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Divina Commedia di Dante: Inferno by Dante Alighieri

Part 2 out of 4

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incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che su` di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perche' da questi felli
sien dipartiti, e perche' men crucciata
la divina vendetta li martelli>>.

< tu mi contenti si` quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi>>,
diss'io, < la divina bontade, e 'l groppo solvi>>.

<>, mi disse, < nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende

dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,

che l'arte vostra quella, quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
si` che vostr'arte a Dio quasi e` nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesi` dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;

e perche' l'usuriere altra via tene,
per se' natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
che' i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,

e 'l balzo via la` oltra si dismonta>>.

Inferno: Canto XII

Era lo loco ov'a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual e` quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano e` si` la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi su` fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamia di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, se' stesso morse,
si` come quei cui l'ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver' lui grido`: < tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che su` nel mondo la morte ti porse?

Partiti, bestia: che' questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene>>.

Qual e` quel toro che si slaccia in quella
c'ha ricevuto gia` 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e la` saltella,

vid'io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto grido`: < mentre ch'e' 'nfuria, e` buon che tu ti cale>>.

Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: < forse a questa ruina ch'e` guardata
da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.

Or vo' che sappi che l'altra fiata
ch'i' discesi qua giu` nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levo` a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l'alta valle feda
tremo` si`, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual e` chi creda

piu` volte il mondo in caosso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia
qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, che' s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui noccia>>.

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che si` ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi si` mal c'immolle!

Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la mia scorta;

e tra 'l pie` de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l'un grido` da lungi: < venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco tiro>>.

Lo mio maestro disse: < farem noi a Chiron costa` di presso:
mal fu la voglia tua sempre si` tosta>>.

Poi mi tento`, e disse: < che mori` per la bella Deianira
e fe' di se' la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille;
quell'altro e` Folo, che fu si` pien d'ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue piu` che sua colpa sortille>>.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chiron prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
disse a' compagni: < che quel di retro move cio` ch'el tocca?

Cosi` non soglion far li pie` d'i morti>>.
E 'l mio buon duca, che gia` li er'al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: < mostrar li mi convien la valle buia;
necessita` 'l ci 'nduce, e non diletto.

Tal si parti` da cantare alleluia
che mi commise quest'officio novo:
non e` ladron, ne' io anima fuia.

Ma per quella virtu` per cu' io movo
li passi miei per si` selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri la` dove si guada
e che porti costui in su la groppa,
che' non e` spirto che per l'aere vada>>.

Chiron si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: < e fa cansar s'altra schiera v'intoppa>>.

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e 'l gran centauro disse: < che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi e` Alessandro, e Dionisio fero,
che fe' Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c'ha 'l pel cosi` nero,
e` Azzolino; e quell'altro ch'e` biondo,
e` Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro su` nel mondo>>.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
<>.

Poco piu` oltre il centauro s'affisse
sovr'una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
dicendo: < lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola>>.

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb'io.

Cosi` a piu` a piu` si facea basso
quel sangue, si` che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

< lo bulicame che sempre si scema>>,
disse 'l centauro, <

che da quest'altra a piu` a piu` giu` prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell'Attila che fu flagello in terra
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra>>.

Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.

Inferno: Canto XIII

Non era ancor di la` Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:

non han si` aspri sterpi ne' si` folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
pie` con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E 'l buon maestro < sappi che se' nel secondo girone>>,
mi comincio` a dire, <

che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Pero` riguarda ben; si` vederai
cose che torrien fede al mio sermone>>.

Io sentia d'ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.

Pero` disse 'l maestro: < qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi>>.

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo grido`: <>.

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricomincio` a dir: < non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man piu` pia,
se state fossimo anime di serpi>>.

Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de'capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,

si` de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.

<>,
rispuose 'l savio mio, < cio` c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, si` che 'n vece
d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su`, dove tornar li lece>>.

E 'l tronco: < ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch'io un poco a ragionar m'inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, si` soavi,

che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.

La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammo` contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar si` Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che gia` mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor si` degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.

Un poco attese, e poi <>,
disse 'l poeta a me, < ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace>>.

Ond'io a lui: < di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pieta` m'accora>>.

Percio` ricomincio`: < liberamente cio` che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega>>.

Allor soffio` il tronco forte, e poi
si converti` quel vento in cotal voce:
<

Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond'ella stessa s'e` disvelta,
Minos la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'e` parte scelta;
ma la` dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non pero` ch'alcuna sen rivesta,
che' non e` giusto aver cio` ch'om si toglie.

Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta>>.

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo si` forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: <>.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: <

le gambe tue a le giostre dal Toppo!>>.
E poi che forse li fallia la lena,
di se' e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiatto` miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano.

<>, dicea, < che t'e` giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?>>.

Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
disse < soffi con sangue doloroso sermo?>>.

Ed elli a noi: < siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde si` da me disgiunte,

raccoglietele al pie` del tristo cesto.
I' fui de la citta` che nel Batista
muto` il primo padrone; ond'ei per questo

sempre con l'arte sua la fara` trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibbetto a me de le mie case>>.

Inferno: Canto XIV

Poi che la carita` del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte,
e rende'le a colui, ch'era gia` fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l'e` ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' pie` di Caton gia` soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
cio` che fu manifesto a li occhi miei!

D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.

Quella che giva intorno era piu` molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma piu` al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde
d'India vide sopra 'l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,

per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, accio` che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:

tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com'esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da se' l'arsura fresca.

I' cominciai: < tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,

chi e` quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
si` che la pioggia non par che 'l marturi?>>.

E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
grido`: <

Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo di` percosso fui;

o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",

si` com'el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza,
non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.

Allora il duca mio parlo` di forza
tanto, ch'i' non l'avea si` forte udito:
<

la tua superbia, se' tu piu` punito:
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito>>.

Poi si rivolse a me con miglior labbia
dicendo: < ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti>>.

Tacendo divenimmo la` 've spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giu` sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.

< poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno e` negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com'e` 'l presente rio,
che sovra se' tutte fiammelle ammorta>>.

Queste parole fuor del duca mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avea il disio.

<>,
diss'elli allora, < sotto 'l cui rege fu gia` 'l mondo casto.

Una montagna v'e` che gia` fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamo` Ida:
or e` diserta come cosa vieta.

Rea la scelse gia` per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come suo speglio.

La sua testa e` di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi e` di rame infino a la forcata;

da indi in giuso e` tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede e` terra cotta;
e sta 'n su quel piu` che 'n su l'altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l'oro, e` rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, foran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia:
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giu` per questa stretta doccia

infin, la` ove piu` non si dismonta
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, pero` qui non si conta>>.

E io a lui: < si diriva cosi` dal nostro mondo,
perche' ci appar pur a questo vivagno?>>.

Ed elli a me: < e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giu` calando al fondo,

non se' ancor per tutto il cerchio volto:
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia al tuo volto>>.

E io ancor: < Flegetonta e Lete`? che' de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta piova>>.

<>,
rispuose; < dovea ben solver l'una che tu faci.

Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa,
la` dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta e` rimossa>>.

Poi disse: < dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne>>.

Inferno: Canto XV

Ora cen porta l'un de' duri margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
si` che dal foco salva l'acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
fanno lo schermo perche' 'l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che ne' si` alti ne' si` grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli.

Gia` eravam da la selva rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
perch'io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d'anime una schiera
che venian lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;
e si` ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.

Cosi` adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e grido`: <>.

E io, quando 'l suo braccio a me distese,
ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
si` che 'l viso abbrusciato non difese

la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: <>.

E quelli: < se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia>>.

I' dissi lui: < e se volete che con voi m'asseggia,
farol, se piace a costui che vo seco>>.

<>, disse, < s'arresta punto, giace poi cent'anni
sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.

Pero` va oltre: i' ti verro` a' panni;
e poi rigiugnero` la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni>>.

I' non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com'uom che reverente vada.

El comincio`: < anzi l'ultimo di` qua giu` ti mena?
e chi e` questi che mostra 'l cammino?>>.

<>,
rispuos'io lui, < avanti che l'eta` mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m'apparve, tornand'io in quella,
e reducemi a ca per questo calle>>.

Ed elli a me: < non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m'accorsi ne la vita bella;

e s'io non fossi si` per tempo morto,
veggendo il cielo a te cosi` benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si fara`, per tuo ben far, nimico:
ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent'e` avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta>>.

<>,
rispuos'io lui, < de l'umana natura posto in bando;

che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna:
e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

Cio` che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che sapra`, s'a lei arrivo.

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non e` nuova a li orecchi miei tal arra:
pero` giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra>>.

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi;
poi disse: <>.

Ne' per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.

Ed elli a me: < de li altri fia laudabile tacerci,
che' 'l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de' servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lascio` li mal protesi nervi.

Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone
piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio
la` surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio>>.

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Inferno: Canto XVI

Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro martiro.

Venian ver noi, e ciascuna gridava:
< esser alcun di nostra terra prava>>.

Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s'attese;
volse 'l viso ver me, e: <>,
disse <

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta>>.

Ricominciar, come noi restammo, ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di se' tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,

cosi` rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, si` che 'n contraro il collo
faceva ai pie` continuo viaggio.

E < rende in dispetto noi e nostri prieghi>>,
comincio` l'uno <

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
cosi` sicuro per lo 'nferno freghi.

Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.

L'altro, ch'appresso me la rena trita,
e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo su` dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui; e certo
la fiera moglie piu` ch'altro mi nuoce>>.

S'i' fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avria sofferto;

ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: < la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi>>.

< le membra tue>>, rispuose quelli ancora,
<

cortesia e valor di` se dimora
ne la nostra citta` si` come suole,
o se del tutto se n'e` gita fora;

che' Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va la` coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole>>.

< orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni>>.

Cosi` gridai con la faccia levata;
e i tre, che cio` inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com'al ver si guata.

<>,
rispuoser tutti < felice te se si` parli a tua posta!

Pero`, se campi d'esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti giovera` dicere "I' fui",

fa che di noi a la gente favelle>>.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria potuto dirsi
tosto cosi` com'e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che 'l suon de l'acqua n'era si` vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giu` nel basso letto,
e a Forli` di quel nome e` vacante,

rimbomba la` sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

cosi`, giu` d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell'acqua tinta,
si` che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
si` come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gitto` giuso in quell'alto burrato.

'E' pur convien che novita` risponda'
dicea fra me medesmo 'al novo cenno
che 'l maestro con l'occhio si` seconda'.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: < cio` ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
tosto convien ch'al tuo viso si scovra>>.

Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
pero` che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedia, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vote,

ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

si` come torna colui che va giuso
talora a solver l'ancora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare e` chiuso,

che 'n su` si stende, e da pie` si rattrappa.

Inferno: Canto XVII

< che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!>>.

Si` comincio` lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda
vicino al fin d'i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivo` la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d'uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro fusto;

due branche avea pilose insin l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con piu` color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari ne' Turchi,
ne' fuor tai tele per Aragne imposte.

Come tal volta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come la` tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s'assetta a far sua guerra,
cosi` la fiera pessima si stava
su l'orlo ch'e` di pietra e 'l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in su` la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: < la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che cola` si corca>>.

Pero` scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,
poco piu` oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi 'l maestro < esperienza d'esto giron porti>>,
mi disse, <

Li tuoi ragionamenti sian la` corti:
mentre che torni, parlero` con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti>>.

Cosi` ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
e` di qua, di la` soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo, or col pie`, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro occhio si pasca.

E com'io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca piu` che burro.

E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: <

Or te ne va; e perche' se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitaliano
sedera` qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,

che rechera` la tasca con tre becchi!">>.
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che 'l naso lecchi.

E io, temendo no 'l piu` star crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da l'anime lasse.

Trova' il duca mio ch'era salito
gia` su la groppa del fiero animale,
e disse a me: <

Omai si scende per si` fatte scale:
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
si` che la coda non possa far male>>.

Qual e` colui che si` presso ha 'l riprezzo
de la quartana, c'ha gia` l'unghie smorte,
e triema tutto pur guardando 'l rezzo,

tal divenn'io a le parole porte;
ma vergogna mi fe' le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I' m'assettai in su quelle spallacce;
si` volli dir, ma la voce non venne
com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.

Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

e disse: < le rote larghe e lo scender sia poco:
pensa la nova soma che tu hai>>.

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, si` quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si senti` a gioco,

la` 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a se' raccolse.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandono` li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;

ne' quando Icaro misero le reni
senti` spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui <>,

che fu la mia, quando vidi ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia gia` da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n giu` la testa sporgo.

Allor fu' io piu` timido a lo stoscio,
pero` ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond'io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, che' nol vedea davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da diversi canti.

Come 'l falcon ch'e` stato assai su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere <>,

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;

cosi` ne puose al fondo Gerione
al pie` al pie` de la stagliata rocca
e, discarcate le nostre persone,

si dileguo` come da corda cocca.

Inferno: Canto XVIII

Luogo e` in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicero` l'ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque e` tondo
tra 'l pozzo e 'l pie` de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura
piu` e piu` fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,

cosi` da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di la` con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l'essercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,

che da l'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
da l'altra sponda vanno verso 'l monte.

Di qua, di la`, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! gia` nessuno
le seconde aspettava ne' le terze.

Mentr'io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io si` tosto dissi:
<>.

Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: <

se le fazion che porti non son false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a si` pungenti salse?>>.

Ed elli a me: < ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.

I' fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;
anzi n'e` questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese

a dicer 'sipa' tra Savena e Reno;
e se di cio` vuoi fede o testimonio,
recati a mente il nostro avaro seno>>.

Cosi` parlando il percosse un demonio
de la sua scuriada, e disse: < ruffian! qui non son femmine da conio>>.

I' mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
la` 'v'uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;
e volti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo la` dov'el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: <

lo viso in te di quest'altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
pero` che son con noi insieme andati>>.

Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venia verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.

E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: < e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli e` Iason, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati fene.

Ello passo` per l'isola di Lenno,
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate
Isifile inganno`, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna:
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n se' assanna>>.

Gia` eravam la` 've lo stretto calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr'arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e se' medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d'una muffa,
per l'alito di giu` che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio piu` sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch'io la` giu` con l'occhio cerco,
vidi un col capo si` di merda lordo,
che non parea s'era laico o cherco.

Quei mi sgrido`: < di riguardar piu` me che li altri brutti?>>.
E io a lui: <

gia` t'ho veduto coi capelli asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
pero` t'adocchio piu` che li altri tutti>>.

Ed elli allor, battendosi la zucca:
< ond'io non ebbi mai la lingua stucca>>.

Appresso cio` lo duca <>,
mi disse < si` che la faccia ben con l'occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante
che la` si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora e` in piedi stante.

Taide e`, la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

E quinci sien le nostre viste sazie>>.

Inferno: Canto XIX

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
pero` che ne la terza bolgia state.

Gia` eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.

O somma sapienza, quanta e` l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtu` comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fori,
d'un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi ne' maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i battezzatori;

l'un de li quali, ancor non e` molt'anni,
rupp'io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l'altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che si` forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era li` dai calcagni a le punte.

< guizzando piu` che li altri suoi consorti>>,
diss'io, <>.

Ed elli a me: < la` giu` per quella ripa che piu` giace,
da lui saprai di se' e de' suoi torti>>.

E io: < tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace>>.

Allor venimmo in su l'argine quarto:
volgemmo e discendemmo a mano stanca
la` giu` nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, si` mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.

< anima trista come pal commessa>>,
comincia' io a dir, <>.

Io stava come 'l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch'e` fitto,
richiama lui, per che la morte cessa.

Ed el grido`: < se' tu gia` costi` ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi menti` lo scritto.

Se' tu si` tosto di quell'aver sazio
per lo qual non temesti torre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?>>.

Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
per non intender cio` ch'e` lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: < "Non son colui, non son colui che credi">>;
e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: <

Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
che tu abbi pero` la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l'orsa,
cupido si` per avanzar li orsatti,
che su` l'avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.

La` giu` caschero` io altresi` quando
verra` colui ch'i' credea che tu fossi
allor ch'i' feci 'l subito dimando.

Ma piu` e` 'l tempo gia` che i pie` mi cossi
e ch'i' son stato cosi` sottosopra,
ch'el non stara` piantato coi pie` rossi:

che' dopo lui verra` di piu` laida opra
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.

Novo Iason sara`, di cui si legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, cosi` fia lui chi Francia regge>>.

Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
<

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua balia?
Certo non chiese se non "Viemmi retro".

Ne' Pier ne' li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perde' l'anima ria.

Pero` ti sta, che' tu se' ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor piu` gravi;
che' la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
e che altro e` da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!>>.

E mentr'io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.

I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
con si` contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.

Pero` con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimonto` per la via onde discese.

Ne' si stanco` d'avermi a se' distretto,
si` men porto` sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto argine e` tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Inferno: Canto XX

Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon ch'e` d'i sommersi.

Io era gia` disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.

Come 'l viso mi scese in lor piu` basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;

che' da le reni era tornato 'l volto,
e in dietro venir li convenia,
perche' 'l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza gia` di parlasia
si travolse cosi` alcun del tutto;
ma io nol vidi, ne' credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com'io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso
vidi si` torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
del duro scoglio, si` che la mia scorta
mi disse: <

Qui vive la pieta` quand'e` ben morta;
chi e` piu` scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,

Anfiarao? perche' lasci la guerra?".
E non resto` di ruinare a valle
fino a Minos che ciascheduno afferra.

Mira c'ha fatto petto de le spalle:
perche' volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che muto` sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.

Aronta e` quel ch'al ventre li s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar no li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di la` ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cerco` per terre molte;
poscia si puose la` dove nacqu'io;
onde un poco mi piace che m'ascolte.

Poscia che 'l padre suo di vita uscio,
e venne serva la citta` di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,
a pie` de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e piu` si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco stagna.

Loco e` nel mezzo la` dove 'l trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno piu` discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi
cio` che 'n grembo a Benaco star non puo`,
e fassi fiume giu` per verdi paschi.

Tosto che l'acqua a correr mette co,
non piu` Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor essere grama.

Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti nuda.

Li`, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lascio` suo corpo vano.

Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da tutte parti.

Fer la citta` sovra quell'ossa morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Mantua l'appellar sanz'altra sorte.

Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.

Pero` t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verita` nulla menzogna frodi>>.

E io: < mi son si` certi e prendon si` mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
che' solo a cio` la mia mente rifiede>>.

Allor mi disse: < porge la barba in su le spalle brune,
fu - quando Grecia fu di maschi vota,

si` ch'a pena rimaser per le cune -
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e cosi` 'l canta
l'alta mia tragedia in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell'altro che ne' fianchi e` cosi` poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, che' gia` tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;

e gia` iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, che' non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda>>.

Si` mi parlava, e andavamo introcque.

Inferno: Canto XXI

Cosi` di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedia cantar non cura,
venimmo; e tenavamo il colmo, quando

restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l'arzana` de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,

che' navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che piu` viaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -;

tal, non per foco, ma per divin'arte,
bollia la` giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.

I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr'io la` giu` fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo <>,
mi trasse a se' del loco dov'io stava.

Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura subita sgagliarda,

che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i pie` leggero!

L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' pie` ghermito 'l nerbo.

Del nostro ponte disse: < ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche

a quella terra che n'e` ben fornita:
ogn'uom v'e` barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa ita>>.

La` giu` 'l butto`, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s'attuffo`, e torno` su` convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: <

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Pero`, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio>>.

Poi l'addentar con piu` di cento raffi,
disser: < si` che, se puoi, nascosamente accaffi>>.

Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perche' non galli.

Lo buon maestro < che tu ci sia>>, mi disse, < dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch'altra volta fui a tal baratta>>.

Poscia passo` di la` dal co del ponte;
e com'el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di subito chiede ove s'arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt'i runcigli;
ma el grido`: <

Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si consigli>>.

Tutti gridaron: <>;
per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
e venne a lui dicendo: <>.

< esser venuto>>, disse 'l mio maestro,
<

sanza voler divino e fato destro?
Lascian'andar, che' nel cielo e` voluto
ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro>>.

Allor li fu l'orgoglio si` caduto,
ch'e' si lascio` cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri: <>.

E 'l duca mio a me: < tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi>>.

Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
si` ch'io temetti ch'ei tenesser patto;

cosi` vid'io gia` temer li fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo se' tra nemici cotanti.

I' m'accostai con tutta la persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch'era non buona.

Ei chinavan li raffi e <>,
diceva l'un con l'altro, <>.
E rispondien: <>.

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto,
e disse: <>.

Poi disse a noi: < iscoglio non si puo`, pero` che giace
tutto spezzato al fondo l'arco sesto.

E se l'andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso e` un altro scoglio che via face.

Ier, piu` oltre cinqu'ore che quest'otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compie' che qui la via fu rotta.

Io mando verso la` di questi miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei>>.

<>,
comincio` elli a dire, < e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate 'ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane>>.

<>,
diss'io, < se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.

Se tu se' si` accorto come suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
e con le ciglia ne minaccian duoli?>>.

Ed elli a me: < lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno cio` per li lessi dolenti>>.

Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Inferno: Canto XXII

Io vidi gia` cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;

ne' gia` con si` diversa cennamella
cavalier vidi muover ne' pedoni,
ne' nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era incesa.

Come i dalfini, quando fanno segno
a' marinar con l'arco de la schiena,
che s'argomentin di campar lor legno,

talor cosi`, ad alleggiar la pena,
mostrav'alcun de' peccatori il dosso
e nascondea in men che non balena.

E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
si` che celano i piedi e l'altro grosso,

si` stavan d'ogne parte i peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
cosi` si ritraen sotto i bollori.

I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
uno aspettar cosi`, com'elli 'ncontra
ch'una rana rimane e l'altra spiccia;

e Graffiacan, che li era piu` di contra,
li arrunciglio` le 'mpegolate chiome
e trassel su`, che mi parve una lontra.

I' sapea gia` di tutti quanti 'l nome,
si` li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.

< li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!>>,
gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: < che tu sappi chi e` lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi>>.

Lo duca mio li s'accosto` allato;
domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
<

Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di se' e di sue cose.

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;
di ch'io rendo ragione in questo caldo>>.

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