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Divina Commedia di Dante by Dante Alighieri

Part 3 out of 10

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conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?ª. E quelli: ´Ií mi partii,

poco Ë, da un che fu di l‡ vicino.
CosÏ fossí io ancor con lui coperto,
chíií non temerei unghia nÈ uncino!ª.

E Libicocco ´Troppo avem soffertoª,
disse; e preseli íl braccio col runciglio,
sÏ che, stracciando, ne portÚ un lacerto.

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde íl decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.

Quandí elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, chíancor mirava sua ferita,
domandÚ íl duca mio sanza dimoro:

´Chi fu colui da cui mala partita
dií che facesti per venire a proda?ª.
Ed ei rispuose: ´Fu frate Gomita,

quel di Gallura, vasel díogne froda,
chíebbe i nemici di suo donno in mano,
e fÈ sÏ lor, che ciascun se ne loda.

Danar si tolse e lasciolli di piano,
sÏ comí eí dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.

Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.

OmË, vedete líaltro che digrigna;
ií direi anche, ma ií temo chíello
non síapparecchi a grattarmi la tignaª.

E íl gran proposto, vÚlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: ´Fatti ín cost‡, malvagio uccello!ª.

´Se voi volete vedere o udireª,
ricominciÚ lo spa¸rato appresso,
´Toschi o Lombardi, io ne farÚ venire;

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sÏ chíei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,

per un chíio son, ne farÚ venir sette
quandí io suffolerÚ, comí Ë nostro uso
di fare allor che fori alcun si metteª.

Cagnazzo a cotal motto levÚ íl muso,
crollando íl capo, e disse: ´Odi malizia
chíelli ha pensata per gittarsi giuso!ª.

Ondí ei, chíavea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: ´Malizioso son io troppo,
quandí io procuro aí mia maggior trestiziaª.

Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: ´Se tu ti cali,
io non ti verrÚ dietro di gualoppo,

ma batterÚ sovra la pece líali.
Lascisi íl collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol pi˘ di noi valiª.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da líaltra costa li occhi volse,
quel prima, chía ciÚ fare era pi˘ crudo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermÚ le piante a terra, e in un punto
saltÚ e dal proposto lor si sciolse.

Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei pi˘ che cagion fu del difetto;
perÚ si mosse e gridÚ: ´Tu seí giunto!ª.

Ma poco i valse: chÈ líali al sospetto
non potero avanzar; quelli andÚ sotto,
e quei drizzÚ volando suso il petto:

non altrimenti líanitra di botto,
quando íl falcon síappressa, gi˘ síattuffa,
ed ei ritorna s˘ crucciato e rotto.

Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;

e come íl barattier fu disparito,
cosÏ volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra íl fosso ghermito.

Ma líaltro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Lo caldo sghermitor s˘bito fue;
ma perÚ di levarsi era neente,
sÏ avieno inviscate líali sue.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fÈ volar da líaltra costa
con tuttí i raffi, e assai prestamente

di qua, di l‡ discesero a la posta;
porser li uncini verso li ímpaniati,
chíeran gi‡ cotti dentro da la crosta.

E noi lasciammo lor cosÏ ímpacciati.

Inferno ∑ Canto XXIII

Taciti, soli, sanza compagnia
níandavam líun dinanzi e líaltro dopo,
come frati minor vanno per via.

VÚltí era in su la favola díIsopo
lo mio pensier per la presente rissa,
doví el parlÚ de la rana e del topo;

chÈ pi˘ non si pareggia ëmoí e ëissaí
che líun con líaltro fa, se ben síaccoppia
principio e fine con la mente fissa.

E come líun pensier de líaltro scoppia,
cosÏ nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fÈ doppia.

Io pensava cosÏ: ëQuesti per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sÏ fatta, chíassai credo che lor nÚi.

Se líira sovra íl mal voler síaggueffa,
ei ne verranno dietro pi˘ crudeli
che íl cane a quella lievre chíelli acceffaí.

Gi‡ mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quandí io dissi: ´Maestro, se non celi

te e me tostamente, ií ho pavento
díi Malebranche. Noi li avem gi‡ dietro;
io li ímagino sÏ, che gi‡ li sentoª.

E quei: ´Síií fossi di piombato vetro,
líimagine di fuor tua non trarrei
pi˘ tosto a me, che quella dentro ímpetro.

Pur mo venieno i tuoí pensier tra í miei,
con simile atto e con simile faccia,
sÏ che díintrambi un sol consiglio fei.

Síelli Ë che sÏ la destra costa giaccia,
che noi possiam ne líaltra bolgia scendere,
noi fuggirem líimaginata cacciaª.

Gi‡ non compiÈ di tal consiglio rendere,
chíio li vidi venir con líali tese
non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di s˘bito mi prese,
come la madre chíal romore Ë desta
e vede presso a sÈ le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non síarresta,
avendo pi˘ di lui che di sÈ cura,
tanto che solo una camiscia vesta;

e gi˘ dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che líun deí lati a líaltra bolgia tura.

Non corse mai sÏ tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quandí ella pi˘ verso le pale approccia,

come íl maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra íl suo petto,
come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i piË suoi giunti al letto
del fondo gi˘, chíeí furon in sul colle
sovresso noi; ma non lÏ era sospetto:

chÈ líalta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirsí indi a tutti tolle.

L‡ gi˘ trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in ClugnÏ per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, sÏ chíelli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca
venÏa sÏ pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover díanca.

Per chíio al duca mio: ´Fa che tu trovi
alcun chíal fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sÏ andando, intorno moviª.

E un che íntese la parola tosca,
di retro a noi gridÚ: ´Tenete i piedi,
voi che correte sÏ per líaura fosca!

Forse chíavrai da me quel che tu chiediª.
Onde íl duca si volse e disse: ´Aspetta,
e poi secondo il suo passo procediª.

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de líanimo, col viso, díesser meco;
ma tardavali íl carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con líocchio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sÈ, e dicean seco:

´Costui par vivo a líatto de la gola;
e síeí son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?ª.

Poi disser me: ´O Tosco, chíal collegio
de líipocriti tristi seí venuto,
dir chi tu seí non avere in dispregioª.

E io a loro: ´Ií fui nato e cresciuto
sovra íl bel fiume díArno a la gran villa,
e son col corpo chíií ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quantí ií veggio dolor gi˘ per le guance?
e che pena Ë in voi che sÏ sfavilla?ª.

E líun rispuose a me: ´Le cappe rance
son di piombo sÏ grosse, che li pesi
fan cosÏ cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi

come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
chíancor si pare intorno dal Gardingoª.

Io cominciai: ´O frati, i vostri mali . . . ª;
ma pi˘ non dissi, chía líocchio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e íl frate Catalan, chía ciÚ síaccorse,

mi disse: ´Quel confitto che tu miri,
consigliÚ i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo aí martÏri.

Attraversato Ë, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed Ë mestier chíel senta
qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementaª.

Allor vidí io maravigliar Virgilio
sovra colui chíera disteso in croce
tanto vilmente ne líetterno essilio.

Poscia drizzÚ al frate cotal voce:
´Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
sía la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan díesto fondo a dipartirciª.

Rispuose adunque: ´Pi˘ che tu non speri
síappressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tuttí i vallon feri,

salvo che ín questo Ë rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchiaª.

Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: ´Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncinaª.

E íl frate: ´Io udií gi‡ dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra í quali udií
chíelli Ë bugiardo, e padre di menzognaª.

Appresso il duca a gran passi sen gÏ,
turbato un poco díira nel sembiante;
ondí io da li íncarcati mi partií

dietro a le poste de le care piante.

Inferno ∑ Canto XXIV

In quella parte del giovanetto anno
che íl sole i crin sotto líAquario tempra
e gi‡ le notti al mezzo dÏ sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra
líimagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,

lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ondí ei si batte líanca,

ritorna in casa, e qua e l‡ si lagna,
come íl tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,

veggendo íl mondo aver cangiata faccia
in poco díora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.

CosÏ mi fece sbigottir lo mastro
quandí io li vidi sÏ turbar la fronte,
e cosÏ tosto al mal giunse lo ímpiastro;

chÈ, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce chíio vidi prima a piË del monte.

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei chíadopera ed estima,
che sempre par che ínnanzi si proveggia,
cosÏ, levando me s˘ verí la cima

díun ronchione, avvisava uníaltra scheggia
dicendo: ´Sovra quella poi tíaggrappa;
ma tenta pria síË tal chíella ti reggiaª.

Non era via da vestito di cappa,
chÈ noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam s˘ montar di chiappa in chiappa.

E se non fosse che da quel precinto
pi˘ che da líaltro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.

Ma perchÈ Malebolge inverí la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta

che líuna costa surge e líaltra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde líultima pietra si scoscende.

La lena míera del polmon sÏ munta
quandí io fui s˘, chíií non potea pi˘ oltre,
anzi míassisi ne la prima giunta.

´Omai convien che tu cosÏ ti spoltreª,
disse íl maestro; ´chÈ, seggendo in piuma,
in fama non si vien, nÈ sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sÈ lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E perÚ leva s˘; vinci líambascia
con líanimo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non síaccascia.

Pi˘ lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi íntendi, or fa sÏ che ti vagliaª.

Levaími allor, mostrandomi fornito
meglio di lena chíií non mi sentia,
e dissi: ´Va, chíií son forte e arditoª.

Su per lo scoglio prendemmo la via,
chíera ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto pi˘ assai che quel di pria.

Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscÏ de líaltro fosso,
a parole formar disconvenevole.

Non so che disse, ancor che sovra íl dosso
fossi de líarco gi‡ che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vÚlto in gi˘, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per chíio: ´Maestro, fa che tu arrivi

da líaltro cinghio e dismontiam lo muro;
chÈ, comí ií odo quinci e non intendo,
cosÏ gi˘ veggio e neente affiguroª.

´Altra rispostaª, disse, ´non ti rendo
se non lo far; chÈ la dimanda onesta
si deí seguir con líopera tacendoª.

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove síaggiugne con líottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sÏ diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Pi˘ non si vanti Libia con sua rena;
chÈ se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,

nÈ tante pestilenzie nÈ sÏ ree
mostrÚ gi‡ mai con tutta líEtÔopia
nÈ con ciÚ che di sopra al Mar Rosso Ëe.

Tra questa cruda e tristissima copia
corrÎan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e íl capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un chíera da nostra proda,
síavventÚ un serpente che íl trafisse
l‡ dove íl collo a le spalle síannoda.

NÈ O sÏ tosto mai nÈ I si scrisse,
comí el síaccese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sÏ distrutto,
la polver si raccolse per sÈ stessa
e ín quel medesmo ritornÚ di butto.

CosÏ per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba nÈ biado in sua vita non pasce,
ma sol díincenso lagrime e díamomo,
e nardo e mirra son líultime fasce.

E qual Ë quel che cade, e non sa como,
per forza di demon chía terra il tira,
o díaltra oppilazion che lega líomo,

quando si leva, che íntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
chíelli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era íl peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quantí Ë severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandÚ poi chi ello era;
per chíei rispuose: ´Io piovvi di Toscana,
poco tempo Ë, in questa gola fiera.

Vita bestial mi piacque e non umana,
sÏ come a mul chíií fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tanaª.

E Ôo al duca: ´Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua gi˘ íl pinse;
chíio íl vidi uomo di sangue e di crucciª.

E íl peccator, che íntese, non síinfinse,
ma drizzÚ verso me líanimo e íl volto,
e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: ´Pi˘ mi duol che tu míhai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de líaltra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in gi˘ son messo tanto perchí io fui
ladro a la sagrestia díi belli arredi,

e falsamente gi‡ fu apposto altrui.
Ma perchÈ di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor daí luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria díi Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra
chíË di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impet¸osa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;
ondí ei repente spezzer‡ la nebbia,
sÏ chíogne Bianco ne sar‡ feruto.

E detto lího perchÈ doler ti debbia!ª.

Inferno ∑ Canto XXV

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzÚ con amendue le fiche,
gridando: ´Togli, Dio, chía te le squadro!ª.

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perchí una li síavvolse allora al collo,
come dicesse ëNon voí che pi˘ dicheí;

e uníaltra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sÈ stessa sÏ dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, chÈ non stanzi
díincenerarti sÏ che pi˘ non duri,
poi che ín mal fare il seme tuo avanzi?

Per tuttí i cerchi de lo ínferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe gi˘ daí muri.

El si fuggÏ che non parlÚ pi˘ verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: ´Oví Ë, oví Ë líacerbo?ª.

Maremma non credí io che tante níabbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con líali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque síintoppa.

Lo mio maestro disse: ´Questi Ë Caco,
che, sotto íl sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.

Non va coí suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento chíelli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza díErcule, che forse
gliene diË cento, e non sentÏ le dieceª.

Mentre che sÏ parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
deí quai nÈ io nÈ íl duca mio síaccorse,

se non quando gridar: ´Chi siete voi?ª;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che líun nomar un altro convenette,

dicendo: ´Cianfa dove fia rimaso?ª;
per chíio, acciÚ che íl duca stesse attento,
mi puosi íl dito su dal mento al naso.

Se tu seí or, lettore, a creder lento
ciÚ chíio dirÚ, non sar‡ maraviglia,
chÈ io che íl vidi, a pena il mi consento.

Comí io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piË si lancia
dinanzi a líuno, e tutto a lui síappiglia.

Coí piË di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterÔor le braccia prese;
poi li addentÚ e líuna e líaltra guancia;

li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ímbedue
e dietro per le ren s˘ la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sÏ, come líorribil fiera
per líaltrui membra avviticchiÚ le sue.

Poi síappiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
nÈ líun nÈ líaltro gi‡ parea quel chíera:

come procede innanzi da líardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non Ë nero ancora e íl bianco more.

Li altri due íl riguardavano, e ciascuno
gridava: ´OmË, Agnel, come ti muti!
Vedi che gi‡ non seí nÈ due nÈ unoª.

Gi‡ eran li due capi un divenuti,
quando níapparver due figure miste
in una faccia, oví eran due perduti.

Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e íl ventre e íl casso
divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun líimagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.

Come íl ramarro sotto la gran fersa
dei dÏ canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,

sÏ pareva, venendo verso líepe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima Ë preso
nostro alimento, a líun di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto íl mirÚ, ma nulla disse;
anzi, coí piË fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre líassalisse.

Elli íl serpente e quei lui riguardava;
líun per la piaga e líaltro per la bocca
fummavan forte, e íl fummo si scontrava.

Taccia Lucano ormai l‡ doví eí tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel chíor si scocca.

Taccia di Cadmo e díAretusa Ovidio,
chÈ se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ínvidio;

chÈ due nature mai a fronte a fronte
non trasmutÚ sÏ chíamendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,
che íl serpente la coda in forca fesse,
e íl feruto ristrinse insieme líorme.

Le gambe con le cosce seco stesse
síappiccar sÏ, che ín poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva l‡, e la sua pelle
si facea molle, e quella di l‡ dura.

Io vidi intrar le braccia per líascelle,
e i due piË de la fiera, chíeran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piË di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che líuom cela,
e íl misero del suo níavea due porti.

Mentre che íl fummo líuno e líaltro vela
di color novo, e genera íl pel suso
per líuna parte e da líaltra il dipela,

líun si levÚ e líaltro cadde giuso,
non torcendo perÚ le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel chíera dritto, il trasse verí le tempie,
e di troppa matera chíin l‡ venne
uscir li orecchi de le gote scempie;

ciÚ che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fÈ naso a la faccia
e le labbra ingrossÚ quanto convenne.

Quel che giacÎa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;

e la lingua, chíavÎa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne líaltro si richiude; e íl fummo resta.

Líanima chíera fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e líaltro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a líaltro: ´Ií voí che Buoso corra,
comí ho fattí io, carpon per questo calleª.

CosÏ vidí io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novit‡ se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e líanimo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

chíií non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;

líaltrí era quel che tu, Gaville, piagni.

Inferno ∑ Canto XXVI

Godi, Fiorenza, poi che seí sÏ grande
che per mare e per terra batti líali,
e per lo ínferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non chíaltri, tíagogna.

E se gi‡ fosse, non saria per tempo.
CosÏ fossí ei, da che pur esser dee!
chÈ pi˘ mi graver‡, comí pi˘ míattempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che níavea fatto iborni a scender pria,
rimontÚ íl duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra í rocchi de lo scoglio
lo piË sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciÚ chíio vidi,
e pi˘ lo íngegno affreno chíií non soglio,

perchÈ non corra che virt˘ nol guidi;
sÏ che, se stella bona o miglior cosa
míha dato íl ben, chíio stessi nol míinvidi.

Quante íl villan chíal poggio si riposa,
nel tempo che colui che íl mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole gi˘ per la vallea,
forse col‡ doví eí vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
líottava bolgia, sÏ comí io míaccorsi
tosto che fui l‡ íve íl fondo parea.

E qual colui che si vengiÚ con li orsi
vide íl carro díElia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sÏ con li occhi seguire,
chíel vedesse altro che la fiamma sola,
sÏ come nuvoletta, in s˘ salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, chÈ nessuna mostra íl furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra íl ponte a veder surto,
sÏ che síio non avessi un ronchion preso,
caduto sarei gi˘ sanzí esser urto.

E íl duca che mi vide tanto atteso,
disse: ´Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel chíelli Ë incesoª.

´Maestro mioª, rispuosí io, ´per udirti
son io pi˘ certo; ma gi‡ míera avviso
che cosÏ fosse, e gi‡ voleva dirti:

chi Ë ín quel foco che vien sÏ diviso
di sopra, che par surger de la pira
doví EteÚcle col fratel fu miso?ª.

Rispuose a me: ´L‡ dentro si martira
Ulisse e DÔomede, e cosÏ insieme
a la vendetta vanno come a líira;

e dentro da la lor fiamma si geme
líagguato del caval che fÈ la porta
onde uscÏ deí Romani il gentil seme.

Piangevisi entro líarte per che, morta,
DeÔdamÏa ancor si duol díAchille,
e del Palladio pena vi si portaª.

´Síei posson dentro da quelle faville
parlarª, dissí io, ´maestro, assai ten priego
e ripriego, che íl priego vaglia mille,

che non mi facci de líattender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio verí lei mi piego!ª.

Ed elli a me: ´La tua preghiera Ë degna
di molta loda, e io perÚ líaccetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, chíií ho concetto
ciÚ che tu vuoi; chíei sarebbero schivi,
perchí eí fuor greci, forse del tuo dettoª.

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

´O voi che siete due dentro ad un foco,
síio meritai di voi mentre chíio vissi,
síio meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma líun di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissiª.

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciÚ a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e l‡ menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittÚ voce di fuori e disse: ´Quando

mi dipartií da Circe, che sottrasse
me pi˘ díun anno l‡ presso a Gaeta,
prima che sÏ EnÎa la nomasse,

nÈ dolcezza di figlio, nÈ la pieta
del vecchio padre, nÈ íl debito amore
lo qual dovea PenelopË far lieta,

vincer potero dentro a me líardore
chíií ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per líalto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

Líun lito e líaltro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e líisola díi Sardi,
e líaltre che quel mare intorno bagna.

Io e í compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
doví Ercule segnÚ li suoi riguardi

acciÚ che líuom pi˘ oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da líaltra gi‡ míavea lasciata Setta.

ìO fratiî, dissi ìche per cento milia
perigli siete giunti a líoccidente,
a questa tanto picciola vigilia

díi nostri sensi chíË del rimanente
non vogliate negar líesperÔenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenzaî.

Li miei compagni fecí io sÏ aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
deí remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle gi‡ de líaltro polo
vedea la notte, e íl nostro tanto basso,
che non surgÎa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che íntrati eravam ne líalto passo,

quando níapparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avÎa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornÚ in pianto;
chÈ de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fÈ girar con tutte líacque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi˘, comí altrui piacque,

infin che íl mar fu sovra noi richiusoª.

Inferno ∑ Canto XXVII

Gi‡ era dritta in s˘ la fiamma e queta
per non dir pi˘, e gi‡ da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,

quandí uníaltra, che dietro a lei venÏa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor níuscia.

Come íl bue cicilian che mugghiÚ prima
col pianto di colui, e ciÚ fu dritto,
che líavea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de líafflitto,
sÏ che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;

cosÏ, per non aver via nÈ forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertÔan le parole grame.

Ma poscia chíebber colto lor vÔaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: ´O tu a cuí io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo ìIstra ten va, pi˘ non tíadizzoî,

perchí io sia giunto forse alquanto tardo,
non tíincresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto seí di quella dolce terra
latina ondí io mia colpa tutta reco,

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
chíio fui díi monti l‡ intra Orbino
e íl giogo di che Tever si diserraª.

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentÚ di costa,
dicendo: ´Parla tu; questi Ë latinoª.

E io, chíavea gi‡ pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
´O anima che seí l‡ gi˘ nascosta,

Romagna tua non Ë, e non fu mai,
sanza guerra neí cuor deí suoi tiranni;
ma ín palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata Ë moltí anni:
líaguglia da Polenta la si cova,
sÏ che Cervia ricuopre coí suoi vanni.

La terra che fÈ gi‡ la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

E íl mastin vecchio e íl nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
l‡ dove soglion fan díi denti succhio.

Le citt‡ di Lamone e di Santerno
conduce il lÔoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.

E quella cuí il Savio bagna il fianco,
cosÏ comí ella sieí tra íl piano e íl monte,
tra tirannia si vive e stato franco.

Ora chi seí, ti priego che ne conte;
non esser duro pi˘ chíaltri sia stato,
se íl nome tuo nel mondo tegna fronteª.

Poscia che íl foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, líaguta punta mosse
di qua, di l‡, e poi diË cotal fiato:

´Síií credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza pi˘ scosse;

ma perÚ che gi‡ mai di questo fondo
non tornÚ vivo alcun, síií odo il vero,
sanza tema díinfamia ti rispondo.

Io fui uom díarme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sÏ cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venÏa intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che míintenda.

Mentre chíio forma fui díossa e di polpe
che la madre mi diË, líopere mie
non furon leonine, ma di volpe.

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sÏ menai lor arte,
chíal fine de la terra il suono uscie.

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,

ciÚ che pria mi piacÎa, allor míincrebbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe díi novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin nÈ con Giudei,

chÈ ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
nÈ mercatante in terra di Soldano,

nÈ sommo officio nÈ ordini sacri
guardÚ in sÈ, nÈ in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti pi˘ macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro
díentro Siratti a guerir de la lebbre,
cosÏ mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perchÈ le sue parole parver ebbre.

Eí poi ridisse: ìTuo cuor non sospetti;
finor tíassolvo, e tu míinsegna fare
sÏ come Penestrino in terra getti.

Lo ciel possí io serrare e diserrare,
come tu sai; perÚ son due le chiavi
che íl mio antecessor non ebbe careî.

Allor mi pinser li argomenti gravi
l‡ íve íl tacer mi fu avviso íl peggio,
e dissi: ìPadre, da che tu mi lavi

di quel peccato oví io mo cader deggio,
lunga promessa con líattender corto
ti far‡ trÔunfar ne líalto seggioî.

Francesco venne poi, comí io fuí morto,
per me; ma un díi neri cherubini
li disse: ìNon portar: non mi far torto.

Venir se ne dee gi˘ tra í miei meschini
perchÈ diede íl consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono aí crini;

chíassolver non si puÚ chi non si pente,
nÈ pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consenteî.

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: ìForse
tu non pensavi chíio lˆico fossi!î.

A MinÚs mi portÚ; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,

disse: ìQuesti Ë díi rei del foco furoî;
per chíio l‡ dove vedi son perduto,
e sÏ vestito, andando, mi rancuroª.

Quandí elli ebbe íl suo dir cosÏ compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo íl corno aguto.

Noi passammí oltre, e io e íl duca mio,
su per lo scoglio infino in su líaltrí arco
che cuopre íl fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.

Inferno ∑ Canto XXVIII

Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
chíií ora vidi, per narrar pi˘ volte?

Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
cíhanno a tanto comprender poco seno.

Síel síaunasse ancor tutta la gente
che gi‡, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra
che de líanella fÈ sÏ alte spoglie,
come LivÔo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e líaltra il cui ossame ancor síaccoglie

a Ceperan, l‡ dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e l‡ da Tagliacozzo,
dove sanzí arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, díaequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.

Gi‡ veggia, per mezzul perdere o lulla,
comí io vidi un, cosÏ non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e íl tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder míattacco,
guardommi e con le man síaperse il petto,
dicendo: ´Or vedi comí io mi dilacco!

vedi come storpiato Ë M‰ometto!
Dinanzi a me sen va piangendo AlÏ,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e perÚ son fessi cosÏ.

Un diavolo Ë qua dietro che níaccisma
sÏ crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,

quandí avem volta la dolente strada;
perÚ che le ferite son richiuse
prima chíaltri dinanzi li rivada.

Ma tu chi seí che ín su lo scoglio muse,
forse per indugiar díire a la pena
chíË giudicata in su le tue accuse?ª.

´NÈ morte íl giunse ancor, nÈ colpa íl menaª,
rispuose íl mio maestro, ´a tormentarlo;
ma per dar lui esperÔenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo
per lo ínferno qua gi˘ di giro in giro;
e questí Ë ver cosÏ comí io ti parloª.

Pi˘ fuor di cento che, quando líudiro,
síarrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblÔando il martiro.

´Or dÏ a fra Dolcin dunque che síarmi,
tu che forse vedraí il sole in breve,
síello non vuol qui tosto seguitarmi,

sÏ di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
chíaltrimenti acquistar non saria leveª.

Poi che líun piË per girsene sospese,
M‰ometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola
e tronco íl naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai chíuna orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprÏ la canna,
chíera di fuor díogne parte vermiglia,

e disse: ´O tu cui colpa non condanna
e cuí io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non míinganna,

rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a MarcabÚ dichina.

E fa saper aí due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se líantiveder qui non Ë vano,

gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento díun tiranno fello.

Tra líisola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sÏ gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con líuno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,

far‡ venirli a parlamento seco;
poi far‡ sÏ, chíal vento di Focara
non sar‡ lor mestier voto nÈ precoª.

E io a lui: ´Dimostrami e dichiara,
se vuoí chíií porti s˘ di te novella,
chi Ë colui da la veduta amaraª.

Allor puose la mano a la mascella
díun suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: ´Questi Ë desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che íl fornito
sempre con danno líattender sofferseª.

Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
CurÔo, chía dir fu cosÏ ardito!

E un chíavea líuna e líaltra man mozza,
levando i moncherin per líaura fosca,
sÏ che íl sangue facea la faccia sozza,

gridÚ: ´Ricorderaíti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ìCapo ha cosa fattaî,
che fu mal seme per la gente toscaª.

E io li aggiunsi: ´E morte di tua schiattaª;
per chíelli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa chíio avrei paura,
sanza pi˘ prova, di contarla solo;

se non che coscÔenza míassicura,
la buona compagnia che líuom francheggia
sotto líasbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par chíio íl veggia,
un busto sanza capo andar sÏ come
andavan li altri de la trista greggia;

e íl capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: ´Oh me!ª.

Di sÈ facea a sÈ stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
comí esser puÚ, quei sa che sÏ governa.

Quando diritto al piË del ponte fue,
levÚ íl braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: ´Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi síalcuna Ë grande come questa.

E perchÈ tu di me novella porti,
sappi chíií son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i maí conforti.

Io feci il padre e íl figlio in sÈ ribelli;
AchitofËl non fÈ pi˘ díAbsalone
e di DavÏd coi malvagi punzelli.

Perchí io partií cosÏ giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio chíË in questo troncone.

CosÏ síosserva in me lo contrapassoª.

Inferno ∑ Canto XXIX

La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sÏ inebrÔate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: ´Che pur guate?
perchÈ la vista tua pur si soffolge
l‡ gi˘ tra líombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sÏ a líaltre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.

E gi‡ la luna Ë sotto i nostri piedi;
lo tempo Ë poco omai che níË concesso,
e altro Ë da veder che tu non vediª.

´Se tu avessiª, rispuosí io appresso,
´atteso a la cagion per chíio guardava,
forse míavresti ancor lo star dimessoª.

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, gi‡ faccendo la risposta,
e soggiugnendo: ´Dentro a quella cava

doví io tenea or li occhi sÏ a posta,
credo chíun spirto del mio sangue pianga
la colpa che l‡ gi˘ cotanto costaª.

Allor disse íl maestro: ´Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovrí ello.
Attendi ad altro, ed ei l‡ si rimanga;

chíio vidi lui a piË del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udií íl nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sÏ del tutto impedito
sovra colui che gi‡ tenne Altaforte,
che non guardasti in l‡, sÏ fu partitoª.

´O duca mio, la vÔolenta morte
che non li Ë vendicata ancorª, dissí io,
´per alcun che de líonta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ondí el sen gio
sanza parlarmi, sÏ comí Ôo estimo:
e in ciÚ míha el fatto a sÈ pi˘ pioª.

CosÏ parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio líaltra valle mostra,
se pi˘ lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor líultima chiostra
di Malebolge, sÏ che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,
che di piet‡ ferrati avean li strali;
ondí io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra íl luglio e íl settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ínsembre,
tal era quivi, e tal puzzo níusciva
qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su líultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista pi˘ viva

gi˘ verí lo fondo, la íve la ministra
de líalto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.

Non credo chía veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu líaere sÏ pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;
chíera a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra íl ventre e qual sovra le spalle
líun de líaltro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sÈ poggiati,
comí a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piË di schianze macolati;

e non vidi gi‡ mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
nÈ a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso
de líunghie sopra sÈ per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha pi˘ soccorso;

e sÏ traevan gi˘ líunghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o díaltro pesce che pi˘ larghe líabbia.

´O tu che con le dita ti dismaglieª,
cominciÚ íl duca mio a líun di loro,
´e che fai díesse talvolta tanaglie,

dinne síalcun Latino Ë tra costoro
che son quincí entro, se líunghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoroª.

´Latin siam noi, che tu vedi sÏ guasti
qui ambedueª, rispuose líun piangendo;
´ma tu chi seí che di noi dimandasti?ª.

E íl duca disse: ´Ií son un che discendo
con questo vivo gi˘ di balzo in balzo,
e di mostrar lo ínferno a lui intendoª.

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che líudiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto síaccolse,
dicendo: ´DÏ a lor ciÚ che tu vuoliª;
e io incominciai, poscia chíei volse:

´Se la vostra memoria non síimboli
nel primo mondo da líumane menti,
ma síella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventiª.

´Io fui díArezzo, e Albero da Sienaª,
rispuose líun, ´mi fÈ mettere al foco;
ma quel per chíio morií qui non mi mena.

Vero Ë chíií dissi lui, parlando a gioco:
ìIí mi saprei levar per líaere a voloî;
e quei, chíavea vaghezza e senno poco,

volle chíií li mostrassi líarte; e solo
perchí io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che líavea per figliuolo.

Ma ne líultima bolgia de le diece
me per líalchÏmia che nel mondo usai
dannÚ MinÚs, a cui fallar non leceª.

E io dissi al poeta: ´Or fu gi‡ mai
gente sÏ vana come la sanese?
Certo non la francesca sÏ díassai!ª.

Onde líaltro lebbroso, che míintese,
rispuose al detto mio: ´Traímene Stricca
che seppe far le temperate spese,

e NiccolÚ che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne líorto dove tal seme síappicca;

e traíne la brigata in che disperse
Caccia díAscian la vigna e la gran fonda,
e líAbbagliato suo senno proferse.

Ma perchÈ sappi chi sÏ ti seconda
contra i Sanesi, aguzza verí me líocchio,
sÏ che la faccia mia ben ti risponda:

sÏ vedrai chíio son líombra di Capocchio,
che falsai li metalli con líalchÏmia;
e te dee ricordar, se ben tíadocchio,

comí io fui di natura buona scimiaª.

Inferno ∑ Canto XXX

Nel tempo che Iunone era crucciata
per SemelË contra íl sangue tebano,
come mostrÚ una e altra fÔata,

Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,

gridÚ: ´Tendiam le reti, sÏ chíio pigli
la leonessa e í leoncini al varcoª;
e poi distese i dispietati artigli,

prendendo líun chíavea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella síannegÚ con líaltro carco.

E quando la fortuna volse in basso
líaltezza deí Troian che tutto ardiva,
sÏ che ínsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrÚ sÏ come cane;
tanto il dolor le fÈ la mente torta.

Ma nÈ di Tebe furie nÈ troiane
si vider m‰i in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonchÈ membra umane,

quantí io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che íl porco quando del porcil si schiude.

Líuna giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo líassannÚ, sÏ che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E líAretin che rimase, tremando
mi disse: ´Quel folletto Ë Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui cosÏ conciandoª.

´Ohª, dissí io lui, ´se líaltro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi Ë, pria che di qui si spicchiª.

Ed elli a me: ´Quellí Ë líanima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso cosÏ venne,
falsificando sÈ in altrui forma,
come líaltro che l‡ sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sÈ Buoso Donati,
testando e dando al testamento normaª.

E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cuí io avea líocchio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lÎuto,
pur chíelli avesse avuta líanguinaia
tronca da líaltro che líuomo ha forcuto.

La grave idropesÏ, che sÏ dispaia
le membra con líomor che mal converte,
che íl viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte
come líetico fa, che per la sete
líun verso íl mento e líaltro in s˘ rinverte.

´O voi che sanzí alcuna pena siete,
e non so io perchÈ, nel mondo gramoª,
dissí elli a noi, ´guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel chíií volli,
e ora, lasso!, un gocciol díacqua bramo.

Li ruscelletti che díi verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
chÈ líimagine lor vie pi˘ míasciuga
che íl male ondí io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco oví io peccai
a metter pi˘ li miei sospiri in fuga.

Ivi Ë Romena, l‡ doví io falsai
la lega suggellata del Batista;
per chíio il corpo s˘ arso lasciai.

Ma síio vedessi qui líanima trista
di Guido o díAlessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro cíË líuna gi‡, se líarrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, cího le membra legate?

Síio fossi pur di tanto ancor leggero
chíií potessi in centí anni andare uníoncia,
io sarei messo gi‡ per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto chíella volge undici miglia,
e men díun mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sÏ fatta famiglia;
eí míindussero a batter li fiorini
chíavevan tre carati di mondigliaª.

E io a lui: ´Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate íl verno,
giacendo stretti aí tuoi destri confini?ª.

´Qui li trovaióe poi volta non diernoóª,
rispuose, ´quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.

Líuna Ë la falsa chíaccusÚ Gioseppo;
líaltrí Ë íl falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppoª.

E líun di lor, che si recÚ a noia
forse díesser nomato sÏ oscuro,
col pugno li percosse líepa croia.

Quella sonÚ come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: ´Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere scioltoª.

Ondí ei rispuose: ´Quando tu andavi
al fuoco, non líavei tu cosÏ presto;
ma sÏ e pi˘ líavei quando coniaviª.

E líidropico: ´Tu dií ver di questo:
ma tu non fosti sÏ ver testimonio
l‡ íve del ver fosti a Troia richestoª.

´Síio dissi falso, e tu falsasti il conioª,
disse Sinon; ´e son qui per un fallo,
e tu per pi˘ chíalcun altro demonio!ª.

´Ricorditi, spergiuro, del cavalloª,
rispuose quel chíavÎa infiata líepa;
´e sieti reo che tutto il mondo sallo!ª.

´E te sia rea la sete onde ti crepaª,
disse íl Greco, ´la lingua, e líacqua marcia
che íl ventre innanzi a li occhi sÏ tíassiepa!ª.

Allora il monetier: ´CosÏ si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
chÈ, síií ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai líarsura e íl capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ínvitar molte paroleª.

Ad ascoltarli erí io del tutto fisso,
quando íl maestro mi disse: ´Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!ª.

Quandí io íl sentií a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
chíancor per la memoria mi si gira.

Qual Ë colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sÏ che quel chíË, come non fosse, agogna,

tal mi fecí io, non possendo parlare,
che disÔava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.

´Maggior difetto men vergogna lavaª,
disse íl maestro, ´che íl tuo non Ë stato;
perÚ díogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion chíio ti sia sempre allato,
se pi˘ avvien che fortuna tíaccoglia
dove sien genti in simigliante piato:

chÈ voler ciÚ udire Ë bassa vogliaª.

Inferno ∑ Canto XXXI

Una medesma lingua pria mi morse,
sÏ che mi tinse líuna e líaltra guancia,
e poi la medicina mi riporse;

cosÏ odí io che solea far la lancia
díAchille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che íl cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.

Quiví era men che notte e men che giorno,
sÏ che íl viso míandava innanzi poco;
ma io sentií sonare un alto corno,

tanto chíavrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sÈ la sua via seguitando,
dirizzÚ li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdÈ la santa gesta,
non sonÚ sÏ terribilmente Orlando.

Poco port‰i in l‡ volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ondí io: ´Maestro, dÏ, che terra Ë questa?ª.

Ed elli a me: ´PerÚ che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu l‡ ti congiungi,
quanto íl senso síinganna di lontano;
perÚ alquanto pi˘ te stesso pungiª.

Poi caramente mi prese per mano
e disse: ´Pria che noi siam pi˘ avanti,
acciÚ che íl fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da líumbilico in giuso tutti quantiª.

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciÚ che cela íl vapor che líaere stipa,

cosÏ forando líaura grossa e scura,
pi˘ e pi˘ appressando verí la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;

perÚ che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
cosÏ la proda che íl pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva gi‡ díalcun la faccia,
le spalle e íl petto e del ventre gran parte,
e per le coste gi˘ ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciÚ líarte
di sÏ fatti animali, assai fÈ bene
per tÚrre tali essecutori a Marte.

E síella díelefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
pi˘ giusta e pi˘ discreta la ne tene;

chÈ dove líargomento de la mente
síaggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi puÚ far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran líaltre ossa;

sÏ che la ripa, chíera perizoma
dal mezzo in gi˘, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison síaverien dato mal vanto;
perÚ chíií ne vedea trenta gran palmi
dal loco in gi˘ doví omo affibbia íl manto.

´RaphËl maÏ amËcche zabÏ almiª,
cominciÚ a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia pi˘ dolci salmi.

E íl duca mio verí lui: ´Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quandí ira o altra passÔon ti tocca!

CÈrcati al collo, e troverai la soga
che íl tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che íl gran petto ti dogaª.

Poi disse a me: ´Elli stessi síaccusa;
questi Ë Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non síusa.

Lasci‡nlo stare e non parliamo a vÚto;
chÈ cosÏ Ë a lui ciascun linguaggio
come íl suo ad altrui, chía nullo Ë notoª.

Facemmo adunque pi˘ lungo vÔaggio,
vÚlti a sinistra; e al trar díun balestro
trovammo líaltro assai pi˘ fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse íl maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi líaltro e dietro il braccio destro

díuna catena che íl tenea avvinto
dal collo in gi˘, sÏ che ín su lo scoperto
si ravvolgÎa infino al giro quinto.

´Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra íl sommo Gioveª,
disse íl mio duca, ´ondí elli ha cotal merto.

FÔalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura aí dËi;
le braccia chíel menÚ, gi‡ mai non moveª.

E io a lui: ´Síesser puote, io vorrei
che de lo smisurato BrÔareo
esperÔenza avesser li occhi meiª.

Ondí ei rispuose: ´Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed Ë disciolto,
che ne porr‡ nel fondo díogne reo.

Quel che tu vuoí veder, pi˘ l‡ Ë molto
ed Ë legato e fatto come questo,
salvo che pi˘ feroce par nel voltoª.

Non fu tremoto gi‡ tanto rubesto,
che scotesse una torre cosÏ forte,
come FÔalte a scuotersi fu presto.

Allor temettí io pi˘ che mai la morte,
e non víera mestier pi˘ che la dotta,
síio non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo pi˘ avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

´O tu che ne la fortunata valle
che fece ScipÔon di gloria reda,
quandí Anib‡l coí suoi diede le spalle,

recasti gi‡ mille leon per preda,
e che, se fossi stato a líalta guerra
deí tuoi fratelli, ancor par che si creda

chíavrebber vinto i figli de la terra:
mettine gi˘, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio nÈ a Tifo:
questi puÚ dar di quel che qui si brama;
perÚ ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti puÚ nel mondo render fama,
chíel vive, e lunga vita ancor aspetta
se ínnanzi tempo grazia a sÈ nol chiamaª.

CosÏ disse íl maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese íl duca mio,
ondí Ercule sentÏ gi‡ grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: ´Fatti qua, sÏ chíio ti prendaª;
poi fece sÏ chíun fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto íl chinato, quando un nuvol vada
sovrí essa sÏ, ched ella incontro penda:

tal parve AntÎo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
chíií avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposÚ;
nÈ, sÏ chinato, lÏ fece dimora,

e come albero in nave si levÚ.

Inferno ∑ Canto XXXII

SíÔo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra íl qual pontan tutte líaltre rocce,

io premerei di mio concetto il suco
pi˘ pienamente; ma perchí io non líabbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;

chÈ non Ë impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto líuniverso,
nÈ da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso
chíaiutaro AnfÔone a chiuder Tebe,
sÏ che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare Ë duro,
mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo gi˘ nel pozzo scuro
sotto i piË del gigante assai pi˘ bassi,
e io mirava ancora a líalto muro,

dicere udiími: ´Guarda come passi:
va sÏ, che tu non calchi con le piante
le teste deí fratei miseri lassiª.

Per chíio mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non díacqua sembiante.

Non fece al corso suo sÏ grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
nÈ TanaÔ l‡ sotto íl freddo cielo,

comí era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse s˘ caduto, o Pietrapana,
non avria pur da líorlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de líacqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,

livide, insin l‡ dove appar vergogna
eran líombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in gi˘ tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.

Quandí io míebbi dintorno alquanto visto,
volsimi aí piedi, e vidi due sÏ stretti,
che íl pel del capo avieno insieme misto.

´Ditemi, voi che sÏ strignete i pettiª,
dissí io, ´chi siete?ª. E quei piegaro i colli;
e poi chíebber li visi a me eretti,

li occhi lor, chíeran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e íl gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse
forte cosÏ; ondí ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un chíavea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in gi˘e,
disse: ´PerchÈ cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.

Díun corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna pi˘ díesser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e líombra
con esso un colpo per la man díArt˘;
non Focaccia; non questi che míingombra

col capo sÏ, chíií non veggio oltre pi˘,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco seí, ben sai omai chi fu.

E perchÈ non mi metti in pi˘ sermoni,
sappi chíií fuí il Camiscion deí Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioniª.

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