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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Part 12 out of 25

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77
La crudel meretrice ch'avea fatto
por quella iniqua usanza ed osservarla,
il giuramento lor ricorda e il patto
ch'essi fatti l'avean, di vendicarla.
- Se sol con questa lancia te gli abbatto,
perch mi vi con altre accompagnarla?
(dicea Guidon Selvaggio): e s'io ne mento,
levami il capo poi, ch'io son contento. -

78
Cos dicea Grifon, cos Aquilante.
Giostrar da sol a sol volea ciascuno,
e preso e morto rimanere inante
ch'incontra un sol volere andar pi d'uno.
La donna dicea loro: - A che far tante
parole qui senza profitto alcuno?
Per torre a colui l'arme io v'ho qui tratti,
non per far nuove leggi e nuovi patti.

79
Quando io v'avea in prigione, era da farme
queste escuse, e non ora, che son tarde.
Voi dovete il preso ordine servarme,
non vostre lingue far vane e bugiarde. -
Ruggier gridava lor: - Eccovi l'arme,
ecco il destrier c'ha nuovo e sella e barde;
i panni de la donna eccovi ancora:
se li volete, a che pi far dimora? -

80
La donna del castel da un lato preme,
Ruggier da l'altro li chiama e rampogna,
tanto ch'a forza si spiccaro insieme,
ma nel viso infiammati di vergogna.
Dinanzi apparve l'uno e l'altro seme
del marchese onorato di Borgogna;
ma Guidon, che pi grave ebbe il cavallo,
vena lor dietro con poco intervallo.

81
Con la medesima asta con che avea
Sansonetto abbattuto, Ruggier viene,
coperto da lo scudo che solea
Atlante aver sui monti di Pirene:
dico quello incantato, che splendea
tanto, ch'umana vista nol sostiene;
a cui Ruggier per l'ultimo soccorso
nei pi gravi perigli avea ricorso.

82
Ben che sol tre fiate bisognolli,
e certo in gran perigli, usarne il lume:
le prime due, quando dai regni molli
si trasse a pi lodevole costume;
la terza, quando i denti mal satolli
lasci de l'orca alle marine spume,
che dovean devorar la bella nuda
che fu a chi la camp poi cos cruda.

83
Fuor che queste tre volte, tutto 'l resto
lo tenea sotto un velo in modo ascoso,
ch'a discoprirlo esser potea ben presto,
che del suo aiuto fosse bisognoso.
Quivi alla giostra ne vena con questo,
come io v'ho detto ancora, s animoso,
che quei tre cavallier che vedea inanti,
manco temea che pargoletti infanti.

84
Ruggier scontra Grifone, ove la penna
de lo scudo alla vista si congiunge.
Quel di cader da ciascun lato accenna,
ed al fin cade, e resta al destrier lunge.
Mette allo scudo a lui Grifon l'antenna;
ma pel traverso e non pel dritto giunge:
e perch lo trov forbito e netto,
l'and strisciando, e fe' contrario effetto.

85
Roppe il velo e squarci, che gli copria
lo spaventoso ed incantato lampo,
al cui splendor cader si convenia
con gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo.
Aquilante, ch'a par seco vena,
stracci l'avanzo, e fe' lo scudo vampo.
Lo splendor fer gli occhi ai duo fratelli
ed a Guidon, che correa dopo quelli.

86
Chi di qua, chi di l cade per terra:
lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia,
ma fa che ogn'altro senso attonito erra.
Ruggier, che non sa il fin de la battaglia,
volta il cavallo; e nel voltare afferra
la spada sua che s ben punge e taglia:
e nessun vede che gli sia all'incontro,
che tutti eran caduti a quello scontro.

87
I cavallieri e insieme quei ch'a piede
erano usciti, e cos le donne anco,
e non meno i destrieri in guisa vede,
che par che per morir battano il fianco.
Prima si maraviglia, e poi s'avvede
che 'l velo ne pendea dal lato manco:
dico il velo di seta, in che solea
chiuder la luce di quel caso rea.

88
Presto si volge, e nel voltar, cercando
con gli occhi va l'amata sua guerriera;
e vien l dove era rimasa, quando
la prima giostra cominciata s'era.
Pensa ch'andata sia (non la trovando)
a vietar che quel giovine non pera,
per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda
in questo mezzo ch'a giostrar si tarda.

89
Fra gli altri che giacean vede la donna,
la donna che l'avea quivi guidato.
Dinanzi se la pon, s come assonna,
e via cavalca tutto conturbato.
D'un manto ch'essa avea sopra la gonna,
poi ricoperse lo scudo incantato;
e i sensi riaver le fece, tosto
che 'l nocivo splendore ebbe nascosto.

90
Via se ne va Ruggier con faccia rossa
che, per vergogna, di levar non osa:
gli par ch'ognuno improverar gli possa
quella vittoria poco gloriosa.
- Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa
mi sia una colpa tanto obbrobriosa?
che ci ch'io vinsi mai, fu per favore,
diran, d'incanti, e non per mio valore. -

91
Mentre cos pensando seco giva,
venne in quel che cercava a dar di cozzo;
che 'n mezzo de la strada soprarriva
dove profondo era cavato un pozzo.
Quivi l'armento alla calda ora estiva
si ritraea, poi ch'avea pieno il gozzo.
Disse Ruggiero: - Or proveder bisogna,
che non mi facci, o scudo, pi vergogna.

92
Pi non starai tu meco; e questo sia
l'ultimo biasmo c'ho d'averne al mondo. -
Cos dicendo, smonta ne la via:
piglia una grossa pietra e di gran pondo,
e la lega allo scudo, ed ambi invia
per l'alto pozzo a ritrovarne il fondo;
e dice: - Cost gi statti sepulto,
e teco stia sempre il mio obbrobrio occulto. -

93
Il pozzo cavo, e pieno al sommo d'acque:
grieve lo scudo, e quella pietra grieve.
Non si ferm fin che nel fondo giacque:
sopra si chiuse il liquor molle e lieve.
Il nobil atto e di splendor non tacque
la vaga Fama, e divulgollo in breve;
e di rumor n'emp, suonando il corno,
e Francia e Spagna e le province intorno.

94
Poi che di voce in voce si fe' questa
strana aventura in tutto il mondo nota,
molti guerrier si missero all'inchiesta
e di parte vicina e di remota:
ma non sapean qual fosse la foresta
dove nel pozzo il sacro scudo nuota;
che la donna che fe' l'atto palese,
dir mai non volse il pozzo n il paese.

95
Al partir che Ruggier fe' dal castello,
dove avea vinto con poca battaglia;
che i quattro gran campion di Pinabello
fece restar come uomini di paglia;
tolto lo scudo, avea levato quello
lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia:
e quei che giaciuti eran come morti,
pieni di meraviglia eran risorti.

96
N per tutto quel giorno si favella
altro fra lor, che de lo strano caso,
e come fu che ciascun d'essi a quella
orribil luce vinto era rimaso.
Mentre parlan di questo, la novella
vien lor di Pinabel giunto all'occaso:
che Pinabello morto hanno l'aviso,
ma non sanno per chi l'abbia ucciso.

97
L'ardita Bradamante in questo mezzo
giunto avea Pinabello a un passo stretto;
e cento volte gli avea fin a mezzo
messo il brando pei fianchi e per lo petto.
Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e 'l lezzo
che tutto intorno avea il paese infetto,
le spalle al bosco testimonio volse
con quel destrier che gi il fellon le tolse.

98
Volse tornar dove lasciato avea
Ruggier; n seppe mai trovar la strada.
Or per valle or per monte s'avvolgea:
tutta quasi cerc quella contrada.
Non volse mai la sua fortuna rea,
che via trovasse onde a Ruggier si vada.
Questo altro canto ad ascoltare aspetto
chi de l'istoria mia prende diletto.

CANTO VENTITREESIMO

1
Studisi ognun giovare altrui; che rade
volte il ben far senza il suo premio fia:
e se pur senza, almen non te ne accade
morte n danno n ignominia ria.
Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade
il debito a scontar, che non s'oblia.
Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.

2
Or vedi quel ch'a Pinabello avviene
per essersi portato iniquamente:
giunto in somma alle dovute pene,
dovute e giuste alla sua ingiusta mente.
E Dio, che le pi volte non sostiene
veder patire a torto uno innocente,
salv la donna; e salver ciascuno
che d'ogni fellonia viva digiuno.

3
Credette Pinabel questa donzella
gi d'aver morta, e col gi sepulta;
n la pensava mai veder, non ch'ella
gli avesse a tor degli error suoi la multa.
N il ritrovarsi in mezzo le castella
del padre, in alcun util gli risulta.
Quivi Altaripa era tra monti fieri
vicina al tenitorio di Pontieri.

4
Tenea quell'Altaripa il vecchio conte
Anselmo, di ch'usc questo malvagio,
che, per fuggir la man di Chiaramonte,
d'amici e di soccorso ebbe disagio.
La donna al traditore a pi d'un monte
tolse l'indegna vita a suo grande agio;
che d'altro aiuto quel non si provede,
che d'alti gridi e di chiamar mercede.

5
Morto ch'ella ebbe il falso cavalliero
che lei voluto avea gi porre a morte,
volse tornare ove lasci Ruggiero;
ma non lo consent sua dura sorte,
che la fe' traviar per un sentiero
che la port dov'era spesso e forte,
dove pi strano e pi solingo il bosco,
lasciando il sol gi il mondo all'aer fosco.

6
N sappiendo ella ove potersi altrove
la notte riparar, si ferm quivi
sotto le frasche in su l'erbette nuove,
parte dormendo, fin che 'l giorno arrivi,
parte mirando ora Saturno or Giove,
Venere e Marte e gli altri erranti divi;
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente
contemplando Ruggier come presente.

7
Spesso di cor profondo ella sospira,
di pentimento e di dolor compunta,
ch'abbia in lei, pi ch'amor, potuto l'ira.
- L'ira (dicea) m'ha dal mio amor disgiunta:
almen ci avessi io posta alcuna mira,
poi ch'avea pur la mala impresa assunta,
di saper ritornar donde io veniva;
che ben fui d'occhi e di memoria priva. -

8
Queste ed altre parole ella non tacque,
e molto pi ne ragion col core.
Il vento intanto di sospiri, e l'acque
di pianto facean pioggia di dolore.
Dopo una lunga aspettazion pur nacque
in oriente il disiato albore:
ed ella prese il suo destrier ch'intorno
giva pascendo, ed and contra il giorno.

9
N molto and, che si trov all'uscita
del bosco, ove pur dianzi era il palagio,
l dove molti d l'avea schernita
con tanto error l'incantator malvagio.
Ritrov quivi Astolfo, che fornita
la briglia all'ippogrifo avea a grande agio,
e stava in gran pensier di Rabicano,
per non sapere a chi lasciarlo in mano.

10
A caso si trov che fuor di testa
l'elmo allor s'avea tratto il paladino;
s che tosto ch'usc de la foresta,
Bradamante conobbe il suo cugino.
Di lontan salutollo, e con gran festa
gli corse, e l'abbracci poi pi vicino;
e nominossi, ed alz la visiera,
e chiaramente fe' veder ch'ell'era.

11
Non potea Astolfo ritrovar persona
a chi il suo Rabican meglio lasciasse,
perch dovesse averne guardia buona
e renderglielo poi come tornasse,
de la figlia del duca di Dordona;
e parvegli che Dio gli la mandasse.
Vederla volentier sempre solea,
ma pel bisogno or pi ch'egli n'avea.

12
Da poi che due o tre volte ritornati
fraternamente ad abbracciar si foro,
e si for l'uno a l'altro domandati
con molta affezion de l'esser loro,
Astolfo disse: - Ormai, se dei pennati
vo' 'l paese cercar, troppo dimoro: -
ed aprendo alla donna il suo pensiero,
veder le fece il volator destriero.

13
A lei non fu di molta maraviglia
veder spiegare a quel destrier le penne;
ch'altra volta, reggendogli la briglia
Atlante incantator, contra le venne;
e le fece doler gli occhi e le ciglia:
s fisse dietro a quel volar le tenne
quel giorno, che da lei Ruggier lontano
portato fu per camin lungo e strano.

14
Astolfo disse a lei, che le volea
dar Rabican, che s nel corso affretta,
che, se scoccando l'arco si movea,
si solea lasciar dietro la saetta;
e tutte l'arme ancor, quante n'avea,
che vuol che a Montalban gli le rimetta,
e gli le serbi fin al suo ritorno;
che non gli fanno or di bisogno intorno.

15
Volendosene andar per l'aria a volo,
aveasi a far quanto potea pi lieve.
Tiensi la spada e 'l corno, ancor che solo
bastargli il corno ad ogni risco deve.
Bradamante la lancia che 'l figliuolo
port di Galafrone, anco riceve;
la lancia che di quanti ne percuote
fa le selle restar subito vote.

16
Salito Astolfo sul destrier volante,
lo fa mover per l'aria lento lento;
indi lo caccia s, che Bradamante
ogni vista ne perde in un momento.
Cos si parte col pilota inante
il nochier che gli scogli teme e 'l vento;
e poi che 'l porto e i liti a dietro lassa,
spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.

17
La donna, poi che fu partito il duca,
rimase in gran travaglio de la mente;
che non sa come a Montalban conduca
l'armatura e il destrier del suo parente;
per che 'l cuor le cuoce e le manuca
l'ingorda voglia e il desiderio ardente
di riveder Ruggier, che, se non prima,
a Vallombrosa ritrovar lo stima.

18
Stando quivi suspesa, per ventura
si vede inanzi giungere un villano,
dal qual fa rassettar quella armatura,
come si puote, e por su Rabicano;
poi di menarsi dietro gli di cura
i duo cavalli, un carco e l'altro a mano:
ella n'avea duo prima; ch'avea quello
sopra il qual lev l'altro a Pinabello.

19
Di Vallombrosa pens far la strada,
che trovar quivi il suo Ruggier ha speme;
ma qual pi breve o qual miglior vi vada,
poco discerne, e d'ire errando teme.
Il villan non avea de la contrada
pratica molta; ed erreranno insieme.
Pur andare a ventura ella si messe,
dove pens che 'l loco esser dovesse.

20
Di qua di l si volse, n persona
incontr mai da domandar la via.
Si trov uscir del bosco in su la nona
dove un castel poco lontan scopra,
il qual la cima a un monticel corona.
Lo mira, e Montalban le par che sia:
ed era certo Montalbano; e in quello
avea la matre ed alcun suo fratello.

21
Come la donna conosciuto ha il loco,
nel cor s'attrista, e pi ch'i' non so dire:
sar scoperta, se si ferma un poco,
n pi le sar lecito a partire;
se non si parte, l'amoroso foco
l'arder s, che la far morire:
non vedr pi Ruggier, n far cosa
di quel ch'era ordinato a Vallombrosa.

22
Stette alquanto a pensar; poi si risolse
di voler dar a Montalban le spalle:
e verso la badia pur si rivolse,
che quindi ben sapea qual era il calle.
Ma sua fortuna, o buona o trista, volse
che prima ch'ella uscisse de la valle,
scontrasse Alardo, un de' fratelli sui;
n tempo di celarsi ebbe da lui.

23
Veniva da partir gli alloggiamenti
per quel contado a cavallieri e a fanti;
ch'ad istanza di Carlo nuove genti
fatto avea de le terre circostanti.
I saluti e i fraterni abbracciamenti
con le grate accoglienze andaro inanti;
e poi, di molte cose a paro a paro
tra lor parlando, in Montalban tornaro.

24
Entr la bella donna in Montalbano,
dove l'avea con lacrimosa guancia
Beatrice molto desiata invano,
e fattone cercar per tutta Francia.
Or quivi i baci e il giunger mano a mano
di matre e di fratelli estim ciancia
verso gli avuti con Ruggier complessi,
ch'avr ne l'alma eternamente impressi.

25
Non potendo ella andar, fece pensiero
ch'a Vallombrosa altri in suo nome andasse
immantinente ad avisar Ruggiero
de la cagion ch'andar lei non lasciasse;
e lui pregar (s'era pregar mestiero)
che quivi per suo amor si battezzasse,
e poi venisse a far quanto era detto,
s che si desse al matrimonio effetto.

26
Pel medesimo messo fe' disegno
di mandar a Ruggiero il suo cavallo,
che gli solea tanto esser caro: e degno
d'essergli caro era ben senza fallo;
che non s'avria trovato in tutto 'l regno
dei Saracin, n sotto il signor Gallo,
pi bel destrier di questo o pi gagliardo,
eccetti Brigliador, soli, e Baiardo.

27
Ruggier, quel d che troppo audace ascese
su l'ippogrifo, e verso il ciel levosse,
lasci Frontino, e Bradamante il prese
(Frontino, che 'l destrier cos nomosse);
mandollo a Montalbano, e a buone spese
tener lo fece, e mai non cavalcosse,
se non per breve spazio e a picciol passo;
s ch'era pi che mai lucido e grasso.

28
Ogni sua donna tosto, ogni donzella
pon seco in opra, e con suttil lavoro
fa sopra seta candida e morella
tesser ricamo di finissimo oro;
e di quel cuopre ed orna briglia e sella
del buon destrier: poi sceglie una di loro
figlia di Callitrefia sua nutrice,
d'ogni secreto suo fida uditrice.

29
Quanto Ruggier l'era nel core impresso,
mille volte narrato avea a costei;
la belt, la virtude, i modi d'esso
esaltato l'avea fin sopra i dei.
A s chiamolla, e disse: - Miglior messo
a tal bisogno elegger non potrei;
che di te n pi fido n pi saggio
imbasciator, Ippalca mia, non aggio. -

30
Ippalca la donzella era nomata.
- Va, - le dice, e l'insegna ove de' gire;
e pienamente poi l'ebbe informata
di quanto avesse al suo signore a dire;
e far la scusa se non era andata
al monaster: che non fu per mentire;
ma che Fortuna, che di noi potea
pi che noi stessi, da imputar s'avea.

31
Montar la fece s'un ronzino, e in mano
la ricca briglia di Frontin le messe:
e se s pazzo alcuno o s villano
trovasse, che levar le lo volesse;
per fargli a una parola il cervel sano,
di chi fosse il destrier sol gli dicesse;
che non sapea s ardito cavalliero,
che non tremasse al nome di Ruggiero.

32
Di molte cose l'ammonisce e molte,
che trattar con Ruggier abbia in sua vece;
le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte,
si pose in via, n pi dimora fece.
Per strade e campi e selve oscure e folte
cavalc de le miglia pi di diece;
che non fu a darle noia chi venisse,
n a domandarla pur dove ne gisse.

33
A mezzo il giorno, nel calar d'un monte,
in una stretta e malagevol via
si venne ad incontrar con Rodomonte,
ch'armato un piccol nano e a pi seguia.
Il Moro alz vr lei 1'altiera fronte,
e bestemmi l'eterna Ierarchia,
poi che s bel destrier, s bene ornato,
non avea in man d'un cavallier trovato.

34
Avea giurato che 'l primo cavallo
torria per forza, che tra via incontrasse.
Or questo stato il primo; e trovato hallo
pi bello e pi per lui, che mai trovasse:
ma torlo a una donzella gli par fallo;
e pur agogna averlo, e in dubbio stasse.
Lo mira, lo contempla, e dice spesso:
- Deh perch il suo signor non con esso! -

35
- Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca)
che ti faria cangiar forse pensiero.
Assai pi di te val chi lo cavalca,
n lo pareggia al mondo altro guerriero. -
- Chi (le disse il Moro) che s calca
l'onore altrui? - Rispose ella: - Ruggiero. -
E quel suggiunse: - Adunque il destrier voglio,
poi ch'a Ruggier, s gran campion, lo toglio.

36
Il qual, se sar ver, come tu parli,
che sia s forte, e pi d'ogn'altro vaglia,
non che il destrier, ma la vettura darli
converrammi, e in suo albitrio fia la taglia.
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli,
e che, se pur vorr meco battaglia,
mi trover; ch'ovunque io vada o stia,
mi fa sempre apparir la luce mia.

37
Dovunque io vo, s gran vestigio resta,
che non lo lascia il fulmine maggiore. -
Cos dicendo, avea tornate in testa
le redine dorate al corridore:
sopra gli salta; e lacrimosa e mesta
rimane Ippalca, e spinta dal dolore
minaccia Rodomonte e gli dice onta:
non l'ascolta egli, e su pel poggio monta.

38
Per quella via dove lo guida il nano
per trovar Mandricardo e Doralice,
gli viene Ippalca dietro di lontano,
e lo bestemmia sempre e maledice.
Ci che di questo avvenne, altrove piano.
Turpin, che tutta questa istoria dice,
fa qui digresso, e torna in quel paese
dove fu dianzi morto il Maganzese.

39
Dato avea a pena a quel loco le spalle
la figliuola d'Amon, ch'in fretta ga,
che v'arriv Zerbin per altro calle
con la fallace vecchia in compagnia:
e giacer vide il corpo ne la valle
del cavallier, che non sa gi chi sia;
ma, come quel ch'era cortese e pio,
ebbe piet del caso acerbo e rio.

40
Giaceva Pinabello in terra spento,
versando il sangue per tante ferite,
ch'esser doveano assai, se pi di cento
spade in sua morte si fossero unite.
Il cavallier di Scozia non fu lento
per l'orme che di fresco eran scolpite
a porsi in avventura, se potea
saper chi l'omicidio fatto avea.

41
Ed a Gabrina dice che l'aspette;
che senza indugio a lei far ritorno.
Ella presso al cadavero si mette,
e fissamente vi pon gli occhi intorno;
perch, se cosa v'ha che le dilette,
non vuol ch'un morto invan pi ne sia adorno,
come colei che fu, tra l'altre note,
quanto avara esser pi femina puote.

42
Se di portarne il furto ascosamente
avesse avuto modo o alcuna speme,
la sopravesta fatta riccamente
gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme.
Ma quel che pu celarsi agevolmente,
si piglia, e 'l resto fin al cor le preme.
Fra l'altre spoglie un bel cinto levonne,
e se ne leg i fianchi infra due gonne.

43
Poco dopo arriv Zerbin, ch'avea
seguito invan di Bradamante i passi,
perch trov il sentier che si torcea
in molti rami ch'ivano alti e bassi:
e poco ormai del giorno rimanea,
n volea al buio star fra quelli sassi;
e per trovare albergo di le spalle
con l'empia vecchia alla funesta valle.

44
Quindi presso a dua miglia ritrovaro
un gran castel che fu detto Altariva,
dove per star la notte si fermaro,
che gi a gran volo inverso il ciel saliva.
Non vi ster molto, ch'un lamento amaro
l'orecchie d'ogni parte lor feriva;
e veggon lacrimar da tutti gli occhi,
come la cosa a tutto il popul tocchi.

45
Zerbino dimandonne, e gli fu detto
che venut'era al cont'Anselmo aviso,
che fra duo monti in un sentiero istretto
giacea il suo figlio Pinabello ucciso.
Zerbin, per non ne dar di s sospetto,
di ci si finge nuovo, e abbassa il viso;
ma pensa ben, che senza dubbio sia
quel ch'egli trov morto in su la via.

46
Dopo non molto la bara funbre
giunse, a splendor di torchi e di facelle,
l dove fece le strida pi crebre
con un batter di man gire alle stelle,
e con pi vena fuor de le palpbre
le lacrime inundar per le mascelle:
ma pi de l'altre nubilose ed atre
era la faccia del misero patre.

47
Mentre apparecchio si facea solenne
di grandi esequie e di funbri pompe,
secondo il modo ed ordine che tenne
l'usanza antiqua e ch'ogni et corrompe;
da parte del signore un bando venne,
che tosto il popular strepito rompe,
e promette gran premio a chi dia aviso
chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.

48
Di voce in voce e d'una in altra orecchia
il grido e 'l bando per la terra scorse,
fin che l'ud la scelerata vecchia
che di rabbia avanz le tigri e l'orse;
e quindi alla ruina s'apparecchia
di Zerbino, o per l'odio che gli ha forse,
o per vantarsi pur, che sola priva
d'umanitade in uman corpo viva;

49
o fosse pur per guadagnarsi il premio:
a ritrovar n'and quel signor mesto;
e dopo un verisimil suo proemio,
gli disse che Zerbin fatto avea questo:
e quel bel cinto si lev di gremio,
che 'l miser padre a riconoscer presto,
appresso il testimonio e tristo uffizio
de l'empia vecchia, ebbe per chiaro indizio.

50
E lacrimando al ciel leva le mani,
che 'l figliuol non sar senza vendetta.
Fa circundar l'albergo ai terrazzani;
che tutto 'l popul s' levato in fretta.
Zerbin che gli nimici aver lontani
si crede, e questa ingiuria non aspetta,
dal conte Anselmo, che si chiama offeso
tanto da lui, nel primo sonno preso;

51
e quella notte in tenebrosa parte
incatenato, e in gravi ceppi messo.
Il sole ancor non ha le luci sparte,
che l'ingiusto supplicio gi commesso;
che nel loco medesimo si squarte,
dove fu il mal c'hanno imputato ad esso.
Altra esamina in ci non si facea:
bastava che 'l signor cos credea.

52
Poi che l'altro matin la bella Aurora
l'aer seren fe' bianco e rosso e giallo,
tutto 'l popul gridando: - Mora, mora, -
vien per punir Zerbin del non suo fallo.
Lo sciocco vulgo l'accompagna fuora,
senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo,
e 'l cavallier di Scozia a capo chino
ne vien legato in s'un piccol ronzino.

53
Ma Dio, che spesso gl'innocenti aiuta,
n lascia mai ch'in sua bont si fida,
tal difesa gli avea gi proveduta,
che non v' dubbio pi ch'oggi s'uccida.
Quivi Orlando arriv, la cui venuta
alla via del suo scampo gli fu guida.
Orlando gi nel pian vide la gente
che trae a morte il cavallier dolente.

54
Era con lui quella fanciulla, quella
che ritrov ne la selvaggia grotta,
del re galego la figlia lssabella,
in poter gi de' malandrin condotta,
poi che lasciato avea ne la procella
del truculento mar la nave rotta:
quella che pi vicino al core avea
questo Zerbin, che l'alma onde vivea.

55
Orlando se l'avea fatta compagna,
poi che de la caverna la riscosse.
Quando costei li vide alla campagna,
domand Orlando, chi la turba fosse.
- Non so, - diss'egli; e poi su la montagna
lasciolla, e verso il pian ratto si mosse.
Guard Zerbino, ed alla vista prima
lo giudic baron di molta stima.

56
E fattosegli appresso, domandollo
per che cagione e dove il menin preso.
Lev il dolente cavalliero il collo,
e meglio avendo il paladino inteso,
rispose il vero; e cos ben narrollo,
che merit dal conte esser difeso.
Bene avea il conte alle parole scorto
ch'era innocente, e che moriva a torto.

57
E poi che 'ntese che commesso questo
era dal conte Anselmo d'Altariva,
fu certo ch'era torto manifesto;
ch'altro da quel fellon mai non deriva.
Ed oltre a ci, l'uno era all'altro infesto
per l'antiquissimo odio che bolliva
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;
e tra lor eran morti e danni ed onte.

58
- Slegate il cavallier (grid), canaglia,
(il conte a' masnadieri), o ch'io v'uccido. -
- Chi costui che s gran colpi taglia?
(rispose un che parer volle il pi fido).
Se di cera noi fussimo o di paglia,
e di fuoco egli, assai fra quel grido. -
E venne contra il paladin di Francia:
Orlando contra lui chin la lancia.

59
La lucente armatura il Maganzese,
che levata la notte avea a Zerbino,
e postasela indosso, non difese
contro l'aspro incontrar del paladino.
Sopra la destra guancia il ferro prese:
l'elmo non pass gi, perch'era fino;
ma tanto fu de la percossa il crollo,
che la vita gli tolse e roppe il collo.

60
Tutto in un corso, senza tor di resta
la lancia, pass un altro in mezzo 'l petto:
quivi lasciolla, e la mano ebbe presta
a Durindana; e nel drappel pi stretto
a chi fece due parti de la testa,
a chi lev dal busto il capo netto;
for la gola a molti; e in un momento
n'uccise e messe in rotta pi di cento.

61
Pi del terzo n'ha morto, e 'l resto caccia
e taglia e fende e fiere e fora e tronca.
Chi lo scudo, e chi l'elmo che lo 'mpaccia,
e chi lascia lo spiedo e chi la ronca;
chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia;
altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca.
Orlando, di piet questo d privo,
a suo poter non vuol lasciarne un vivo.

62
Di cento venti (che Turpin sottrasse
il conto), ottanta ne periro almeno.
Orlando finalmente si ritrasse
dove a Zerbin tremava il cor nel seno.
S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse,
non si potria contare in versi a pieno.
Se gli saria per onorar prostrato;
ma si trov sopra il ronzin legato.

63
Mentre ch'Orlando, poi che lo disciolse,
l'aiutava a ripor l'arme sue intorno,
ch'al capitan de la sbirraglia tolse,
che per suo mal se n'era fatto adorno;
Zerbino gli occhi ad Issabella volse,
che sopra il colle avea fatto soggiorno,
e poi che de la pugna vide il fine,
port le sue bellezze pi vicine.

64
Quando apparir Zerbin si vide appresso
la donna che da lui fu amata tanto,
la bella donna che per falso messo
credea sommersa, e n'ha pi volte pianto;
com'un ghiaccio nel petto gli sia messo,
sente dentro aggelarsi, e triema alquanto:
ma tosto il freddo manca, ed in quel loco
tutto s'avampa d'amoroso fuoco.

65
Di non tosto abbracciarla lo ritiene
la riverenza del signor d'Anglante;
perch si pensa, e senza dubbio tiene
ch'Orlando sia de la donzella amante.
Cos cadendo va di pene in pene,
e poco dura il gaudio ch'ebbe inante:
il vederla d'altrui peggio sopporta,
che non fe' quando ud ch'ella era morta.

66
E molto pi gli duol che sia in podesta
del cavalliero a cui cotanto debbe;
perch volerla a lui levar n onesta
n forse impresa facile sarebbe.
Nessuno altro da s lassar con questa
preda partir senza romor vorrebbe:
ma verso il conte il suo debito chiede
che se lo lasci por sul collo il piede.

67
Giunsero taciturni ad una fonte,
dove smontaro e fer qualche dimora.
Trassesi l'elmo il travagliato conte,
ed a Zerbin lo fece trarre ancora.
Vede la donna il suo amatore in fronte,
e di subito gaudio si scolora;
poi torna come fiore umido suole
dopo gran pioggia all'apparir del sole.

68
E senza indugio e senza altro rispetto
corre al suo caro amante, e il collo abbraccia;
e non pu trar parola fuor del petto,
ma di lacrime il sen bagna e la faccia.
Orlando attento all'amoroso affetto,
senza che pi chiarezza se gli faccia,
vide a tutti gl'indizi manifesto
ch'altri esser, che Zerbin, non potea questo.

69
Come la voce aver pot Issabella,
non bene asciutta ancor l'umida guancia,
sol de la molta cortesia favella,
che l'avea usata il paladin di Francia.
Zerbino, che tenea questa donzella
con la sua vita pare a una bilancia,
si getta a' pi del conte, e quello adora
come a chi gli ha due vite date a un'ora.

70
Molti ringraziamenti e molte offerte
erano per seguir tra i cavallieri,
se non udian sonar le vie coperte
dagli arbori di frondi oscuri e neri.
Presti alle teste lor, ch'eran scoperte,
posero gli elmi, e presero i destrieri:
ed ecco un cavalliero e una donzella
lor sopravien, ch'a pena erano in sella.

71
Era questo guerrier quel Mandricardo
che dietro Orlando in fretta si condusse
per vendicar Alzirdo e Manilardo,
che 'l paladin con gran valor percusse:
quantunque poi lo seguit pi tardo;
che Doralice in suo poter ridusse,
la quale avea con un troncon di cerro
tolta a cento guerrier carchi di ferro.

72
Non sapea il Saracin per, che questo,
ch'egli seguia, fosse il signor d'Anglante:
ben n'avea indizio e segno manifesto
ch'esser dovea gran cavalliero errante.
A lui mir pi ch'a Zerbino, e presto
gli and con gli occhi dal capo alle piante;
e i dati contrasegni ritrovando,
disse: - Tu se' colui ch'io vo cercando.

73
Sono omai dieci giorni (gli soggiunse)
che di cercar non lascio i tuo' vestigi:
tanto la fama stimolommi e punse,
che di te venne al campo di Parigi,
quando a fatica un vivo sol vi giunse
di mille che mandasti ai regni stigi;
e la strage cont, che da te venne
sopra i Norizi e quei di Tremisenne.

74
Non fui, come lo seppi, a seguir lento,
e per vederti e per provarti appresso:
e perch m'informai del guernimento
c'hai sopra l'arme, io so che tu sei desso;
e se non l'avessi anco, e che fra cento
per celarti da me ti fossi messo,
il tuo fiero sembiante mi faria
chiaramente veder che tu quel sia. -

75
- Non si pu (gli rispose Orlando) dire
che cavallier non sii d'alto valore;
per che s magnanimo desire
non mi credo albergasse in umil core.
Se 'l volermi veder ti fa venire,
vo' che mi veggi dentro, come fuore:
mi lever questo elmo da le tempie,
acci ch'a punto il tuo desire adempie.

76
Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia,
all'altro desiderio ancora attendi:
resta ch'alla cagion tu satisfaccia,
che fa che dietro questa via mi prendi;
che veggi se 'l valor mio si confaccia
a quel sembiante fier che s commendi. -
- Ors (disse il pagano), al rimanente;
ch'al primo ho satisfatto interamente. -

77
Il conte tuttavia dal capo al piede
va cercando il pagan tutto con gli occhi:
mira ambi i fianchi, indi l'arcion; n vede
pender n qua n l mazze n stocchi.
Gli domanda di ch'arme si provede,
s'avvien che con la lancia in fallo tocchi.
Rispose quel: - Non ne pigliar tu cura:
cos a molt'altri ho ancor fatto paura.

78
Ho sacramento di non cinger spada,
fin ch'io non tolgo Durindana al conte;
e cercando lo vo per ogni strada,
acci pi d'una posta meco sconte.
Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada)
quando mi posi quest'elmo alla fronte,
il qual con tutte l'altr'arme ch'io porto,
era d'Ettr, che gi mill'anni morto.

79
La spada sola manca alle buone arme:
come rubata fu, non ti so dire.
Or che la porti il paladino, parme;
e di qui vien ch'egli ha s grande ardire.
Ben penso, se con lui posso accozzarme,
fargli il mal tolto ormai ristituire.
Cercolo ancor, che vendicar disio
il famoso Agrican genitor mio.

80
Orlando a tradimento gli di morte:
ben so che non potea farlo altrimente. -
Il conte pi non tacque, e grid forte:
- E tu e qualunque il dice, se ne mente.
Ma quel che cerchi t' venuto in sorte:
io sono Orlando, e uccisil giustamente;
e questa quella spada che tu cerchi,
che tua sar, se con virt la merchi.

81
Quantunque sia debitamente mia,
tra noi per gentilezza si contenda:
n voglio in questa pugna ch'ella sia
pi tua che mia; ma a un arbore s'appenda.
Levala tu liberamente via,
s'avvien che tu m'uccida o che mi prenda. -
Cos dicendo, Durindana prese,
e 'n mezzo il campo a un arbuscel l'appese.

82
Gi l'un da l'altro dipartito lunge,
quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco:
gi l'uno contra l'altro il destrier punge,
n de le lente redine gli parco:
gi l'uno e l'altro di gran colpo aggiunge
dove per l'elmo la veduta ha varco.
Parveno l'aste, al rompersi, di gielo;
e in mille schegge andar volando al cielo.

83
L'una e l'altra asta forza che si spezzi;
che non voglion piegarsi i cavallieri,
i cavallier che tornano coi pezzi
che son restati appresso i calci interi.
Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi,
or, come duo villan per sdegno fieri
nel partir acque o termini de prati,
fan crudel zuffa di duo pali armati.

84
Non stanno l'aste a quattro colpi salde,
e mancan nel furor di quella pugna.
Di qua e di l si fan l'ire pi calde;
n da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,
pur che la man, dove s'aggraffi, giugna.
Non desideri alcun, perch pi vaglia,
martel pi grave o pi dura tanaglia.

85
Come pu il Saracin ritrovar sesto
di finir con suo onore il fiero invito?
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo,
che nuoce al feritor pi ch'al ferito.
And alle strette l'uno e l'altro, e presto
il re pagano Orlando ebbe ghermito:
lo strigne al petto; e crede far le prove
che sopra Anteo fe' gi il figliol di Giove.

86
Lo piglia con molto impeto a traverso:
quando lo spinge, e quando a s lo tira;
ed ne la gran colera s immerso,
ch'ove resti la briglia poco mira.
Sta in s raccolto Orlando, e ne va verso
il suo vantaggio, e alla vittoria aspira:
gli pon la cauta man sopra le ciglia
del cavallo, e cader ne fa la briglia.

87
Il Saracino ogni poter vi mette,
che lo soffoghi, o de l'arcion lo svella:
negli urti il conte ha le ginocchia strette;
n in questa parte vuol piegar n in quella.
Per quel tirar che fa il pagan, costrette
le cingie son d'abandonar la sella.
Orlando in terra, e a pena sel conosce:
ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.

88
Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade,
risuona il conte, come il campo tocca.
Il destrier c'ha la testa in libertade,
quello a chi tolto il freno era di bocca,
non pi mirando i boschi che le strade,
con ruinoso corso si trabocca,
spinto di qua e di l dal timor cieco;
e Mandricardo se ne porta seco.

89
Doralice che vede la sua guida
uscir dal campo e torlesi d'appresso,
e mal restarne senza si confida,
dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo.
Il pagan per orgoglio al destrier grida,
e con mani e con piedi il batte spesso;
e, come non sia bestia, lo minaccia
perch si fermi, e tuttavia pi il caccia.

90
La bestia, ch'era spaventosa e poltra,
sanza guardarsi ai pi, corre a traverso.
Gi corso avea tre miglia, e seguiva oltra,
s'un fosso a quel desir non era avverso;
che, sanza aver nel fondo o letto o coltra,
riceve l'uno e l'altro in s riverso.
Di Mandricardo in terra aspra percossa;
n per si fiacc n si roppe ossa.

91
Quivi si ferma il corridore al fine,
ma non si pu guidar, che non ha freno.
Il Tartaro lo tien preso nel crine,
e tutto di furore e d'ira pieno.
Pensa, e non sa quel che di far destine.
- Pongli la briglia del mio palafreno
(la donna gli dicea); che non molto
il mio feroce, o sia col freno o sciolto. -

92
Al Saracin parea discortesia
la proferta accettar di Doralice;
ma fren gli far aver per altra via
Fortuna a' suoi disii molto fautrice.
Quivi Gabrina scelerata invia,
che, poi che di Zerbin fu traditrice,
fuggia, come la lupa che lontani
oda venire i cacciatori e i cani.

93
Ella avea ancora indosso la gonnella,
e quei medesimi giovenili ornati
che furo alla vezzosa damigella
di Pinabel, per lei vestir, levati;
ed avea il palafreno anco di quella,
dei buon del mondo e degli avantaggiati.
La vecchia sopra il Tartaro trovosse,
ch'ancor non s'era accorta che vi fosse.

94
L'abito giovenil mosse la figlia
di Stordilano, e Mandricardo a riso,
vedendolo a colei che rassimiglia
a un babuino, a un bertuccione in viso.
Disegna il Saracin torle la briglia
pel suo destriero, e riusc l'aviso.
Toltogli il morso, il palafren minaccia,
gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.

95
Quel fugge per la selva, e seco porta
la quasi morta vecchia di paura
per valli e monti e per via dritta e torta,
per fossi e per pendici alla ventura.
Ma il parlar di costei s non m'importa,
ch'io non debba d'Orlando aver pi cura,
ch'alla sua sella ci ch'era di guasto,
tutto ben racconci sanza contrasto.

96
Rimont sul destriero, e ste' gran pezzo
a riguardar che 'l Saracin tornasse.
Nol vedendo apparir, volse da sezzo
egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse;
ma, come costumato e bene avezzo,
non prima il paladin quindi si trasse,
che con dolce parlar grato e cortese
buona licenza dagli amanti prese.

97
Zerbin di quel partir molto si dolse;
di tenerezza ne piangea Issabella:
voleano ir seco, ma il conte non volse
lor compagnia, ben ch'era e buona e bella;
e con questa ragion se ne disciolse,
ch'a guerrier non infamia sopra quella
che, quando cerchi un suo nimico, prenda
compagno che l'aiuti e che 'l difenda.

98
Li preg poi, che quando il Saracino,
prima ch'in lui, si riscontrasse in loro,
gli dicesser ch'Orlando avria vicino
ancor tre giorni per quel tenitoro;
ma dopo, che sarebbe il suo camino
verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro,
per esser con l'esercito di Carlo,
acci, volendol, sappia onde chiamarlo.

99
Quelli promiser farlo volentieri,
e questa e ogn'altra cosa al suo comando.
Feron camin diverso i cavallieri,
di qua Zerbino, e di l il conte Orlando.
Prima che pigli il conte altri sentieri,
all'arbor tolse, e a s ripose il brando;
e dove meglio col pagan pensosse
di potersi incontrare, il destrier mosse.

100
Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch'Orlando and duo giorni in fallo,
n lo trov, n pot averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.

101
Il merigge facea grato l'orezzo
al duro armento ed al pastore ignudo;
s che n Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l'elmo e lo scudo.
Quivi egli entr per riposarvi in mezzo;
e v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
e pi che dir si possa empio soggiorno,
quell'infelice e sfortunato giorno.

102
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l'ombrosa riva.
Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi gi descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.

103
Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch'al suo dispetto crede:
ch'altra Angelica sia, creder si sforza,
ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

104
Poi dice: - Conosco io pur queste note:
di tal'io n'ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch'a me questo cognome mette. -
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a s medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

105
Ma sempre pi raccende e pi rinuova,
quanto spenger pi cerca, il rio sospetto:
come l'incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto pi batte l'ale e pi si prova
di disbrigar, pi vi si lega stretto.
Orlando viene ove s'incurva il monte
a guisa d'arco in su la chiara fonte.

106
Aveano in su l'entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al pi cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno,
pi che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

107
Il mesto conte a pi quivi discese;
e vide in su l'entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:

108
- Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodit che qui m' data,
io povero Medor ricompensarvi
d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:

109
e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volont meni o Fortuna;
ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. -

110
Era scritto in arabico, che 'l conte
intendea cos ben come latino:
fra molte lingue e molte ch'avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schiv pi volte e danni ed onte,
che si trov tra il popul saracino:
ma non si vanti, se gi n'ebbe frutto;
ch'un danno or n'ha, che pu scontargli il tutto.

111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v'era scritto;
e sempre lo vedea pi chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.

112
Fu allora per uscir del sentimento
s tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n'ha fatto esperimento,
che questo 'l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
n pot aver (che 'l duol l'occup tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

113
L'impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Cos veggin restar l'acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta,
e ne l'angusta via tanto s'intrica,
ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

114
Poi ritorna in s alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun cos infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d'insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

115
In cos poca, in cos debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando gi il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n'abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d'oro
gli leva, altri a forbir va l'armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v'ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d'altra vivanda.

117
Quanto pi cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova pi travaglio e pena;
che de l'odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perch men nuocer debbia.

118
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, chi ne parla.
Il pastor che lo vede cos oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l'istoria nota a s, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch'a molti dilettevole fu a udire,
gl'incominci senza rispetto a dire:

119
come esso a prieghi d'Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch'era ferito gravemente; e ch'ella
cur la piaga, e in pochi d guarilla:
ma che nel cor d'una maggior di quella
lei fer Amor; e di poca scintilla
l'accese tanto e s cocente fuoco,
che n'ardea tutta, e non trovava loco:

120
e sanza aver rispetto ch'ella fusse
figlia del maggior re ch'abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d'un povero fante.
All'ultimo l'istoria si ridusse,
che 'l pastor fe' portar la gemma inante,
ch'alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.

121
Questa conclusion fu la secure
che 'l capo a un colpo gli lev dal collo,
poi che d'innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pllo:
per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

122
Poi ch'allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
gi dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di l tutto cercando il letto;
e pi duro ch'un sasso, e pi pungente
che se fosse d'urtica, se lo sente.

123
In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l'ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo pi volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
n con minor prestezza se ne leva,
che de l'erba il villan che s'era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

124
Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant'odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l'albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla pi oscura frasca;
e quando poi gli aviso d'esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.

125
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
n la notte n 'l d si d mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di s si meraviglia ch'abbia in testa
una fontana d'acqua s vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a s cos nel pianto:

126
- Queste non son pi lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con s larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch'a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch'agli occhi mena;
ed quel che si versa, e trarr insieme
e 'l dolore e la vita all'ore estreme.

127
Questi ch'indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, n i sospir sono tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che 'l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m'arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l'ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

128
Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch'era Orlando morto ed sotterra;
la sua donna ingratissima l'ha ucciso:
s, mancando di f, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch'in questo inferno tormentandosi erra,
acci con l'ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza. -

129
Pel bosco err tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la diurna fiamma
lo torn il suo destin sopra la fonte
dove Medoro isculse l'epigramma.
Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
l'accese s, ch'in lui non rest dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
n pi indugi, che trasse il brando fuore.

130
Tagli lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe' le minute schegge.
Infelice quell'antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Cos restar quel d, ch'ombra n gielo
a pastor mai non daran pi, n a gregge:
e quella fonte, gi si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

131
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cess di gittar ne le bell'onde,
fin che da sommo ad imo s turbolle
che non furo mai pi chiare n monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.

132
Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir cos si serba,
che 'l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cess la pena acerba,
che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
Il quarto d, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracci di dosso.

133
Qui riman l'elmo, e l riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e pi lontan l'usbergo:
l'arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarci i panni, e mostr ignudo
l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo;
e cominci la gran follia, s orrenda,
che de la pi non sar mai ch'intenda.

134
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma n quella, n scure, n bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe' ben de le sue prove eccelse,
ch'un alto pino al primo crollo svelse:

135
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
Quel ch'un ucellator che s'apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
facea de cerri e d'altre piante antiche.

136
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di l, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo' pi tosto diferire,
che v'abbia per lunghezza a fastidire.

CANTO VENTIQUATTRESIMO

1
Chi mette il pi su l'amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale;
che non in somma amor, se non insania,
a giudizio de' savi universale:
e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch'altro segnale.
E quale di pazzia segno pi espresso
che, per altri voler, perder se stesso?

2
Vari gli effetti son, ma la pazzia
tutt'una per, che li fa uscire.
Gli come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi gi, chi qua, chi l travia.
Per concludere in somma, io vi vo' dire:
a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.

3
Ben mi si potria dir: - Frate, tu vai
l'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. -
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;
ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d'uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che 'l male penetrato infin all'osso.

4
Signor, ne l'altro canto io vi dicea
che 'l forsennato e furioso Orlando
trattesi l'arme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l'alte selve; quando
alcun' pastori al suon trasse in quel lato
lor stella, o qualche lor grave peccato.

5
Viste del pazzo l'incredibil prove
poi pi d'appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
s come avviene in subitana tema.
Il pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilit che torria alcuno
da l'arbor pome, o vago fior dal pruno.

6
Per una gamba il grave tronco prese,
e quello us per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch'al novissimo d forse fia desto.
Gli altri sgombraro subito il paese,
ch'ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch'era gi volto al loro armento.

7
Gli agricultori, accorti agli altru'esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi n salci),
onde l'orrenda furia si contempli,
ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben corridor chi da lui fugge.

8
Gi potreste sentir come ribombe
l'alto rumor ne le propinque ville
d'urli e di corni, rusticane trombe.
e pi spesso che d'altro, il suon di squille;
e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
ed altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.

9
Qual venir suol nel salso lito l'onda
mossa da l'austro ch'a principio scherza,
che maggior de la prima la seconda,
e con pi forza poi segue la terza;
ed ogni volta pi l'umore abonda,
e ne l'arena pi stende la sferza:
tal contra Orlando l'empia turba cresce,
che gi da balze scende e di valli esce.

10
Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in mano:
e questo chiaro esperimento fece,
ch'era assai pi sicur starne lontano.
Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.

11
Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch'era a gittare il brando,
e poi voler senz'arme essere audace.
La turba gi s'andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.
Orlando, poi che pi nessun l'attende,
verso un borgo di case il camin prende.

12
Dentro non vi trov piccol n grande,
che 'l borgo ognun per tema avea lasciato.
v'erano in copia povere vivande,
convenienti a un pastorale stato.
Senza pane di scerner da le giande,
dal digiuno e da l'impeto cacciato,
le mani e il dente lasci andar di botto
in quel che trov prima, o crudo o cotto.

13
E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi, talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.
Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere:
e di lor carne con tutta la spoglia
pi volte il ventre emp con fiera voglia.

14
Di qua, di l, di su, di gi discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d'acqua corre
un fiume d'alta e di scoscesa riva.
Edificato accanto avea una torre
che d'ogn'intorno e di lontan scopriva.
Quel che fe' quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.

15
Zerbin, da poi ch'Orlando fu partito,
dimor alquanto, e poi prese il sentiero
che 'l paladino inanzi gli avea trito,
e mosse a passo lento il suo destriero.
Non credo che duo miglia anco fosse ito,
che trar vide legato un cavalliero
sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato
la guardia aver d'un cavalliero armato.

16
Zerbin questo prigion conobbe tosto
che gli fu appresso, e cos fe' lssabella:
era Odorico il Biscaglin, che posto
fu come lupo a guardia de l'agnella.
L'avea a tutti gli amici suoi preposto
Zerbino in confidargli la donzella,
sperando che la fede che nel resto
sempre avea avuta, avesse ancora in questo.

17
Come era a punto quella cosa stata,
vena Issabella raccontando allotta:
come nel palischermo fu salvata,
prima ch'avesse il mar la nave rotta;
la forza che l'avea Odorico usata;
e come tratta poi fosse alla grotta.
N giunt'era anco al fin di quel sermone,
che trarre il malfattor vider prigione.

18
I duo ch'in mezzo avean preso Odorico,
d'Issabella notizia ebbeno vera;
e s'avisaro esser di lei l'amico,
e 'l signor lor, colui ch'appresso l'era;
ma pi, che ne lo scudo il segno antico
vider dipinto di sua stirpe altiera:
e trovar poi, che guardar meglio al viso,
che s'era al vero apposto il loro aviso.

19
Saltaro a piedi, e con aperte braccia
correndo se n'andar verso Zerbino,
e l'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia,
col capo nudo e col ginocchio chino.
Zerbin, guardando l'uno e l'altro in faccia,
vide esser l'un Corebo il Biscaglino,
Almonio l'altro, ch'egli avea mandati
con Odorico in sul navilio armati.

20
Almonio disse: - Poi che piace a Dio
(la sua merc) che sia Issabella teco,
io posso ben comprender, signor mio,
che nulla cosa nuova ora t'arreco,
s'io vo' dir la cagion che questo rio
fa che cosi legato vedi meco;
che da costei, che pi sent l'offesa,
a punto avrai tutta l'istoria intesa.

21
Come dal traditore io fui schernito
quando da s levommi, saper di;
e come poi Corebo fu ferito,
ch'a difender s'avea tolto costei.
Ma quanto al mio ritorno sia seguito,
n veduto n inteso fu da lei,
che te l'abbia potuto riferire:
di questa parte dunque io ti vo' dire.

22
Da la cittade al mar ratto io veniva
con cavalli ch'in fretta avea trovati,
sempre con gli occhi intenti s'io scopriva
costor che molto a dietro eran restati.
Io vengo inanzi, io vengo in su la riva
del mare, al luogo ove io gli avea lasciati;
io guardo, n di loro altro ritrovo,
che ne l'arena alcun vestigio nuovo.

23
La pesta seguitai, che mi condusse
nel bosco fier; n molto adentro fui,
che, dove il suon l'orecchie mi percusse,
giacere in terra ritrovai costui.
Gli domandai che de la donna fusse,
che d'Odorico, e chi aveva offeso lui.
Io me n'andai, poi che la cosa seppi,
il traditor cercando per quei greppi.

24
Molto aggirando vommi, e per quel giorno
altro vestigio ritrovar non posso.
Dove giacea Corebo al fin ritorno,
che fatto appresso avea il terren s rosso,
che poco pi che vi facea soggiorno,
gli saria stato di bisogno il fosso
e i preti e i frati pi per sotterrarlo,
ch'i medici e che 'l letto per sanarlo.

25
Dal bosco alla citt feci portallo,
e posi in casa d'uno ostier mio amico,
che fatto sano in poco termine hallo
per cura ed arte d'un chirurgo antico.
Poi d'arme proveduti e di cavallo
Corebo ed io cercammo d'Odorico,
ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia
trovammo; e quivi fui seco a battaglia.

26
La giustizia del re, che il loco franco
de la pugna mi diede, e la ragione,
ed oltre alla ragion la Fortuna anco,
che spesso la vittoria, ove vuol, pone,
mi giovar s, che di me pot manco
il traditore; onde fu mio prigione.
Il re, udito il gran fallo, mi concesse
di poter farne quanto mi piacesse.

27
Non l'ho voluto uccider n lasciarlo,
ma, come vedi, trarloti in catena;
perch vo' ch'a te stia di giudicarlo,
se morire o tener si deve in pena.
L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo,
e 'l desir di trovarti qui mi mena.
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,
dove lo sperai meno, ora trovarte.

28
Ringraziolo anco, che la tua Issabella
io veggo (e non so come) che teco hai;
di cui, per opera del fellon, novella
pensai che non avessi ad udir mai. -
Zerbino ascolta Almonio e non favella,
fermando gli occhi in Odorico assai;
non s per odio, come che gl'incresce
ch'a s mal fin tanta amicizia gli esce.

29
Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone,
Zerbin riman gran pezzo sbigottito,
che chi d'ogn'altro men n'avea cagione,
s espressamente il possa aver tradito.
Ma poi che d'una lunga ammirazione
fu, sospirando, finalmente uscito,
al prigion domand se fosse vero
quel ch'avea di lui detto il cavalliero.

30
Il disleal con le ginocchia in terra
lasci cadersi, e disse: - Signor mio,
ognun che vive al mondo pecca ed erra:
n differisce in altro il buon dal rio,
se non che l'uno vinto ad ogni guerra
che gli vien mossa da un piccol disio;
l'altro ricorre all'arme e si difende,
ma se 'l nimico forte, anco ei si rende.

31
Se tu m'avessi posto alla difesa
d'una tua rocca, e ch'al primiero assalto
alzate avessi, senza far contesa,
degl'inimici le bandiere in alto;
di vilt, o tradimento, che pi pesa,
sugli occhi por mi si potria uno smalto:
ma s'io cedessi a forza, son ben certo
che biasmo non avrei, ma gloria e merto.

32
Sempre che l'inimico pi possente,
pi chi perde accettabile ha la scusa.
Mia f guardar dovea non altrimente
ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa:
cos, con quanto senno e quanta mente
da la somma Prudenza m'era infusa,
io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto
da intolerando assalto, ne fui spinto. -

33
Cos disse Odorico, e poi soggiunse
(che saria lungo a ricontarvi il tutto)
mostrando che gran stimolo lo punse,
e non per lieve sferza s'era indutto.
Se mai per prieghi ira di cor si emunse,
s'umilt di parlar fece mai frutto,
quivi far lo dovea; che ci che muova
di cor durezza, ora Odorico trova.

34
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta,
tra il s Zerbino e il no resta confuso:
il vedere il demerito lo alletta
a far che sia il fellon di vita escluso;
il ricordarsi l'amicizia stretta
ch'era stata tra lor per s lungo uso,
con l'acqua di piet l'accesa rabbia
nel cor gli spegne, e vuol che merc n'abbia.

35
Mentre stava cos Zerbino in forse
di liberare, o di menar captivo,
o pur il disleal dagli occhi torse
per morte, o pur tenerlo in pena vivo;
quivi rignando il palafreno corse,
che Mandricardo avea di briglia privo;
e vi port la vecchia che vicino
a morte dianzi avea tratto Zerbino.

36
Il palafren, ch'udito di lontano
avea quest'altri, era tra lor venuto,
e la vecchia portatavi, ch'invano
vena piangendo e domandando aiuto.
Come Zerbin lei vide, alz la mano
al ciel che s benigno gli era suto,
che datogli in arbitrio avea que' dui
che soli odiati esser dovean da lui.

37
Zerbin fa ritener la mala vecchia,
tanto che pensi quel che debba farne:
tagliarle il naso e l'una e l'altra orecchia
pensa, ed esempio a' malfattori darne;
poi gli par assai meglio, s'apparecchia
un pasto agli avoltoi di quella carne.
Punizion diversa tra s volve;
e cos finalmente si risolve.

38
Si rivolta ai compagni, e dice: - Io sono
di lasciar vivo il disleal contento;
che s'in tutto non merita perdono,
non merita anco s crudel tormento.
Che viva e che slegato sia gli dono,
per ch'esser d'Amor la colpa sento;
e facilmente ogni scusa s'ammette,
quando in Amor la colpa si reflette.

39
Amore ha volto sottosopra spesso
senno pi saldo che non ha costui,
ed ha condotto a via maggiore eccesso
di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui.
Ad Odorico debbe esser rimesso:
punito esser debbo io, che cieco fui,
cieco a dargline impresa, e non por mente
che 'l fuoco arde la paglia facilmente. -

40
Poi mirando Odorico: - Io vo' che sia
(gli disse) del tuo error la penitenza,
che la vecchia abbi un anno in compagnia,
n di lasciarla mai ti sia licenza;
ma notte e giorno, ove tu vada o stia,
un'ora mai non te ne trovi senza;
e fin a morte sia da te difesa
contra ciascun che voglia farle offesa.

41
Vo', se da lei ti sar commandato,
che pigli contra ognun contesa e guerra:
vo' in questo tempo, che tu sia ubligato
tutta Francia cercar di terra in terra. -
Cos dicea Zerbin; che pel peccato
meritando Odorico andar sotterra,
questo era porgli inanzi un'alta fossa,
che fia gran sorte che schivar la possa.

42

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