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Divina Commedia di Dante: Paradiso by Dante Alighieri

Part 3 out of 4

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Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, chíio pensai chíogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;

poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sÈ onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;

tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che ínsieme venne,
sÏ come in certo grado si percosse.

E quel che presso pi˘ ci si ritenne,
si fÈ sÏ chiaro, chíio dicea pensando:
ëIo veggio ben líamor che tu míaccenne.

Ma quella ondí io aspetto il come e íl quando
del dire e del tacer, si sta; ondí io,
contra íl disio, fo ben chíio non dimandoí.

Per chíella, che vedÎa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: ´Solvi il tuo caldo disioª.

E io incominciai: ´La mia mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che íl chieder mi concede,

vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sÏ presso mi tíha posta;

e dÏ perchÈ si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso,
che gi˘ per líaltre suona sÏ divotaª.

´Tu hai líudir mortal sÏ come il visoª,
rispuose a me; ´onde qui non si canta
per quel che BÎatrice non ha riso.

Gi˘ per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;

nÈ pi˘ amor mi fece esser pi˘ presta,
chÈ pi˘ e tanto amor quinci s˘ ferve,
sÏ come il fiammeggiar ti manifesta.

Ma líalta carit‡, che ci fa serve
pronte al consiglio che íl mondo governa,
sorteggia qui sÏ come tu osserveª.

´Io veggio benª, dissí io, ´sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;

ma questo Ë quel chía cerner mi par forte,
perchÈ predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorteª.

NÈ venni prima a líultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sÈ come veloce mola;

poi rispuose líamor che víera dentro:
´Luce divina sopra me síappunta,
penetrando per questa in chíio míinventro,

la cui virt˘, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, chíií veggio
la somma essenza de la quale Ë munta.

Quinci vien líallegrezza ondí io fiammeggio;
per chía la vista mia, quantí ella Ë chiara,
la chiarit‡ de la fiamma pareggio.

Ma quellí alma nel ciel che pi˘ si schiara,
quel serafin che ín Dio pi˘ líocchio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,

perÚ che sÏ síinnoltra ne lo abisso
de líetterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista Ë scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sÏ che non presumma
a tanto segno pi˘ mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come puÚ l‡ gi˘e
quel che non pote perchÈ íl ciel líassummaª.

SÏ mi prescrisser le parole sue,
chíio lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.

´Tra í due liti díItalia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che í troni assai suonan pi˘ bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale Ë consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latriaª.

CosÏ ricominciommi il terzo sermo;
e poi, contin¸ando, disse: ´Quivi
al servigio di Dio mi feí sÏ fermo,

che pur con cibi di liquor díulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento neí pensier contemplativi.

Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora Ë fatto vano,
sÏ che tosto convien che si riveli.

In quel loco fuí io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fuí ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.

Poca vita mortal míera rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.

Venne Cef‡s e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

Cuopron díi manti loro i palafreni,
sÏ che due bestie van sottí una pelle:
oh pazÔenza che tanto sostieni!ª.

A questa voce vidí io pi˘ fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea pi˘ belle.

Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sÏ alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;

nÈ io lo íntesi, sÏ mi vinse il tuono.

Paradiso ∑ Canto XXII

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre col‡ dove pi˘ si confida;

e quella, come madre che soccorre
s˘bito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che íl suol ben disporre,

mi disse: ´Non sai tu che tu seí in cielo?
e non sai tu che íl cielo Ë tutto santo,
e ciÚ che ci si fa vien da buon zelo?

Come tíavrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che íl grido tíha mosso cotanto;

nel qual, se ínteso avessi i prieghi suoi,
gi‡ ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua s˘ non taglia in fretta
nÈ tardo, maí chíal parer di colui
che disÔando o temendo líaspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;
chíassai illustri spiriti vedrai,
se comí io dico líaspetto reduiª.

Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che ínsieme
pi˘ síabbellivan con mut¸i rai.

Io stava come quei che ín sÈ repreme
la punta del disio, e non síattenta
di domandar, sÏ del troppo si teme;

e la maggiore e la pi˘ luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sÈ la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udií: ´Se tu vedessi
comí io la carit‡ che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perchÈ tu, aspettando, non tarde
a líalto fine, io ti farÚ risposta
pur al pensier, da che sÏ ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino Ë ne la costa
fu frequentato gi‡ in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che s˘ vi portai prima
lo nome di colui che ín terra addusse
la verit‡ che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse,
chíio ritrassi le ville circunstanti
da líempio cÛlto che íl mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e í frutti santi.

Qui Ë Maccario, qui Ë Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldoª.

E io a lui: ´Líaffetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
chíio veggio e noto in tutti li ardor vostri,

cosÏ míha dilatata mia fidanza,
come íl sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quantí ellí ha di possanza.

PerÚ ti priego, e tu, padre, míaccerta
síio posso prender tanta grazia, chíio
ti veggia con imagine scovertaª.

Ondí elli: ´Frate, il tuo alto disio
síadempier‡ in su líultima spera,
ove síadempion tutti li altri e íl mio.

Ivi Ë perfetta, matura e intera
ciascuna disÔanza; in quella sola
Ë ogne parte l‡ ove semprí era,

perchÈ non Ë in loco e non síimpola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde cosÏ dal viso ti síinvola.

Infin l‡ s˘ la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve díangeli sÏ carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa Ë per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle
contra íl piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor deí monaci sÏ folle;

chÈ quantunque la Chiesa guarda, tutto
Ë de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti nÈ díaltro pi˘ brutto.

La carne díi mortali Ë tanto blanda,
che gi˘ non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciÚ sanzí oro e sanzí argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi íl principio di ciascuno,
poscia riguardi l‡ doví Ë trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan vÚlto retrorso
pi˘ fu, e íl mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui íl soccorsoª.

CosÏ mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e íl collegio si strinse;
poi, come turbo, in s˘ tutto síavvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sÏ sua virt˘ la mia natura vinse;

nÈ mai qua gi˘ dove si monta e cala
naturalmente, fu sÏ ratto moto
chíagguagliar si potesse a la mia ala.

Síio torni mai, lettore, a quel divoto
trÔunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e íl petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quantí io vidi íl segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O glorÔose stelle, o lume pregno
di gran virt˘, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e síascondeva vosco
quelli chíË padre díogne mortal vita,
quandí io sentií di prima líaere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita
díentrar ne líalta rota che vi gira,
la vostra regÔon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira
líanima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sÈ la tira.

´Tu seí sÏ presso a líultima saluteª,
cominciÚ BÎatrice, ´che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;

e perÚ, prima che tu pi˘ tíinlei,
rimira in gi˘, e vedi quanto mondo
sotto li piedi gi‡ esser ti fei;

sÏ che íl tuo cor, quantunque puÚ, giocondo
síappresenti a la turba trÔunfante
che lieta vien per questo etera tondoª.

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, chíio sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo
che líha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quellí ombra che mi fu cagione
per che gi‡ la credetti rara e densa.

Líaspetto del tuo nato, IperÔone,
quivi sostenni, e vidi comí si move
circa e vicino a lui Maia e DÔone.

Quindi míapparve il temperar di Giove
tra íl padre e íl figlio; e quindi mi fu chiaro
il varÔar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.

Líaiuola che ci fa tanto feroci,
volgendomí io con li etterni Gemelli,
tutta míapparve daí colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Paradiso ∑ Canto XXIII

Come líaugello, intra líamate fronde,
posato al nido deí suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disÔati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che líalba nasca;

cosÏ la donna mÔa stava eretta
e attenta, rivolta inverí la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:

sÏ che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual Ë quei che disÔando
altro vorria, e sperando síappaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir pi˘ e pi˘ rischiarando;

e BÎatrice disse: ´Ecco le schiere
del trÔunfo di Cristo e tutto íl frutto
ricolto del girar di queste spere!ª.

Pariemi che íl suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sÏ pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.

Quale neí plenilunÔi sereni
TrivÔa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vidí ií sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante líaccendea,
come fa íl nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.

Oh BÎatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: ´Quel che ti sobranza
Ë virt˘ da cui nulla si ripara.

Quivi Ë la sapÔenza e la possanza
chíaprÏ le strade tra íl cielo e la terra,
onde fu gi‡ sÏ lunga disÔanzaª.

Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sÏ che non vi cape,
e fuor di sua natura in gi˘ síatterra,

la mente mia cosÏ, tra quelle dape
fatta pi˘ grande, di sÈ stessa uscÏo,
e che si fesse rimembrar non sape.

´Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
seí fatto a sostener lo riso mioª.

Io era come quei che si risente
di visÔone oblita e che síingegna
indarno di ridurlasi a la mente,

quandí io udií questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che íl preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue
che PolimnÔa con le suore fero
del latte lor dolcissimo pi˘ pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;

e cosÏ, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema
e líomero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sottí esso trema:

non Ë pareggio da picciola barca
quel che fendendo va líardita prora,
nÈ da nocchier chía sÈ medesmo parca.

´PerchÈ la faccia mia sÏ tíinnamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo síinfiora?

Quivi Ë la rosa in che íl verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon camminoª.

CosÏ Beatrice; e io, che aí suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia deí debili cigli.

Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, gi‡ prato di fiori
vider, coverti díombra, li occhi miei;

vidí io cosÏ pi˘ turbe di splendori,
folgorate di s˘ da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgÛri.

O benigna vert˘ che sÏ li ímprenti,
s˘ tíessaltasti, per largirmi loco
a li occhi lÏ che non tíeran possenti.

Il nome del bel fior chíio sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
líanimo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che l‡ s˘ vince come qua gi˘ vinse,

per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia pi˘ dolce suona
qua gi˘ e pi˘ a sÈ líanima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel pi˘ chiaro síinzaffira.

´Io sono amore angelico, che giro
líalta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
pi˘ la spera suprema perchÈ lÏ entreª.

CosÏ la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che pi˘ ferve e pi˘ síavviva
ne líalito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi líinterna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
l‡ doví io era, ancor non appariva:

perÚ non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levÚ appresso sua semenza.

E come fantolin che ínverí la mamma
tende le braccia, poi che íl latte prese,
per líanimo che ínfin di fuor síinfiamma;

ciascun di quei candori in s˘ si stese
con la sua cima, sÏ che líalto affetto
chíelli avieno a Maria mi fu palese.

Indi rimaser lÏ nel mio cospetto,
ëRegina celií cantando sÏ dolce,
che mai da me non si partÏ íl diletto.

Oh quanta Ë líubert‡ che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua gi˘ buone bobolce!

Quivi si vive e gode del tesoro
che síacquistÚ piangendo ne lo essilio
di BabillÚn, ove si lasciÚ líoro.

Quivi trÔunfa, sotto líalto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con líantico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.

Paradiso ∑ Canto XXIV

´O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sÏ, che la vostra voglia Ë sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a líaffezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel chíei pensaª.

CosÏ Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra díorÔuoli
si giran sÏ, che íl primo a chi pon mente
quÔeto pare, e líultimo che voli;

cosÏ quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.

Di quella chíio notai di pi˘ carezza
vidí Ôo uscire un foco sÏ felice,
che nullo vi lasciÚ di pi˘ chiarezza;

e tre fÔate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.

PerÚ salta la penna e non lo scrivo:
chÈ líimagine nostra a cotai pieghe,
non che íl parlare, Ë troppo color vivo.

´O santa suora mia che sÏ ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi dislegheª.

Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzÚ lo spiro,
che favellÚ cosÏ comí ií ho detto.

Ed ella: ´O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciÚ le chiavi,
chíei portÚ gi˘, di questo gaudio miro,

tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.

Síelli ama bene e bene spera e crede,
non tíË occulto, perchÈ íl viso hai quivi
doví ogne cosa dipinta si vede;

ma perchÈ questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorÔarla,
di lei parlare Ë ben chía lui arriviª.

SÏ come il baccialier síarma e non parla
fin che íl maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,

cosÏ míarmava io díogne ragione
mentre chíella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.

´DÏ, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che Ë?ª. Ondí io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perchí Ôo spandessi
líacqua di fuor del mio interno fonte.

´La Grazia che mi d‡ chíio mi confessiª,
cominciaí io, ´da líalto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressiª.

E seguitai: ´Come íl verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,

fede Ë sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditateª.

Allora udií: ´Dirittamente senti,
se bene intendi perchÈ la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomentiª.

E io appresso: ´Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di l‡ gi˘ son sÏ ascose,

che líesser loro víË in sola credenza,
sopra la qual si fonda líalta spene;
e perÚ di sustanza prende intenza.

E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanzí avere altra vista:
perÚ intenza díargomento teneª.

Allora udií: ´Se quantunque síacquista
gi˘ per dottrina, fosse cosÏ ínteso,
non lÏ avria loco ingegno di sofistaª.

CosÏ spirÚ di quello amore acceso;
indi soggiunse: ´Assai bene Ë trascorsa
díesta moneta gi‡ la lega e íl peso;

ma dimmi se tu líhai ne la tua borsaª.
Ondí io: ´SÏ ho, sÏ lucida e sÏ tonda,
che nel suo conio nulla mi síinforsaª.

Appresso uscÏ de la luce profonda
che lÏ splendeva: ´Questa cara gioia
sopra la quale ogne virt˘ si fonda,

onde ti venne?ª. E io: ´La larga ploia
de lo Spirito Santo, chíË diffusa
in su le vecchie e ín su le nuove cuoia,

Ë silogismo che la míha conchiusa
acutamente sÏ, che ínverso díella
ogne dimostrazion mi pare ottusaª.

Io udií poi: ´Líantica e la novella
proposizion che cosÏ ti conchiude,
perchÈ líhai tu per divina favella?ª.

E io: ´La prova che íl ver mi dischiude,
son líopere seguite, a che natura
non scalda ferro mai nÈ batte incudeª.

Risposto fummi: ´DÏ, chi tíassicura
che quellí opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giuraª.

´Se íl mondo si rivolse al cristianesmoª,
dissí io, ´sanza miracoli, questí uno
Ë tal, che li altri non sono il centesmo:

chÈ tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu gi‡ vite e ora Ë fatta prunoª.

Finito questo, líalta corte santa
risonÚ per le spere un ëDio laudamoí
ne la melode che l‡ s˘ si canta.

E quel baron che sÏ di ramo in ramo,
essaminando, gi‡ tratto míavea,
che a líultime fronde appressavamo,

ricominciÚ: ´La Grazia, che donnea
con la tua mente, la bocca tíaperse
infino a qui come aprir si dovea,

sÏ chíio approvo ciÚ che fuori emerse;
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua síofferseª.

´O santo padre, e spirito che vedi
ciÚ che credesti sÏ, che tu vincesti
verí lo sepulcro pi˘ giovani piediª,

cominciaí io, ´tu vuoí chíio manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.

E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto íl ciel move,
non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verit‡ che quinci piove

per MoÔsË, per profeti e per salmi,
per líEvangelio e per voi che scriveste
poi che líardente Spirto vi fÈ almi;

e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sÏ una e sÏ trina,
che soffera congiunto ësonoí ed ëesteí.

De la profonda condizion divina
chíio tocco mo, la mente mi sigilla
pi˘ volte líevangelica dottrina.

Questí Ë íl principio, questí Ë la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintillaª.

Come íl segnor chíascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto chíel si tace;

cosÏ, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sÏ comí io tacqui,
líappostolico lume al cui comando

io avea detto: sÏ nel dir li piacqui!

Paradiso ∑ Canto XXV

Se mai continga che íl poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sÏ che míha fatto per molti anni macro,

vinca la crudelt‡ che fuor mi serra
del bello ovile oví io dormií agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello
ritornerÚ poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderÚ íl cappello;

perÚ che ne la fede, che fa conte
líanime a Dio, quivi intraí io, e poi
Pietro per lei sÏ mi girÚ la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ondí uscÏ la primizia
che lasciÚ Cristo díi vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: ´Mira, mira: ecco il barone
per cui l‡ gi˘ si vicita Galiziaª.

SÏ come quando il colombo si pone
presso al compagno, líuno a líaltro pande,
girando e mormorando, líaffezione;

cosÏ vidí Ôo líun da líaltro grande
principe glorÔoso essere accolto,
laudando il cibo che l‡ s˘ li prande.

Ma poi che íl gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun síaffisse,
ignito sÏ che vincÎa íl mio volto.

Ridendo allora BÎatrice disse:
´Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Ies˘ ai tre fÈ pi˘ carezzaª.

´Leva la testa e fa che tíassicuri:
che ciÚ che vien qua s˘ del mortal mondo,
convien chíai nostri raggi si maturiª.

Questo conforto del foco secondo
mi venne; ondí io lev‰i li occhi aí monti
che li íncurvaron pria col troppo pondo.

´Poi che per grazia vuol che tu tíaffronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne líaula pi˘ secreta coí suoi conti,

sÏ che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che l‡ gi˘ bene innamora,
in te e in altrui di ciÚ conforte,

dií quel chíellí Ë, dií come se ne ínfiora
la mente tua, e dÏ onde a te venneª.
CosÏ seguÏ íl secondo lume ancora.

E quella pÔa che guidÚ le penne
de le mie ali a cosÏ alto volo,
a la risposta cosÏ mi prevenne:

´La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con pi˘ speranza, comí Ë scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

perÚ li Ë conceduto che díEgitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che íl militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere
son dimandati, ma perchí ei rapporti
quanto questa virt˘ tíË in piacere,

a lui lascí io, chÈ non li saran forti
nÈ di iattanza; ed elli a ciÚ risponda,
e la grazia di Dio ciÚ li comportiª.

Come discente chía dottor seconda
pronto e libente in quel chíelli Ë esperto,
perchÈ la sua bont‡ si disasconda,

´Speneª, dissí io, ´Ë uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distillÚ nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.

ëSperino in teí, ne la sua tÎodia
dice, ëcolor che sanno il nome tuoí:
e chi nol sa, síelli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sÏ chíio son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluoª.

Mentrí io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
s˘bito e spesso a guisa di baleno.

Indi spirÚ: ´Líamore ondí Ôo avvampo
ancor verí la virt˘ che mi seguette
infin la palma e a líuscir del campo,

vuol chíio respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti ímprometteª.

E io: ´Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de líanime che Dio síha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra Ë questa dolce vita;

e íl tuo fratello assai vie pi˘ digesta,
l‡ dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifestaª.

E prima, appresso al fin díeste parole,
ëSperent in teí di soprí a noi síudÏ;
a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiarÏ
sÏ che, se íl Cancro avesse un tal cristallo,
líinverno avrebbe un mese díun sol dÏ.

E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,

cosÏ vidí io lo schiarato splendore
venire aí due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi lÏ nel canto e ne la rota;
e la mia donna in lor tenea líaspetto,
pur come sposa tacita e immota.

´Questi Ë colui che giacque sopra íl petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio elettoª.

La donna mia cosÏ; nÈ perÚ pi˘e
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.

Qual Ë colui chíadocchia e síargomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fecí Ôo a quellí ultimo foco
mentre che detto fu: ´PerchÈ tíabbagli
per veder cosa che qui non ha loco?

In terra Ë terra il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che íl numero nostro
con líetterno proposito síagguagli.

Con le due stole nel beato chiostro
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostroª.

A questa voce líinfiammato giro
si quÔetÚ con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,

sÏ come, per cessar fatica o rischio,
li remi, pria ne líacqua ripercossi,
tutti si posano al sonar díun fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benchÈ io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

Paradiso ∑ Canto XXVI

Mentrí io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscÏ un spiro che mi fece attento,

dicendo: ´Intanto che tu ti risense
de la vista che haÔ in me consunta,
ben Ë che ragionando la compense.

Comincia dunque; e dÏ ove síappunta
líanima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:

perchÈ la donna che per questa dia
regÔon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virt˘ chíebbe la man díAnaniaª.

Io dissi: ´Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quandí ella entrÚ col foco ondí io semprí ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O Ë di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forteª.

Quella medesma voce che paura
tolta míavea del s˘bito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: ´Certo a pi˘ angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzÚ líarco tuo a tal berzaglioª.

E io: ´Per filosofici argomenti
e per autorit‡ che quinci scende
cotale amor convien che in me si ímprenti:

chÈ íl bene, in quanto ben, come síintende,
cosÏ accende amore, e tanto maggio
quanto pi˘ di bontate in sÈ comprende.

Dunque a líessenza oví Ë tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non Ë chíun lume di suo raggio,

pi˘ che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a líintelletto mÔo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore,
che dice a MoÔsË, di sÈ parlando:
ëIo ti farÚ vedere ogne valoreí.

Sternilmi tu ancora, incominciando
líalto preconio che grida líarcano
di qui l‡ gi˘ sovra ogne altro bandoª.

E io udií: ´Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
díi tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dÏ ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, sÏ che tu suone
con quanti denti questo amor ti mordeª.

Non fu latente la santa intenzione
de líaguglia di Cristo, anzi míaccorsi
dove volea menar mia professione.

PerÚ ricominciai: ´Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:

chÈ líessere del mondo e líesser mio,
la morte chíel sostenne perchí io viva,
e quel che spera ogne fedel comí io,

con la predetta conoscenza viva,
tratto míhanno del mar de líamor torto,
e del diritto míhan posto a la riva.

Le fronde onde síinfronda tutto líorto
de líortolano etterno, amí io cotanto
quanto da lui a lor di bene Ë portoª.

SÏ comí io tacqui, un dolcissimo canto
risonÚ per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: ´Santo, santo, santo!ª.

E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciÚ che vede aborre,
sÏ nescÔa Ë la s˘bita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;

cosÏ de li occhi miei ogne quisquilia
fugÚ Beatrice col raggio díi suoi,
che rifulgea da pi˘ di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
díun quarto lume chíio vidi tra noi.

E la mia donna: ´Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor líanima prima
che la prima virt˘ creasse maiª.

Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virt˘ che la soblima,

fecí io in tanto in quantí ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ondí Ôo ardeva.

E cominciai: ´O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa Ë figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplÏco
perchÈ mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dicoª.

Talvolta un animal coverto broglia,
sÏ che líaffetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ínvoglia;

e similmente líanima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quantí ella a compiacermi venÏa gaia.

Indi spirÚ: ´Sanzí essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa tíË pi˘ certa;

perchí io la veggio nel verace speglio
che fa di sÈ pareglio a líaltre cose,
e nulla face lui di sÈ pareglio.

Tu vuogli udir quantí Ë che Dio mi puose
ne líeccelso giardino, ove costei
a cosÏ lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e líidÔoma chíusai e che fei.

Or, figluol mio, non il gustar del legno
fu per sÈ la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tuttí i lumi
de la sua strada novecento trenta
fÔate, mentre chíÔo in terra fuími.

La lingua chíio parlai fu tutta spenta
innanzi che a líovra inconsummabile
fosse la gente di NembrÚt attenta:

chÈ nullo effetto mai razÔonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale Ë chíuom favella;
ma cosÏ o cosÏ, natura lascia
poi fare a voi secondo che víabbella.

Pria chíií scendessi a líinfernale ambascia,
I síappellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamÚ poi: e ciÚ convene,
chÈ líuso díi mortali Ë come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva pi˘ da líonda,
fuí io, con vita pura e disonesta,
da la primí ora a quella che seconda,

come íl sol muta quadra, líora sestaª.

Paradiso ∑ Canto XXVII

ëAl Padre, al Figlio, a lo Spirito Santoí,
cominciÚ, ëgloria!í, tutto íl paradiso,
sÏ che míinebrÔava il dolce canto.

CiÚ chíio vedeva mi sembiava un riso
de líuniverso; per che mia ebbrezza
intrava per líudire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intËgra díamore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciÚ a farsi pi˘ vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, síelli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,

quandí Ôo udií: ´Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, chÈ, dicendí io,
vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli chíusurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fattí ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde íl perverso
che cadde di qua s˘, l‡ gi˘ si placaª.

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vidí Ôo allora tutto íl ciel cosperso.

E come donna onesta che permane
di sÈ sicura, e per líaltrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,

cosÏ Beatrice trasmutÚ sembianza;
e tale eclissi credo che ín ciel fue
quando patÏ la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sÈ trasmutata,
che la sembianza non si mutÚ pi˘e:

´Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto díoro usata;

ma per acquisto díesto viver lieto
e Sisto e PÔo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion chía destra mano
díi nostri successor parte sedesse,
parte da líaltra del popol cristiano;

nÈ che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;

nÈ chíio fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ondí io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua s˘ per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perchÈ pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
síapparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!

Ma líalta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorr‡ tosto, sÏ comí io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor gi˘ tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel chíio non ascondoª.

SÏ come di vapor gelati fiocca
in giuso líaere nostro, quando íl corno
de la capra del ciel col sol si tocca,

in s˘ vidí io cosÏ líetera addorno
farsi e fioccar di vapor trÔunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguÏ fin che íl mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del pi˘ avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto
de líattendere in s˘, mi disse: ´Adima
il viso e guarda come tu seí vÚltoª.

Da líora chíÔo avea guardato prima
ií vidi mosso me per tutto líarco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sÏ chíio vedea di l‡ da Gade il varco
folle díUlisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.

E pi˘ mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma íl sol procedea
sotto i mieí piedi un segno e pi˘ partito.

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi pi˘ che mai ardea;

e se natura o arte fÈ pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber nÔente
verí lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virt˘ che lo sguardo míindulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo míimpulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse
sÏ uniforme son, chíií non so dire
qual BÎatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedÎa íl mio disire,
incominciÚ, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:

´La natura del mondo, che quÔeta
il mezzo e tutto líaltro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che síaccende
líamor che íl volge e la virt˘ chíei piove.

Luce e amor díun cerchio lui comprende,
sÏ come questo li altri; e quel precinto
colui che íl cinge solamente intende.

Non Ë suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sÏ come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te puÚ esser manifesto.

Oh cupidigia che i mortali affonde
sÏ sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia contin¸a converte
in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte
solo neí parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzÔendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzÔendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disÔa poi di vederla sepolta.

CosÏ si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel chíapporta mane e lascia sera.

Tu, perchÈ non ti facci maraviglia,
pensa che ín terra non Ë chi governi;
onde sÏ svÔa líumana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma chíË l‡ gi˘ negletta,
raggeran sÏ questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto síaspetta,
le poppe volger‡ uí son le prore,
sÏ che la classe correr‡ diretta;

e vero frutto verr‡ dopo íl fioreª.

Paradiso ∑ Canto XXVIII

Poscia che íncontro a la vita presente
díi miseri mortali aperse íl vero
quella che ímparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se níalluma retro,
prima che líabbia in vista o in pensiero,

e sÈ rivolge per veder se íl vetro
li dice il vero, e vede chíel síaccorda
con esso come nota con suo metro;

cosÏ la mia memoria si ricorda
chíio feci riguardando neí belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E comí io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciÚ che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben síadocchi,

un punto vidi che raggiava lume
acuto sÏ, che íl viso chíelli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci pi˘ poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collÚca.

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che íl dipigne
quando íl vapor che íl porta pi˘ Ë spesso,

distante intorno al punto un cerchio díigne
si girava sÏ ratto, chíavria vinto
quel moto che pi˘ tosto il mondo cigne;

e questo era díun altro circumcinto,
e quel dal terzo, e íl terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo sÏ sparto
gi‡ di larghezza, che íl messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.

CosÏ líottavo e íl nono; e chiascheduno
pi˘ tardo si movea, secondo chíera
in numero distante pi˘ da líuno;

e quello avea la fiamma pi˘ sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, perÚ che pi˘ di lei síinvera.

La donna mia, che mi vedÎa in cura
forte sospeso, disse: ´Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che pi˘ li Ë congiunto;
e sappi che íl suo muovere Ë sÏ tosto
per líaffocato amore ondí elli Ë puntoª.

E io a lei: ´Se íl mondo fosse posto
con líordine chíio veggio in quelle rote,
sazio míavrebbe ciÚ che míË proposto;

ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto pi˘ divine,
quantí elle son dal centro pi˘ remote.

Onde, se íl mio disir dee aver fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come líessemplo
e líessemplare non vanno díun modo,
chÈ io per me indarno a ciÚ contemploª.

´Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficÔenti, non Ë maraviglia:
tanto, per non tentare, Ë fatto sodo!ª.

CosÏ la donna mia; poi disse: ´Piglia
quel chíio ti dicerÚ, se vuoí saziarti;
e intorno da esso tíassottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti
secondo il pi˘ e íl men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.

Maggior bont‡ vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
síelli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape
líaltro universo seco, corrisponde
al cerchio che pi˘ ama e che pi˘ sape:

per che, se tu a la virt˘ circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che tíappaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza
di maggio a pi˘ e di minore a meno,
in ciascun cielo, a s¸a intelligenzaª.

Come rimane splendido e sereno
líemisperio de líaere, quando soffia
Borea da quella guancia ondí Ë pi˘ leno,

per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sÏ che íl ciel ne ride
con le bellezze díogne sua paroffia;

cosÏ fecíÔo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.

Líincendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che íl numero loro
pi˘ che íl doppiar de li scacchi síinmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terr‡ sempre, neí quai sempre fuoro.

E quella che vedÎa i pensier dubi
ne la mia mente, disse: ´I cerchi primi
tíhanno mostrato Serafi e Cherubi.

CosÏ veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che íntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che íl primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si puÚ veder come si fonda
líesser beato ne líatto che vede,
non in quel chíama, che poscia seconda;

e del vedere Ë misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
cosÏ di grado in grado si procede.

Líaltro ternaro, che cosÏ germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno ArÔete non dispoglia,

perpet¸alemente ëOsannaí sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde síinterna.

In essa gerarcia son líaltre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
líordine terzo di Podestadi Ëe.

Poscia neí due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
líultimo Ë tutto díAngelici ludi.

Questi ordini di s˘ tutti síammirano,
e di gi˘ vincon sÏ, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.

E DÔonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomÚ e distinse comí io.

Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sÏ tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sÈ medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio chíammiri:
chÈ chi íl vide qua s˘ gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giriª.

Paradiso ∑ Canto XXIX

Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de líorizzonte insieme zona,

quantí Ë dal punto che íl cenÏt inlibra
infin che líuno e líaltro da quel cinto,
cambiando líemisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque BÎatrice, riguardando
fiso nel punto che míavÎa vinto.

Poi cominciÚ: ´Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perchí io lího visto
l‡ íve síappunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sÈ di bene acquisto,
chíesser non puÚ, ma perchÈ suo splendore
potesse, risplendendo, dir ìSubsistoî,

in sua etternit‡ di tempo fore,
fuor díogne altro comprender, come i piacque,
síaperse in nuovi amor líetterno amore.

NÈ prima quasi torpente si giacque;
chÈ nÈ prima nÈ poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra questí acque.

Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come díarco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sÏ, che dal venire
a líesser tutto non Ë intervallo,

cosÏ íl triforme effetto del suo sire
ne líesser suo raggiÚ insieme tutto
sanza distinzÔone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che gi‡ mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che líaltro mondo fosse fatto;

ma questo vero Ë scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te níavvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che í motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sÏ che spenti
nel tuo disÔo gi‡ son tre ardori.

NÈ giugneriesi, numerando, al venti
sÏ tosto, come de li angeli parte
turbÚ il suggetto díi vostri alimenti.

Líaltra rimase, e cominciÚ questí arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circ¸ir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sÈ da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
si cíhanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia Ë meritorio
secondo che líaffetto líË aperto.

Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanzí altro aiutorio.

Ma perchÈ ín terra per le vostre scole
si legge che líangelica natura
Ë tal, che íntende e si ricorda e vole,

ancor dirÚ, perchÈ tu veggi pura
la verit‡ che l‡ gi˘ si confonde,
equivocando in sÏ fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:

perÚ non hanno vedere interciso
da novo obietto, e perÚ non bisogna
rememorar per concetto diviso;

sÏ che l‡ gi˘, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne líuno Ë pi˘ colpa e pi˘ vergogna.

Voi non andate gi˘ per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
líamor de líapparenza e íl suo pensiero!

E ancor questo qua s˘ si comporta
con men disdegno che quando Ë posposta
la divina Scrittura o quando Ë torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa síaccosta.

Per apparer ciascun síingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
daí predicanti e íl Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e síinterpuose,
per che íl lume del sol gi˘ non si porse;

e mente, chÈ la luce si nascose
da sÈ: perÚ a li Spani e a líIndi
come aí Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sÏ fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:

sÏ che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento:
ëAndate, e predicate al mondo cianceí;
ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonÚ ne le sue guance,
sÏ chía pugnar per accender la fede
de líEvangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e pi˘ non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto síannida,
che se íl vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di chíel si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova díalcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco santí Antonio,
e altri assai che sono ancor pi˘ porci,
pagando di moneta sanza conio.

Ma perchÈ siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sÏ che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sÏ oltre síingrada
in numero, che mai non fu loquela
nÈ concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela
per DanÔel, vedrai che ín sue migliaia
determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi síappaia.

Onde, perÚ che a líatto che concepe
segue líaffetto, díamar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi líeccelso omai e la larghezza
de líetterno valor, poscia che tanti
speculi fatti síha in che si spezza,

uno manendo in sÈ come davantiª.

Paradiso ∑ Canto XXX

Forse semilia miglia di lontano
ci ferve líora sesta, e questo mondo
china gi‡ líombra quasi al letto piano,

quando íl mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, chíalcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella
del sol pi˘ oltre, cosÏ íl ciel si chiude
di vista in vista infino a la pi˘ bella.

Non altrimenti il trÔunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel chíelli ínchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a BÎatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza chíio vidi si trasmoda
non pur di l‡ da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo
pi˘ che gi‡ mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:

chÈ, come sole in viso che pi˘ trema,
cosÏ lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno chíií vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non míË il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista
pi˘ dietro a sua bellezza, poetando,
come a líultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
líard¸a sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce
ricominciÚ: ´Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel chíË pura luce:

luce intellett¸al, piena díamore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai líuna e líaltra milizia
di paradiso, e líuna in quelli aspetti
che tu vedrai a líultima giustiziaª.

Come s˘bito lampo che discetti
li spiriti visivi, sÏ che priva
da líatto líocchio di pi˘ forti obietti,

cosÏ mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla míappariva.

´Sempre líamor che queta questo cielo
accoglie in sÈ con sÏ fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candeloª.

Non fur pi˘ tosto dentro a me venute
queste parole brievi, chíio compresi
me sormontar di soprí a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce Ë tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive,
e díogne parte si mettien neí fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrÔate da li odori,
riprofondavan sÈ nel miro gurge,
e síuna intrava, uníaltra níuscia fori.

´Líalto disio che mo tíinfiamma e urge,
díaver notizia di ciÚ che tu vei,
tanto mi piace pi˘ quanto pi˘ turge;

ma di questí acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si saziª:
cosÏ mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: ´Il fiume e li topazi
chíentrano ed escono e íl rider de líerbe
son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sÈ sian queste cose acerbe;
ma Ë difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbeª.

Non Ë fantin che sÏ s˘bito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da líusanza sua,

come fecí io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a líonda
che si deriva perchÈ vi síimmegli;

e sÏ come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, cosÏ mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non s¸a in che disparve,

cosÏ mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sÏ chíio vidi
ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cuí io vidi
líalto trÔunfo del regno verace,
dammi virt˘ a dir comí Ôo il vidi!

Lume Ë l‡ s˘ che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.

Eí si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando Ë nel verde e neí fioretti opimo,

sÏ, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in pi˘ di mille soglie
quanto di noi l‡ s˘ fatto ha ritorno.

E se líinfimo grado in sÈ raccoglie
sÏ grande lume, quanta Ë la larghezza
di questa rosa ne líestreme foglie!

La vista mia ne líampio e ne líaltezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e íl quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lÏ, nÈ pon nÈ leva:
chÈ dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,

qual Ë colui che tace e dicer vole,
mi trasse BÎatrice, e disse: ´Mira
quanto Ë íl convento de le bianche stole!

Vedi nostra citt‡ quantí ella gira;
vedi li nostri scanni sÏ ripieni,
che poca gente pi˘ ci si disira.

E ín quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che gi‡ víË s˘ posta,
prima che tu a queste nozze ceni,

seder‡ líalma, che fia gi˘ agosta,
de líalto Arrigo, chía drizzare Italia
verr‡ in prima chíella sia disposta.

La cieca cupidigia che víammalia
simili fatti víha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non ander‡ con lui per un cammino.

Ma poco poi sar‡ da Dio sofferto
nel santo officio; chíel sar‡ detruso
l‡ dove Simon mago Ë per suo merto,

e far‡ quel díAlagna intrar pi˘ giusoª.

Paradiso ∑ Canto XXXI

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma líaltra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la ínnamora
e la bont‡ che la fece cotanta,

sÏ come schiera díape che síinfiora
una fÔata e una si ritorna
l‡ dove suo laboro síinsapora,

nel gran fior discendeva che síaddorna
di tante foglie, e quindi risaliva
l‡ dove íl s¸o amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva
e líali díoro, e líaltro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco
porgevan de la pace e de líardore
chíelli acquistavan ventilando il fianco.

NÈ líinterporsi tra íl disopra e íl fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:

chÈ la luce divina Ë penetrante
per líuniverso secondo chíË degno,
sÏ che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudÔoso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.

O trina luce che ín unica stella
scintillando a lor vista, sÏ li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno díElice si cuopra,
rotante col suo figlio ondí ella Ë vaga,

veggendo Roma e líard¸a sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andÚ di sopra;

Ôo, che al divino da líumano,
a líetterno dal tempo era venuto,

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