto l'altro vaglia,
che troppo lungamente gli resista.
Ma poi che 'l paragon ben gli ragguaglia,
né l'un de l'altro più s'allegra o attrista,
pongon l'orgoglio ed il furor da parte,
ed al vantaggio loro usano ogn'arte.

21
S'odon lor colpi dispietati e crudi
intorno rimbombar con suono orrendo,
ora i canti levando a' grossi scudi,
schiodando or piastre, e quando maglie aprendo.
Né qui bisogna tanto che si studi
a ben ferir, quanto a parar, volendo
star l'uno a l'altro par; ch'eterno danno
lor può causar il primo error che fanno.

22
Durò l'assalto un'ora e più che 'l mezzo
d'un'altra; ed era il sol già sotto l'onde,
ed era sparso il tenebroso rezzo
de l'orizzon fin all'estreme sponde;
né riposato o fatto altro intermezzo
aveano alle percosse furibonde
questi guerrier, che non ira o rancore,
ma tratto all'arme avea disio d'onore.

23
Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo
chi sia l'estrano cavallier sì forte,
che non pur gli sta contra ardito e saldo,
ma spesso il mena a risco de la morte;
e già tanto travaglio e tanto caldo
gli ha posto, che del fin dubita forte:
e volentier, se con suo onor potesse,
vorria che quella pugna rimanesse.

24
Da l'altra parte il cavallier estrano,
che similmente non avea notizia
che quel fosse il signor di Montalbano,
quel sì famoso in tutta la milizia,
che gli avea incontra con la spada in mano
condotto così poca nimicizia,
era certo che d'uom di più eccellenza
non potesson dar l'arme esperienza.

25
Vorrebbe de l'impresa esser digiuno,
ch'avea di vendicare il suo cavallo;
e se potesse senza biasmo alcuno,
si trarria fuor del periglioso ballo.
Il mondo era già tanto oscuro e bruno,
che tutti i colpi quasi ivano in fallo.
Poco ferire e men parar sapeano,
ch'a pena in man le spade si vedeano.

26
Fu quel da Montalbano il primo a dire
che far battaglia non denno allo scuro,
ma quella indugiar tanto e differire,
ch'avesse dato volta il pigro Arturo;
e che può intanto al padiglion venire,
ove di sé non sarà men sicuro,
ma servito, onorato e ben veduto,
quanto in loco ove mai fosse venuto.

27
Non bisognò a Rinaldo pregar molto,
che 'l cortese baron tenne lo 'nvito.
Ne vanno insieme ove il drappel raccolto
di Montalbano era in sicuro sito.
Rinaldo al suo scudiero avea già tolto
un bel cavallo e molto ben guernito,
a spada e a lancia e ad ogni prova buono,
ed a quel cavallier fattone dono.

28
Il guerrier peregrin conobbe quello
esser Rinaldo, che venìa con esso;
che prima che giungessero all'ostello,
venuto a caso era a nomar se stesso:
e perché l'un de l'altro era fratello,
si sentìr dentro di dolcezza oppresso,
e di pietoso affetto tocco il core;
e lacrimar per gaudio e per amore.

29
Questo guerriero era Guidon selvaggio,
che dianzi con Marfisa e Sansonetto
e' figli d'Olivier molto viaggio
avea fatto per mar, come v'ho detto.
Di non veder più tosto il suo lignaggio
il fellon Pinabel gli avea interdetto,
avendol preso e a bada poi tenuto
alla difesa del suo rio statuto.

30
Guidon, che questo esser Rinaldo udio,
famoso sopra ogni famoso duce,
ch'avuto avea più di veder disio,
che non ha il cieco la perduta luce,
con molto gaudio disse: - O signor mio,
qual fortuna a combatter mi conduce
con voi, che lungamente ho amato ed amo,
e sopra tutto il mondo onorar bramo?

31
Mi partorì Costanza ne le estreme
ripe del mar Eusino: io son Guidone,
concetto de lo illustre inclito seme,
come ancor voi, del generoso Amone.
Di voi vedere e gli altri nostri insieme
il desiderio è del venir cagione;
e dove mia intenzion fu d'onorarvi,
mi veggo esser venuto a ingiuriarvi.

32
Ma scusimi apo voi d'un error tanto,
ch'io non ho voi né gli altri conosciuto;
e s'emendar si può, ditemi quanto
far debbo, ch'in ciò far nulla rifiuto. -
Poi che si fu da questo e da quel canto
de' complessi iterati al fin venuto,
rispose a lui Rinaldo: - Non vi caglia
meco scusarvi più de la battaglia:

33
che per certificarne che voi sète
di nostra antiqua stirpe un vero ramo,
dar miglior testimonio non potete,
che 'l gran valor ch'in voi chiaro proviamo.
Se più pacifiche erano e quiete
vostre maniere, mal vi credevamo;
che la damma non genera il leone,
né le colombe l'aquila o il falcone. -

34
Non, per andar, di ragionar lasciando,
non di seguir, per ragionar, lor via,
vennero ai padiglioni; ove narrando
il buon Rinaldo alla sua compagnia
che questo era Guidon, che disiando
veder, tanto aspettato aveano pria,
molto gaudio apportò ne le sue squadre;
e parve a tutti assimigliarsi al padre.

35
Non dirò l'accoglienze che gli fero
Alardo, Ricciardetto e gli altri dui;
che gli fece Viviano ed Aldigiero,
e Malagigi, frati e cugin sui;
ch'ogni signor gli fece e cavalliero;
ciò ch'egli disse a loro, ed essi a lui:
ma vi concluderò che finalmente
fu ben veduto da tutta la gente.

36
Caro Guidone a' suoi fratelli stato
credo sarebbe in ogni tempo assai;
ma lor fu al gran bisogno ora più grato,
ch'esser potesse in altro tempo mai.
Poscia che 'l nuovo sole incoronato
del mare uscì di luminosi rai,
Guidon coi frati e coi parenti in schiera
se ne tornò sotto la lor bandiera.

37
Tanto un giorno ed un altro se n'andaro,
che di Parigi alle assediate porte
a men di dieci miglia s'accostaro
in ripa a Senna; ove per buona sorte
Grifone ed Aquilante ritrovaro,
i duo guerrier da l'armatura forte:
Grifone il bianco ed Aquilante il nero,
che partorì Gismonda d'Oliviero.

38
Con essi ragionava una donzella,
non già di vil condizione in vista,
che di sciamito bianco la gonnella
fregiata intorno avea d'aurata lista;
molto leggiadra in apparenza e bella,
fosse quantunque lacrimosa e trista:
e mostrava ne' gesti e nel sembiante
di cosa ragionar molto importante.

39
Conobbe i cavallier, come essi lui,
Guidon, che fu con lor pochi dì inanzi;
ed a Rinaldo disse: - Eccovi dui
a cui van pochi di valore inanzi;
e se per Carlo ne verran con nui,
non ne staranno i Saracini inanzi. -
Rinaldo di Guidon conferma il detto,
che l'uno e l'altro era guerrier perfetto.

40
Gli avea riconosciuti egli non manco;
però che quelli sempre erano usati,
l'un tutto nero, e l'altro tutto bianco
vestir su l'arme, e molto andare ornati.
Da l'altra parte essi conobbero anco
e salutar Guidon, Rinaldo e i frati;
ed abbracciar Rinaldo come amico,
messo da parte ogni lor odio antico.

41
S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto
per Truffaldin, che fôra lungo a dire;
ma quivi insieme con fraterno affetto
s'accarezzar, tutte obliando l'ire.
Rinaldo poi si volse a Sansonetto,
ch'era tardato un poco più a venire,
e lo raccolse col debito onore,
a pieno istrutto del suo gran valore.

42
Tosto che la donzella più vicino
vide Rinaldo, e conosciuto l'ebbe
(ch'avea notizia d'ogni paladino),
gli disse una novella che gl'increbbe;
e cominciò: - Signore, il tuo cugino,
a cui la Chiesa e l'alto Imperio debbe,
quel già sì saggio ed onorato Orlando,
è fatto stolto, e va pel mondo errando.

43
Onde causato così strano e rio
accidente gli sia, non so narrarte.
La sua spada e l'altr'arme ho vedute io,
che per li campi avea gittate e sparte;
e vidi un cavallier cortese e pio
che le andò raccogliendo da ogni parte,
e poi di tutte quelle un arbuscello
fe', a guisa di trofeo, pomposo e bello.

44
Ma la spada ne fu tosto levata
dal figliuol d'Agricane il dì medesmo.
Tu pòi considerar quanto sia stata
gran perdita alla gente del battesmo
l'essere un'altra volta ritornata
Durindana in poter del paganesmo.
Né Brigliadoro men, ch'errava sciolto
intorno all'arme, fu dal pagan tolto.

45
Son pochi dì ch'Orlando correr vidi
senza vergogna e senza senno, ignudo,
con urli spaventevoli e con gridi:
ch'è fatto pazzo in somma ti conchiudo;
e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi,
creduto mai sì acerbo caso e crudo. -
Poi narrò che lo vide giù dal ponte
abbracciato cader con Rodomonte.

46
- A qualunque io non creda esser nimico
d'Orlando (soggiungea) di ciò favello,
acciò ch'alcun di tanti a ch'io lo dico,
mosso a pietà del caso strano e fello,
cerchi o a Parigi o in altro luogo amico
ridurlo, fin che si purghi il cervello.
Ben so, se Brandimarte n'avrà nuova,
sarà per farne ogni possibil prova. -

47
Era costei la bella Fiordiligi,
più cara a Brandimarte che se stesso,
la qual, per lui trovar, venìa a Parigi:
e de la spada ella suggiunse appresso,
che discordia e contesa e gran litigi
tra il Sericano e l' Tartaro avea messo;
e ch'avuta l'avea, poi fu casso,
di vita Mandricardo, al fin Gradasso.

48
Di così strano e misero accidente
Rinaldo senza fin si lagna e duole;
né il core intenerir men se ne sente,
che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole:
e con disposta ed immutabil mente,
ovunque Orlando sia, cercar lo vuole,
con speme, poi che ritrovato l'abbia,
di farlo risanar di quella rabbia.

49
Ma già lo stuolo avendo fatto unire,
sia volontà del cielo o sia aventura,
vuol fare i Saracin prima fuggire,
e liberar le parigine mura.
Ma consiglia l'assalto differire,
che vi par gran vantaggio, a notte scura,
ne la terza vigilia o ne la quarta,
ch'avrà l'acqua di Lete il Sonno sparta.

50
Tutta la gente alloggiar fece al bosco,
e quivi la posò per tutto 'l giorno;
ma poi che 'l sol, lasciando il mondo fosco,
alla nutrice antiqua fe' ritorno,
ed orsi e capre e serpi senza tosco
e l'altre fere ebbeno il cielo adorno,
che state erano ascose al maggior lampo,
mosse Rinaldo il taciturno campo:

51
e venne con Grifon, con Aquilante,
con Vivian, con Alardo e con Guidone,
con Sansonetto, agli altri un miglio inante,
a cheti passi e senza alcun sermone.
Trovò dormir l'ascolta d'Agramante:
tutta l'uccise, e non ne fe' un prigione.
Indi arrivò tra l'altra gente Mora,
che non fu visto né sentito ancora.

52
Del campo d'infedeli a prima giunta
la ritrovata guardia all'improviso
lasciò Rinaldo sì rotta e consunta,
ch'un sol non ne restò, se non ucciso.
Spezzata che lor fu la prima punta,
i Saracin non l'avean più da riso,
che sonnolenti, timidi ed inermi,
poteano a tai guerrier far pochi schermi.

53
Fece Rinaldo per maggior spavento
dei Saracini, al mover de l'assalto,
a trombe e a corni dar subito vento,
e, gridando, il suo nome alzar in alto.
Spinse Baiardo, e quel non parve lento;
che dentro all'alte sbarre entrò d'un salto,
e versò cavallier, pestò pedoni,
ed atterrò trabacche e padiglioni.

54
Non fu sì ardito tra il popul pagano,
a cui non s'arricciassero le chiome,
quando sentì Rinaldo e Montalbano
sonar per l'aria, il formidato nome.
Fugge col campo d'Africa l'ispano,
né perde tempo a caricar le some;
ch'aspettar quella furia più non vuole,
ch'aver provata anco si piagne e duole.

55
Guidon lo segue, e non fa men di lui;
né men fanno i duo figli d'Oliviero,
Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui:
col brando Sansonetto apre il sentiero:
Aldigiero e Vivian provar altrui
fan quanto in arme l'uno e l'altro è fiero.
Così fa ognun che segue lo stendardo
di Chiaramonte, da guerrier gagliardo.

56
Settecento con lui tenea Rinaldo
in Montalbano e intorno a quelle ville,
usati a portar l'arme al freddo e al caldo,
non già più rei dei Mirmidon d'Achille.
Ciascun d'essi al bisogno era sì saldo,
che cento insieme non fuggian per mille;
e se ne potean molti sceglier fuori,
che d'alcun dei famosi eran migliori.

57
E se Rinaldo ben non era molto
ricco né di città né di tesoro,
facea sì con parole e con buon volto,
e ciò ch'avea partendo ognor con loro,
ch'un di quel numer mai non gli fu tolto
per offerire altrui più somma d'oro.
Questi da Montalban mai non rimuove,
se non lo stringe un gran bisogno altrove.

58
Ed or, perch'abbia il Magno Carlo aiuto,
lasciò con poca guardia il suo castello.
Tra gli African questo drappel venuto,
questo drappel del cui valor favello,
ne fece quel che del gregge lanuto
sul falanteo Galeso il lupo fello,
o quel che soglia, del barbato, appresso
il barbaro Cinifio, il leon spesso.

59
Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto
avea che presso era a Parigi giunto,
e che la notte il campo sproveduto
volea assalir, stato era in arme e in punto;
e quando bisognò, venne in aiuto
coi paladini; e ai paladini aggiunto
avea il figliol del ricco Monodante,
di Fiordiligi il fido e saggio amante;

60
ch'ella più giorni per sì lunga via
cercato avea per tutta Francia invano.
Quivi all'insegne che portar solia,
fu da lei conosciuto di lontano.
Come lei Brandimarte vide pria,
lasciò la guerra, e tornò tutto umano,
e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno,
mille volte baciolla o poco meno.

61
De le lor donne e de le lor donzelle
si fidar molto a quella antica etade.
Senz'altra scorta andar lasciano quelle
per piani e monti e per strane contrade;
ed al ritorno l'han per buone e belle,
né mai tra lor suspizione accade.
Fiordiligi narrò quivi al suo amante,
che fatto stolto era il signor d'Anglante.

62
Brandimarte sì strana e ria novella
credere ad altri a pena avria potuto;
ma lo credette a Fiordiligi bella,
a cui già maggior cose avea creduto.
Non pur d'averlo udito gli dice ella,
ma che con gli occhi propri l'ha veduto
(c'ha conoscenza e pratica d'Orlando,
quanto alcun altro), e dice dove e quando

63
E gli narra del ponte periglioso,
che Rodomonte ai cavallier difende,
ove un sepolcro adorna e fa pomposo
di sopraveste e d'arme di chi prende.
Narra c'ha visto Orlando furioso
far cose quivi orribili e stupende;
che nel fiume il pagan mandò riverso,
con gran periglio di restar summerso.

64
Brandimarte, che 'l conte amava quanto
si può compagno amar, fratello o figlio,
disposto di cercarlo, e di far tanto,
non ricusando affanno né periglio,
che per opra di medico o d'incanto
si ponga a quel furor qualche consiglio,
così come trovossi armato in sella,
si mise in via con la sua donna bella.

65
Verso la parte ove la donna il conte
avea veduto, il lor camin drizzaro,
di giornata in giornata, fin ch'al ponte
che guarda il re d'Algier, si ritrovaro.
La guardia ne fe' segno a Rodomonte;
e gli scudieri a un tempo gli arrecaro
l'arme e il cavallo: e quel si trovò in punto,
quando fu Brandimarte al passo giunto.

66
Con voce qual conviene al suo furore
il Saracino a Brandimarte grida:
- Qualunque tu ti sia, che, per errore
di via o di mente, qui tua sorte guida,
scendi e spogliati l'arme, e fanne onore
al gran sepolcro, inanzi ch'io t'uccida,
e che vittima all'ombre tu sia offerto:
ch'io 'l farò poi, né te n'avrò alcun merto. -

67
Non volse Brandimarte a quell'altiero
altra risposta dar, che de la lancia.
Sprona Batoldo, il suo gentil destriero,
e inverso quel con tanto ardir si lancia,
che mostra che può star d'animo fiero
con qual si voglia al mondo alla bilancia:
e Rodomonte, con la lancia in resta,
lo stretto ponte a tutta briglia pesta.

68
Il suo destrier ch'avea continuo uso
d'andarvi sopra, e far di quel sovente
quando uno e quando un altro cader giuso,
alla giostra correa sicuramente;
l'altro, del corso insolito confuso,
venìa dubbioso, timido e tremente.
Trema anco il ponte, e par cader ne l'onda,
oltre che stretto e che sia senza sponda.

69
I cavallier, di giostra ambi maestri,
che le lance avean grosse come travi,
tali qual fur nei lor ceppi silvestri,
si dieron colpi non troppo soavi.
Ai lor cavalli esser possenti e destri
non giovò molto agli aspri colpi e gravi;
che si versar di pari ambi sul ponte,
e seco i signor lor tutti in un monte.

70
Nel volersi levar con quella fretta
che lo spronar de' fianchi insta e richiede,
l'asse del ponticel lor fu sì stretta,
che non trovaro ove fermare il piede;
sì che una sorte uguale ambi li getta
ne l'acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede,
simile a quel ch'uscì del nostro fiume,
quando ci cadde il mal rettor del lume.

71
I duo cavalli con tutto 'l pondo
dei cavallier, che steron fermi in sella,
a cercar la rivera insin al fondo,
se v'era ascosa alcuna ninfa bella.
Non è già il primo salto né 'l secondo,
che giù del ponte abbia il pagano in quella
onda spiccato col destrero audace;
però sa ben come quel fondo giace:

72
sa dove è saldo e sa dove è più molle,
sa dove è l'acqua bassa e dove è l'alta.
Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle,
e Brandimarte a gran vantaggio assalta.
Brandimarte il corrente in giro tolle:
ne la sabbia il destrier, che 'l fondo smalta,
tutto si ficca, e non può riaversi,
con rischio di restarvi ambi sommersi.

73
L'onda si leva e li fa andar sozzopra,
e dove è più profonda li trasporta:
va Brandimarte sotto, e 'l destrier sopra.
Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta
e le lacrime e i voti e i prieghi adopra:
- Ah Rodomonte, per colei che morta
tu riverisci, non esser sì fiero,
ch'affogar lasci un tanto cavalliero!

74
Deh, cortese signor, s'unque tu amasti,
di me, ch'amo costui, pietà ti vegna.
Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti;
che s'orni il sasso tuo di quella insegna,
di quante spoglie mai tu gli arrecasti,
questa fia la più bella e la più degna. -
E seppe sì ben dir, ch'ancor che fosse
sì crudo il re pagan, pur lo commosse;

75
e fe' che 'l suo amator ratto soccorse,
che sotto acqua il destrier tenea sepolto,
e de la vita era venuto in forse,
e senza sete avea bevuto molto.
Ma aiuto non però prima gli porse,
che gli ebbe il brando e dipoi l'elmo tolto.
De l'acqua mezzo morto il trasse, e porre
con molti altri lo fe' ne la sua torre.

76
Fu ne la donna ogni allegrezza spenta,
quando prigion vide il suo amante gire;
ma di questo pur meglio si contenta,
che di vederlo nel fiume perire.
Di se stessa, e non d'altri, si lamenta,
che fu cagion di farlo ivi venire,
per averli narrato ch'avea il conte
riconosciuto al periglioso ponte.

77
Quindi si parte, avendo già concetto
di menarvi Rinaldo paladino,
o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto,
o altri de la corte di Pipino,
in acqua e in terra cavallier perfetto
da poter contrastar col Saracino;
se non più forte, almen più fortunato
che Brandimarte suo non era stato.

78
Va molti giorni, prima che s'abbatta
in alcun cavallier ch'abbia sembiante
d'esser come lo vuol, perché combatta
col Saracino e liberi il suo amante.
Dopo molto cercar di persona atta
al suo bisogno, un le vien pur avante,
che sopravesta avea ricca ed ornata,
a tronchi di cipressi ricamata.

79
Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi;
che prima ritornar voglio a Parigi,
e de la gran sconfitta seguitarvi,

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