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Divina Commedia di Dante by Dante Alighieri

Part 10 out of 10

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la virt˘ chíebbe la man díAnaniaª.

Io dissi: ´Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quandí ella entrÚ col foco ondí io semprí ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O Ë di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forteª.

Quella medesma voce che paura
tolta míavea del s˘bito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: ´Certo a pi˘ angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzÚ líarco tuo a tal berzaglioª.

E io: ´Per filosofici argomenti
e per autorit‡ che quinci scende
cotale amor convien che in me si ímprenti:

chÈ íl bene, in quanto ben, come síintende,
cosÏ accende amore, e tanto maggio
quanto pi˘ di bontate in sÈ comprende.

Dunque a líessenza oví Ë tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non Ë chíun lume di suo raggio,

pi˘ che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a líintelletto mÔo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore,
che dice a MoÔsË, di sÈ parlando:
ëIo ti farÚ vedere ogne valoreí.

Sternilmi tu ancora, incominciando
líalto preconio che grida líarcano
di qui l‡ gi˘ sovra ogne altro bandoª.

E io udií: ´Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
díi tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dÏ ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, sÏ che tu suone
con quanti denti questo amor ti mordeª.

Non fu latente la santa intenzione
de líaguglia di Cristo, anzi míaccorsi
dove volea menar mia professione.

PerÚ ricominciai: ´Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:

chÈ líessere del mondo e líesser mio,
la morte chíel sostenne perchí io viva,
e quel che spera ogne fedel comí io,

con la predetta conoscenza viva,
tratto míhanno del mar de líamor torto,
e del diritto míhan posto a la riva.

Le fronde onde síinfronda tutto líorto
de líortolano etterno, amí io cotanto
quanto da lui a lor di bene Ë portoª.

SÏ comí io tacqui, un dolcissimo canto
risonÚ per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: ´Santo, santo, santo!ª.

E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciÚ che vede aborre,
sÏ nescÔa Ë la s˘bita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;

cosÏ de li occhi miei ogne quisquilia
fugÚ Beatrice col raggio díi suoi,
che rifulgea da pi˘ di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
díun quarto lume chíio vidi tra noi.

E la mia donna: ´Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor líanima prima
che la prima virt˘ creasse maiª.

Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virt˘ che la soblima,

fecí io in tanto in quantí ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ondí Ôo ardeva.

E cominciai: ´O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa Ë figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplÏco
perchÈ mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dicoª.

Talvolta un animal coverto broglia,
sÏ che líaffetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ínvoglia;

e similmente líanima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quantí ella a compiacermi venÏa gaia.

Indi spirÚ: ´Sanzí essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa tíË pi˘ certa;

perchí io la veggio nel verace speglio
che fa di sÈ pareglio a líaltre cose,
e nulla face lui di sÈ pareglio.

Tu vuogli udir quantí Ë che Dio mi puose
ne líeccelso giardino, ove costei
a cosÏ lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e líidÔoma chíusai e che fei.

Or, figluol mio, non il gustar del legno
fu per sÈ la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tuttí i lumi
de la sua strada novecento trenta
fÔate, mentre chíÔo in terra fuími.

La lingua chíio parlai fu tutta spenta
innanzi che a líovra inconsummabile
fosse la gente di NembrÚt attenta:

chÈ nullo effetto mai razÔonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale Ë chíuom favella;
ma cosÏ o cosÏ, natura lascia
poi fare a voi secondo che víabbella.

Pria chíií scendessi a líinfernale ambascia,
I síappellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamÚ poi: e ciÚ convene,
chÈ líuso díi mortali Ë come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva pi˘ da líonda,
fuí io, con vita pura e disonesta,
da la primí ora a quella che seconda,

come íl sol muta quadra, líora sestaª.

Paradiso ∑ Canto XXVII

ëAl Padre, al Figlio, a lo Spirito Santoí,
cominciÚ, ëgloria!í, tutto íl paradiso,
sÏ che míinebrÔava il dolce canto.

CiÚ chíio vedeva mi sembiava un riso
de líuniverso; per che mia ebbrezza
intrava per líudire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intËgra díamore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciÚ a farsi pi˘ vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, síelli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,

quandí Ôo udií: ´Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, chÈ, dicendí io,
vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli chíusurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fattí ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde íl perverso
che cadde di qua s˘, l‡ gi˘ si placaª.

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vidí Ôo allora tutto íl ciel cosperso.

E come donna onesta che permane
di sÈ sicura, e per líaltrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,

cosÏ Beatrice trasmutÚ sembianza;
e tale eclissi credo che ín ciel fue
quando patÏ la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sÈ trasmutata,
che la sembianza non si mutÚ pi˘e:

´Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto díoro usata;

ma per acquisto díesto viver lieto
e Sisto e PÔo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion chía destra mano
díi nostri successor parte sedesse,
parte da líaltra del popol cristiano;

nÈ che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;

nÈ chíio fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ondí io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua s˘ per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perchÈ pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
síapparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!

Ma líalta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorr‡ tosto, sÏ comí io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor gi˘ tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel chíio non ascondoª.

SÏ come di vapor gelati fiocca
in giuso líaere nostro, quando íl corno
de la capra del ciel col sol si tocca,

in s˘ vidí io cosÏ líetera addorno
farsi e fioccar di vapor trÔunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguÏ fin che íl mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del pi˘ avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto
de líattendere in s˘, mi disse: ´Adima
il viso e guarda come tu seí vÚltoª.

Da líora chíÔo avea guardato prima
ií vidi mosso me per tutto líarco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sÏ chíio vedea di l‡ da Gade il varco
folle díUlisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.

E pi˘ mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma íl sol procedea
sotto i mieí piedi un segno e pi˘ partito.

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi pi˘ che mai ardea;

e se natura o arte fÈ pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber nÔente
verí lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virt˘ che lo sguardo míindulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo míimpulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse
sÏ uniforme son, chíií non so dire
qual BÎatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedÎa íl mio disire,
incominciÚ, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:

´La natura del mondo, che quÔeta
il mezzo e tutto líaltro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che síaccende
líamor che íl volge e la virt˘ chíei piove.

Luce e amor díun cerchio lui comprende,
sÏ come questo li altri; e quel precinto
colui che íl cinge solamente intende.

Non Ë suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sÏ come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te puÚ esser manifesto.

Oh cupidigia che i mortali affonde
sÏ sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia contin¸a converte
in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte
solo neí parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzÔendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzÔendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disÔa poi di vederla sepolta.

CosÏ si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel chíapporta mane e lascia sera.

Tu, perchÈ non ti facci maraviglia,
pensa che ín terra non Ë chi governi;
onde sÏ svÔa líumana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma chíË l‡ gi˘ negletta,
raggeran sÏ questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto síaspetta,
le poppe volger‡ uí son le prore,
sÏ che la classe correr‡ diretta;

e vero frutto verr‡ dopo íl fioreª.

Paradiso ∑ Canto XXVIII

Poscia che íncontro a la vita presente
díi miseri mortali aperse íl vero
quella che ímparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se níalluma retro,
prima che líabbia in vista o in pensiero,

e sÈ rivolge per veder se íl vetro
li dice il vero, e vede chíel síaccorda
con esso come nota con suo metro;

cosÏ la mia memoria si ricorda
chíio feci riguardando neí belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E comí io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciÚ che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben síadocchi,

un punto vidi che raggiava lume
acuto sÏ, che íl viso chíelli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci pi˘ poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collÚca.

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che íl dipigne
quando íl vapor che íl porta pi˘ Ë spesso,

distante intorno al punto un cerchio díigne
si girava sÏ ratto, chíavria vinto
quel moto che pi˘ tosto il mondo cigne;

e questo era díun altro circumcinto,
e quel dal terzo, e íl terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo sÏ sparto
gi‡ di larghezza, che íl messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.

CosÏ líottavo e íl nono; e chiascheduno
pi˘ tardo si movea, secondo chíera
in numero distante pi˘ da líuno;

e quello avea la fiamma pi˘ sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, perÚ che pi˘ di lei síinvera.

La donna mia, che mi vedÎa in cura
forte sospeso, disse: ´Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che pi˘ li Ë congiunto;
e sappi che íl suo muovere Ë sÏ tosto
per líaffocato amore ondí elli Ë puntoª.

E io a lei: ´Se íl mondo fosse posto
con líordine chíio veggio in quelle rote,
sazio míavrebbe ciÚ che míË proposto;

ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto pi˘ divine,
quantí elle son dal centro pi˘ remote.

Onde, se íl mio disir dee aver fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come líessemplo
e líessemplare non vanno díun modo,
chÈ io per me indarno a ciÚ contemploª.

´Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficÔenti, non Ë maraviglia:
tanto, per non tentare, Ë fatto sodo!ª.

CosÏ la donna mia; poi disse: ´Piglia
quel chíio ti dicerÚ, se vuoí saziarti;
e intorno da esso tíassottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti
secondo il pi˘ e íl men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.

Maggior bont‡ vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
síelli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape
líaltro universo seco, corrisponde
al cerchio che pi˘ ama e che pi˘ sape:

per che, se tu a la virt˘ circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che tíappaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza
di maggio a pi˘ e di minore a meno,
in ciascun cielo, a s¸a intelligenzaª.

Come rimane splendido e sereno
líemisperio de líaere, quando soffia
Borea da quella guancia ondí Ë pi˘ leno,

per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sÏ che íl ciel ne ride
con le bellezze díogne sua paroffia;

cosÏ fecíÔo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.

Líincendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che íl numero loro
pi˘ che íl doppiar de li scacchi síinmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terr‡ sempre, neí quai sempre fuoro.

E quella che vedÎa i pensier dubi
ne la mia mente, disse: ´I cerchi primi
tíhanno mostrato Serafi e Cherubi.

CosÏ veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che íntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che íl primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si puÚ veder come si fonda
líesser beato ne líatto che vede,
non in quel chíama, che poscia seconda;

e del vedere Ë misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
cosÏ di grado in grado si procede.

Líaltro ternaro, che cosÏ germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno ArÔete non dispoglia,

perpet¸alemente ëOsannaí sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde síinterna.

In essa gerarcia son líaltre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
líordine terzo di Podestadi Ëe.

Poscia neí due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
líultimo Ë tutto díAngelici ludi.

Questi ordini di s˘ tutti síammirano,
e di gi˘ vincon sÏ, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.

E DÔonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomÚ e distinse comí io.

Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sÏ tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sÈ medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio chíammiri:
chÈ chi íl vide qua s˘ gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giriª.

Paradiso ∑ Canto XXIX

Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de líorizzonte insieme zona,

quantí Ë dal punto che íl cenÏt inlibra
infin che líuno e líaltro da quel cinto,
cambiando líemisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque BÎatrice, riguardando
fiso nel punto che míavÎa vinto.

Poi cominciÚ: ´Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perchí io lího visto
l‡ íve síappunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sÈ di bene acquisto,
chíesser non puÚ, ma perchÈ suo splendore
potesse, risplendendo, dir ìSubsistoî,

in sua etternit‡ di tempo fore,
fuor díogne altro comprender, come i piacque,
síaperse in nuovi amor líetterno amore.

NÈ prima quasi torpente si giacque;
chÈ nÈ prima nÈ poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra questí acque.

Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come díarco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sÏ, che dal venire
a líesser tutto non Ë intervallo,

cosÏ íl triforme effetto del suo sire
ne líesser suo raggiÚ insieme tutto
sanza distinzÔone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che gi‡ mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che líaltro mondo fosse fatto;

ma questo vero Ë scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te níavvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che í motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sÏ che spenti
nel tuo disÔo gi‡ son tre ardori.

NÈ giugneriesi, numerando, al venti
sÏ tosto, come de li angeli parte
turbÚ il suggetto díi vostri alimenti.

Líaltra rimase, e cominciÚ questí arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circ¸ir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sÈ da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
si cíhanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia Ë meritorio
secondo che líaffetto líË aperto.

Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanzí altro aiutorio.

Ma perchÈ ín terra per le vostre scole
si legge che líangelica natura
Ë tal, che íntende e si ricorda e vole,

ancor dirÚ, perchÈ tu veggi pura
la verit‡ che l‡ gi˘ si confonde,
equivocando in sÏ fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:

perÚ non hanno vedere interciso
da novo obietto, e perÚ non bisogna
rememorar per concetto diviso;

sÏ che l‡ gi˘, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne líuno Ë pi˘ colpa e pi˘ vergogna.

Voi non andate gi˘ per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
líamor de líapparenza e íl suo pensiero!

E ancor questo qua s˘ si comporta
con men disdegno che quando Ë posposta
la divina Scrittura o quando Ë torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa síaccosta.

Per apparer ciascun síingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
daí predicanti e íl Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e síinterpuose,
per che íl lume del sol gi˘ non si porse;

e mente, chÈ la luce si nascose
da sÈ: perÚ a li Spani e a líIndi
come aí Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sÏ fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:

sÏ che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento:
ëAndate, e predicate al mondo cianceí;
ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonÚ ne le sue guance,
sÏ chía pugnar per accender la fede
de líEvangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e pi˘ non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto síannida,
che se íl vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di chíel si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova díalcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco santí Antonio,
e altri assai che sono ancor pi˘ porci,
pagando di moneta sanza conio.

Ma perchÈ siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sÏ che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sÏ oltre síingrada
in numero, che mai non fu loquela
nÈ concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela
per DanÔel, vedrai che ín sue migliaia
determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi síappaia.

Onde, perÚ che a líatto che concepe
segue líaffetto, díamar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi líeccelso omai e la larghezza
de líetterno valor, poscia che tanti
speculi fatti síha in che si spezza,

uno manendo in sÈ come davantiª.

Paradiso ∑ Canto XXX

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve líora sesta, e questo mondo
china gi‡ líombra quasi al letto piano,

quando íl mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, chíalcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella
del sol pi˘ oltre, cosÏ íl ciel si chiude
di vista in vista infino a la pi˘ bella.

Non altrimenti il trÔunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel chíelli ínchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a BÎatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza chíio vidi si trasmoda
non pur di l‡ da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo
pi˘ che gi‡ mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:

chÈ, come sole in viso che pi˘ trema,
cosÏ lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno chíií vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non míË il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista
pi˘ dietro a sua bellezza, poetando,
come a líultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
líard¸a sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce
ricominciÚ: ´Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel chíË pura luce:

luce intellett¸al, piena díamore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai líuna e líaltra milizia
di paradiso, e líuna in quelli aspetti
che tu vedrai a líultima giustiziaª.

Come s˘bito lampo che discetti
li spiriti visivi, sÏ che priva
da líatto líocchio di pi˘ forti obietti,

cosÏ mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla míappariva.

´Sempre líamor che queta questo cielo
accoglie in sÈ con sÏ fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candeloª.

Non fur pi˘ tosto dentro a me venute
queste parole brievi, chíio compresi
me sormontar di soprí a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce Ë tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive,
e díogne parte si mettien neí fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrÔate da li odori,
riprofondavan sÈ nel miro gurge,
e síuna intrava, uníaltra níuscia fori.

´Líalto disio che mo tíinfiamma e urge,
díaver notizia di ciÚ che tu vei,
tanto mi piace pi˘ quanto pi˘ turge;

ma di questí acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si saziª:
cosÏ mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: ´Il fiume e li topazi
chíentrano ed escono e íl rider de líerbe
son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sÈ sian queste cose acerbe;
ma Ë difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbeª.

Non Ë fantin che sÏ s˘bito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da líusanza sua,

come fecí io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a líonda
che si deriva perchÈ vi síimmegli;

e sÏ come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, cosÏ mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non s¸a in che disparve,

cosÏ mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sÏ chíio vidi
ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cuí io vidi
líalto trÔunfo del regno verace,
dammi virt˘ a dir comí Ôo il vidi!

Lume Ë l‡ s˘ che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.

Eí si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando Ë nel verde e neí fioretti opimo,

sÏ, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in pi˘ di mille soglie
quanto di noi l‡ s˘ fatto ha ritorno.

E se líinfimo grado in sÈ raccoglie
sÏ grande lume, quanta Ë la larghezza
di questa rosa ne líestreme foglie!

La vista mia ne líampio e ne líaltezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e íl quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lÏ, nÈ pon nÈ leva:
chÈ dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,

qual Ë colui che tace e dicer vole,
mi trasse BÎatrice, e disse: ´Mira
quanto Ë íl convento de le bianche stole!

Vedi nostra citt‡ quantí ella gira;
vedi li nostri scanni sÏ ripieni,
che poca gente pi˘ ci si disira.

E ín quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che gi‡ víË s˘ posta,
prima che tu a queste nozze ceni,

seder‡ líalma, che fia gi˘ agosta,
de líalto Arrigo, chía drizzare Italia
verr‡ in prima chíella sia disposta.

La cieca cupidigia che víammalia
simili fatti víha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non ander‡ con lui per un cammino.

Ma poco poi sar‡ da Dio sofferto
nel santo officio; chíel sar‡ detruso
l‡ dove Simon mago Ë per suo merto,

e far‡ quel díAlagna intrar pi˘ giusoª.

Paradiso ∑ Canto XXXI

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma líaltra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la ínnamora
e la bont‡ che la fece cotanta,

sÏ come schiera díape che síinfiora
una fÔata e una si ritorna
l‡ dove suo laboro síinsapora,

nel gran fior discendeva che síaddorna
di tante foglie, e quindi risaliva
l‡ dove íl s¸o amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva
e líali díoro, e líaltro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco
porgevan de la pace e de líardore
chíelli acquistavan ventilando il fianco.

NÈ líinterporsi tra íl disopra e íl fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:

chÈ la luce divina Ë penetrante
per líuniverso secondo chíË degno,
sÏ che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudÔoso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.

O trina luce che ín unica stella
scintillando a lor vista, sÏ li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno díElice si cuopra,
rotante col suo figlio ondí ella Ë vaga,

veggendo Roma e líard¸a sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andÚ di sopra;

Ôo, che al divino da líumano,
a líetterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,

di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e íl gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera gi‡ ridir comí ello stea,

su per la viva luce passeggiando,
menava Ôo li occhi per li gradi,
mo s˘, mo gi˘ e mo recirculando.

VedÎa visi a carit‡ s¸adi,
díaltrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso
gi‡ tutta mÔo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia rÔaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.

Uno intendÎa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorÔose.

Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.

E ´Oví Ë ella?ª, s˘bito dissí io.
Ondí elli: ´A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;

e se riguardi s˘ nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiroª.

Sanza risponder, li occhi s˘ levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sÈ li etterni rai.

Da quella regÔon che pi˘ s˘ tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare pi˘ gi˘ síabbandona,

quanto lÏ da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, chÈ s¸a effige
non discendÎa a me per mezzo mista.

´O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quantí ií ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.

Tu míhai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tuttí i modi
che di ciÚ fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,
sÏ che líanima mia, che fattí hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodiª.

CosÏ orai; e quella, sÏ lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornÚ a líetterna fontana.

E íl santo sene: ´AcciÚ che tu assommi
perfettamenteª, disse, ´il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,

vola con li occhi per questo giardino;
chÈ veder lui tíacconcer‡ lo sguardo
pi˘ al montar per lo raggio divino.

E la regina del cielo, ondí Ôo ardo
tutto díamor, ne far‡ ogne grazia,
perÚ chíií sono il suo fedel Bernardoª.

Qual Ë colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per líantica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:
ëSegnor mio Ies˘ Cristo, Dio verace,
or fu sÏ fatta la sembianza vostra?í;

tal era io mirando la vivace
carit‡ di colui che ín questo mondo,
contemplando, gustÚ di quella pace.

´Figliuol di grazia, questí esser giocondoª,
cominciÚ elli, ´non ti sar‡ noto,
tenendo li occhi pur qua gi˘ al fondo;

ma guarda i cerchi infino al pi˘ remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno Ë suddito e devotoª.

Io levai li occhi; e come da mattina
la parte orÔental de líorizzonte
soverchia quella dove íl sol declina,

cosÏ, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta líaltra fronte.

E come quivi ove síaspetta il temo
che mal guidÚ Fetonte, pi˘ síinfiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,

cosÏ quella pacifica oriafiamma
nel mezzo síavvivava, e díogne parte
per igual modo allentava la fiamma;

e a quel mezzo, con le penne sparte,
vidí io pi˘ di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e díarte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;

e síio avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.

Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,

che í miei di rimirar fÈ pi˘ ardenti.

Paradiso ∑ Canto XXXII

Affetto al suo piacer, quel contemplante
libero officio di dottore assunse,
e cominciÚ queste parole sante:

´La piaga che Maria richiuse e unse,
quella chíË tanto bella daí suoi piedi
Ë colei che líaperse e che la punse.

Ne líordine che fanno i terzi sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con BÎatrice, sÏ come tu vedi.

Sarra e Rebecca, IudÏt e colei
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse ëMiserere meií,

puoi tu veder cosÏ di soglia in soglia
gi˘ digradar, comí io chía proprio nome
vo per la rosa gi˘ di foglia in foglia.

E dal settimo grado in gi˘, sÏ come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;

perchÈ, secondo lo sguardo che fÈe
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.

Da questa parte onde íl fiore Ë maturo
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;

da líaltra parte onde sono intercisi
di vÚti i semicirculi, si stanno
quei chía Cristo venuto ebber li visi.

E come quinci il glorÔoso scanno
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,

cosÏ di contra quel del gran Giovanni,
che sempre santo íl diserto e íl martiro
sofferse, e poi líinferno da due anni;

e sotto lui cosÏ cerner sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua gi˘ di giro in giro.

Or mira líalto proveder divino:
chÈ líuno e líaltro aspetto de la fede
igualmente empier‡ questo giardino.

E sappi che dal grado in gi˘ che fiede
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,

ma per líaltrui, con certe condizioni:
chÈ tutti questi son spiriti ascolti
prima chíavesser vere elezÔoni.

Ben te ne puoi accorger per li volti
e anche per le voci p¸erili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.

Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglierÚ íl forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.

Dentro a líampiezza di questo reame
cas¸al punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:

chÈ per etterna legge Ë stabilito
quantunque vedi, sÏ che giustamente
ci si risponde da líanello al dito;

e perÚ questa festinata gente
a vera vita non Ë sine causa
intra sÈ qui pi˘ e meno eccellente.

Lo rege per cui questo regno pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volont‡ Ë di pi˘ ausa,

le menti tutte nel suo lieto aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti líeffetto.

E ciÚ espresso e chiaro vi si nota
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber líira commota.

PerÚ, secondo il color díi capelli,
di cotal grazia líaltissimo lume
degnamente convien che síincappelli.

Dunque, sanza mercÈ di lor costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.

Bastavasi neí secoli recenti
con líinnocenza, per aver salute,
solamente la fede díi parenti;

poi che le prime etadi fuor compiute,
convenne ai maschi a líinnocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;

ma poi che íl tempo de la grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza l‡ gi˘ si ritenne.

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
pi˘ si somiglia, chÈ la sua chiarezza
sola ti puÚ disporre a veder Cristoª.

Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,

che quantunque io avea visto davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
nÈ mi mostrÚ di Dio tanto sembiante;

e quello amor che primo lÏ discese,
cantando ëAve, Maria, gratÔa plenaí,
dinanzi a lei le sue ali distese.

Rispuose a la divina cantilena
da tutte parti la beata corte,
sÏ chíogne vista sen fÈ pi˘ serena.

´O santo padre, che per me comporte
líesser qua gi˘, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,

qual Ë quellí angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sÏ che par di foco?ª.

CosÏ ricorsi ancora a la dottrina
di colui chíabbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.

Ed elli a me: ´Baldezza e leggiadria
quantí esser puote in angelo e in alma,
tutta Ë in lui; e sÏ volem che sia,

perchí elli Ë quelli che portÚ la palma
giuso a Maria, quando íl Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.

Ma vieni omai con li occhi sÏ comí io
andrÚ parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.

Quei due che seggon l‡ s˘ pi˘ felici
per esser propinquissimi ad Agusta,
son díesta rosa quasi due radici:

colui che da sinistra le síaggiusta
Ë il padre per lo cui ardito gusto
líumana specie tanto amaro gusta;

dal destro vedi quel padre vetusto
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomandÚ di questo fior venusto.

E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che síacquistÚ con la lancia e coi clavi,

siede lunghí esso, e lungo líaltro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.

Di contrí a Pietro vedi sedere Anna,
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;

e contro al maggior padre di famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.

Ma perchÈ íl tempo fugge che tíassonna,
qui farem punto, come buon sartore
che comí elli ha del panno fa la gonna;

e drizzeremo li occhi al primo amore,
sÏ che, guardando verso lui, penËtri
quantí Ë possibil per lo suo fulgore.

Veramente, ne forse tu tíarretri
movendo líali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che síimpetri

grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con líaffezione,
sÏ che dal dicer mio lo cor non partiª.

E cominciÚ questa santa orazione:

Paradiso ∑ Canto XXXIII

´Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta pi˘ che creatura,
termine fisso díetterno consiglio,

tu seí colei che líumana natura
nobilitasti sÏ, che íl suo fattore
non disdegnÚ di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese líamore,
per lo cui caldo ne líetterna pace
cosÏ Ë germinato questo fiore.

Qui seí a noi meridÔana face
di caritate, e giuso, intra í mortali,
seí di speranza fontana vivace.

Donna, seí tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disÔanza vuol volar sanzí ali.

La tua benignit‡ non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fÔate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te síaduna
quantunque in creatura Ë di bontate.

Or questi, che da líinfima lacuna
de líuniverso infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
pi˘ alto verso líultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
pi˘ chíií fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perchÈ tu ogne nube li disleghi
di sua mortalit‡ coí prieghi tuoi,
sÏ che íl sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciÚ che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!ª.

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne líorator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a líetterno lume síaddrizzaro,
nel qual non si dee creder che síinvii
per creatura líocchio tanto chiaro.

E io chíal fine di tuttí i disii
appropinquava, sÏ comí io dovea,
líardor del desiderio in me finii.

Bernardo míaccennava, e sorridea,
perchí io guardassi suso; ma io era
gi‡ per me stesso tal qual ei volea:

chÈ la mia vista, venendo sincera,
e pi˘ e pi˘ intrava per lo raggio
de líalta luce che da sÈ Ë vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che íl parlar mostra, chía tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual Ë col¸i che sognando vede,
che dopo íl sogno la passione impressa
rimane, e líaltro a la mente non riede,

cotal son io, chÈ quasi tutta cessa
mia visÔone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

CosÏ la neve al sol si disigilla;
cosÏ al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi
daí concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
chíuna favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

chÈ, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
pi˘ si conceper‡ di tua vittoria.

Io credo, per líacume chíio soffersi
del vivo raggio, chíií sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

Eí mi ricorda chíio fui pi˘ ardito
per questo a sostener, tanto chíií giunsi
líaspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ondí io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che síinterna,
legato con amore in un volume,
ciÚ che per líuniverso si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciÚ chíií dico Ë un semplice lume.

La forma universal di questo nodo
credo chíií vidi, perchÈ pi˘ di largo,
dicendo questo, mi sento chíií godo.

Un punto solo míË maggior letargo
che venticinque secoli a la ímpresa
che fÈ Nettuno ammirar líombra díArgo.

CosÏ la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
Ë impossibil che mai si consenta;

perÚ che íl ben, chíË del volere obietto,
tutto síaccoglie in lei, e fuor di quella
Ë defettivo ciÚ chíË lÏ perfetto.

Omai sar‡ pi˘ corta mia favella,
pur a quel chíio ricordo, che díun fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perchÈ pi˘ chíun semplice sembiante
fosse nel vivo lume chíio mirava,
che tal Ë sempre qual síera davante;

ma per la vista che síavvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandomí io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de líalto lume parvermi tre giri
di tre colori e díuna contenenza;

e líun da líaltro come iri da iri
parea reflesso, e íl terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto Ë corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel chíií vidi,
Ë tanto, che non basta a dicer ëpocoí.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola tíintendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sÏ concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sÈ, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che íl mio viso in lei tutto era messo.

Qual Ë íl geomËtra che tutto síaffige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ondí elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
líimago al cerchio e come vi síindova;

ma non eran da ciÚ le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A líalta fantasia qui mancÚ possa;
ma gi‡ volgeva il mio disio e íl velle,
sÏ come rota chíigualmente Ë mossa,

líamor che move il sole e líaltre stelle.

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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
TABLE OF SPECIAL CHARACTERS

‡ = a grave
Ë = e grave
Ï = i grave
Ú = o grave
˘ = u grave

È = e acute
Û = o acute

‰ = a uml
Î = e uml
Ô = i uml
ˆ = o uml
¸ = u uml

» = E grave
À = E uml
œ = I uml

´ = left angle quotation mark
ª = right angle quotation mark

ì = left double quotation mark
î = right double quotation mark

ë = left single quotation mark
í = right single quotation mark

ó = em dash

∑ = middot

. . . = ellipsis

Book of the day: