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Divina Commedia di Dante: Inferno by Dante Alighieri

Part 4 out of 4

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Poscia vidí io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verr‡ sempre, deí gelati guazzi.

E mentre chíandavamo inverí lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne líetterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi íl piË nel viso ad una.

Piangendo mi sgridÚ: ´PerchÈ mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perchÈ mi moleste?ª.

E io: ´Maestro mio, or qui míaspetta,
sÏ chíio esca díun dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, frettaª.

Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
´Qual seí tu che cosÏ rampogni altrui?ª.

´Or tu chi seí che vai per líAntenora,
percotendoª, rispuose, ´altrui le gote,
sÏ che, se fossi vivo, troppo fora?ª.

´Vivo son io, e caro esser ti puoteª,
fu mia risposta, ´se dimandi fama,
chíio metta il nome tuo tra líaltre noteª.

Ed elli a me: ´Del contrario ho io brama.
LËvati quinci e non mi dar pi˘ lagna,
chÈ mal sai lusingar per questa lama!ª.

Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: ´El converr‡ che tu ti nomi,
o che capel qui s˘ non ti rimagnaª.

Ondí elli a me: ´PerchÈ tu mi dischiomi,
nÈ ti dirÚ chíio sia, nÈ mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomiª.

Io avea gi‡ i capelli in mano avvolti,
e tratti gliení avea pi˘ díuna ciocca,
latrando lui con li occhi in gi˘ raccolti,

quando un altro gridÚ: ´Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?ª.

´Omaiª, dissí io, ´non voí che pi˘ favelle,
malvagio traditor; chía la tua onta
io porterÚ di te vere novelleª.

´Va viaª, rispuose, ´e ciÚ che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel chíebbe or cosÏ la lingua pronta.

El piange qui líargento deí Franceschi:
ìIo vidiî, potrai dir, ìquel da Duera
l‡ dove i peccatori stanno freschiî.

Se fossi domandato ìAltri chi víera?î,
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segÚ Fiorenza la gorgiera.

Gianni deí Soldanier credo che sia
pi˘ l‡ con Ganellone e Tebaldello,
chíaprÏ Faenza quando si dormiaª.

Noi eravam partiti gi‡ da ello,
chíio vidi due ghiacciati in una buca,
sÏ che líun capo a líaltro era cappello;

e come íl pan per fame si manduca,
cosÏ íl sovran li denti a líaltro pose
l‡ íve íl cervel síaggiugne con la nuca:

non altrimenti TidÎo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e líaltre cose.

´O tu che mostri per sÏ bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi íl perchȪ, dissí io, ´per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con chíio parlo non si seccaª.

Inferno ∑ Canto XXXIII

La bocca sollevÚ dal fiero pasto
quel peccator, forbendola aí capelli
del capo chíelli avea di retro guasto.

Poi cominciÚ: ´Tu vuoí chíio rinovelli
disperato dolor che íl cor mi preme
gi‡ pur pensando, pria chíio ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor chíií rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu seí nÈ per che modo
venuto seí qua gi˘; ma fiorentino
mi sembri veramente quandí io tíodo.

Tu dei saper chíií fui conte Ugolino,
e questi Ë líarcivescovo Ruggieri:
or ti dirÚ perchÈ i son tal vicino.

Che per líeffetto deí suoí mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non Ë mestieri;

perÚ quel che non puoi avere inteso,
cioË come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai síeí míha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha íl titol de la fame,
e che conviene ancor chíaltrui si chiuda,

míavea mostrato per lo suo forame
pi˘ lune gi‡, quandí io feci íl mal sonno
che del futuro mi squarciÚ íl velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e í lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studÔose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
síavea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e í figli, e con líagute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger sentií fra íl sonno i miei figliuoli
chíeran con meco, e dimandar del pane.

Ben seí crudel, se tu gi‡ non ti duoli
pensando ciÚ che íl mio cor síannunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Gi‡ eran desti, e líora síappressava
che íl cibo ne solÎa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io sentií chiavar líuscio di sotto
a líorribile torre; ondí io guardai
nel viso aí mieí figliuoi sanza far motto.

Io non piangÎa, sÏ dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: ìTu guardi sÏ, padre! che hai?î.

PerciÚ non lagrimai nÈ rispuosí io
tutto quel giorno nÈ la notte appresso,
infin che líaltro sol nel mondo uscÏo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando chíio íl fessi per voglia
di manicar, di s˘bito levorsi

e disser: ìPadre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spogliaî.

Quetaími allor per non farli pi˘ tristi;
lo dÏ e líaltro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perchÈ non tíapristi?

Poscia che fummo al quarto dÏ venuti,
Gaddo mi si gittÚ disteso aí piedi,
dicendo: ìPadre mio, chÈ non míaiuti?î.

Quivi morÏ; e come tu mi vedi,
vidí io cascar li tre ad uno ad uno
tra íl quinto dÏ e íl sesto; ondí io mi diedi,

gi‡ cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dÏ li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, pi˘ che íl dolor, potÈ íl digiunoª.

Quandí ebbe detto ciÚ, con li occhi torti
riprese íl teschio misero coí denti,
che furo a líosso, come díun can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese l‡ dove íl sÏ suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sÏ chíelli annieghi in te ogne persona!

Che se íl conte Ugolino aveva voce
díaver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea líet‡ novella,
novella Tebe, Uguiccione e íl Brigata
e li altri due che íl canto suso appella.

Noi passammo oltre, l‡ íve la gelata
ruvidamente uníaltra gente fascia,
non volta in gi˘, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lÏ pianger non lascia,
e íl duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer líambascia;

chÈ le lagrime prime fanno groppo,
e sÏ come visiere di cristallo,
rÔempion sotto íl ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sÏ come díun callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,

gi‡ mi parea sentire alquanto vento;
per chíio: ´Maestro mio, questo chi move?
non Ë qua gi˘ ogne vapore spento?ª.

Ondí elli a me: ´Avaccio sarai dove
di ciÚ ti far‡ líocchio la risposta,
veggendo la cagion che íl fiato pioveª.

E un deí tristi de la fredda crosta
gridÚ a noi: ´O anime crudeli
tanto che data víË líultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,
sÏ chíÔo sfoghi íl duol che íl cor míimpregna,
un poco, pria che íl pianto si raggeliª.

Per chíio a lui: ´Se vuoí chíií ti sovvegna,
dimmi chi seí, e síio non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegnaª.

Rispuose adunque: ´Ií son frate Alberigo;
ií son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figoª.

´Ohª, dissí io lui, ´or seí tu ancor morto?ª.
Ed elli a me: ´Come íl mio corpo stea
nel mondo s˘, nulla scÔenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte líanima ci cade
innanzi chíAtropÚs mossa le dea.

E perchÈ tu pi˘ volentier mi rade
le ínvetrÔate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che líanima trade

come fecí Ôo, il corpo suo líË tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che íl tempo suo tutto sia vÚlto.

Ella ruina in sÏ fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de líombra che di qua dietro mi verna.

Tu íl dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli Ë ser Branca Doria, e son pi˘ anni
poscia passati chíel fu sÏ racchiusoª.

´Io credoª, dissí io lui, ´che tu míinganni;
chÈ Branca Doria non morÏ unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panniª.

´Nel fosso s˘ª, dissí el, ´deí Malebranche,
l‡ dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,

che questi lasciÚ il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che íl tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhiª. E io non glielí apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi
díogne costume e pien díogne magagna,
perchÈ non siete voi del mondo spersi?

ChÈ col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito gi‡ si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Inferno ∑ Canto XXXIV

´Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; perÚ dinanzi miraª,
disse íl maestro mio, ´se tu íl discerniª.

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando líemisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che íl vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, chÈ non lÏ era altra grotta.

Gi‡ era, e con paura il metto in metro,
l‡ dove líombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, comí arco, il volto aí piË rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,
chíal mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura chíebbe il bel sembiante,

díinnanzi mi si tolse e fÈ restarmi,
´Ecco Diteª, dicendo, ´ed ecco il loco
ove convien che di fortezza tíarmiª.

Comí io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, chíií non lo scrivo,
perÚ chíogne parlar sarebbe poco.

Io non morií e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, síhai fior díingegno,
qual io divenni, díuno e díaltro privo.

Lo ímperador del doloroso regno
da mezzo íl petto uscia fuor de la ghiaccia;
e pi˘ con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quantí esser dee quel tutto
chía cosÏ fatta parte si confaccia.

Síel fu sÏ bel comí elli Ë ora brutto,
e contra íl suo fattore alzÚ le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quandí io vidi tre facce a la sua testa!
Líuna dinanzi, e quella era vermiglia;

líaltrí eran due, che síaggiugnieno a questa
sovresso íl mezzo di ciascuna spalla,
e sÈ giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di l‡ onde íl Nilo síavvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grandí ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vidí io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sÏ che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto síaggelava.
Con sei occhi piangÎa, e per tre menti
gocciava íl pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea coí denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sÏ che tre ne facea cosÏ dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso íl graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

´Quellí anima l‡ s˘ cíha maggior penaª,
disse íl maestro, ´Ë Giuda ScarÔotto,
che íl capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due cíhanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo Ë Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

e líaltro Ë Cassio, che par sÏ membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
Ë da partir, chÈ tutto avem vedutoª.

Comí a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando líali fuoro aperte assai,

appigliÚ sÈ a le vellute coste;
di vello in vello gi˘ discese poscia
tra íl folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo l‡ dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de líanche,
lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa oví elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel comí om che sale,
sÏ che ín inferno ií credea tornar anche.

´Attienti ben, chÈ per cotali scaleª,
disse íl maestro, ansando comí uom lasso,
´conviensi dipartir da tanto maleª.

Poi uscÏ fuor per lo fÛro díun sasso
e puose me in su líorlo a sedere;
appresso porse a me líaccorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero comí io líavea lasciato,
e vidili le gambe in s˘ tenere;

e síio divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual Ë quel punto chíio avea passato.

´LËvati s˘ª, disse íl maestro, ´in piede:
la via Ë lunga e íl cammino Ë malvagio,
e gi‡ il sole a mezza terza riedeª.

Non era camminata di palagio
l‡ íví eravam, ma natural burella
chíavea mal suolo e di lume disagio.

´Prima chíio de líabisso mi divella,
maestro mioª, dissí io quando fui dritto,
´a trarmi díerro un poco mi favella:

oví Ë la ghiaccia? e questi comí Ë fitto
sÏ sottosopra? e come, in sÏ pocí ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?ª.

Ed elli a me: ´Tu imagini ancora
díesser di l‡ dal centro, oví io mi presi
al pel del vermo reo che íl mondo fÛra.

Di l‡ fosti cotanto quantí io scesi;
quandí io mi volsi, tu passasti íl punto
al qual si traggon díogne parte i pesi.

E seí or sotto líemisperio giunto
chíË contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto íl cui colmo consunto

fu líuom che nacque e visse sanza pecca;
tu haÔ i piedi in su picciola spera
che líaltra faccia fa de la Giudecca.

Qui Ë da man, quando di l‡ Ë sera;
e questi, che ne fÈ scala col pelo,
fitto Ë ancora sÏ come primí era.

Da questa parte cadde gi˘ dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fÈ del mar velo,

e venne a líemisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciÚ qui loco vÚto
quella chíappar di qua, e s˘ ricorseª.

Luogo Ë l‡ gi˘ da Belzeb˘ remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono Ë noto

díun ruscelletto che quivi discende
per la buca díun sasso, chíelli ha roso,
col corso chíelli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver díalcun riposo,

salimmo s˘, el primo e io secondo,
tanto chíií vidi de le cose belle
che porta íl ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
TABLE OF SPECIAL CHARACTERS

‡ = a grave
Ë = e grave
Ï = i grave
Ú = o grave
˘ = u grave

È = e acute
Û = o acute

‰ = a uml
Î = e uml
Ô = i uml
ˆ = o uml
¸ = u uml

» = E grave
À = E uml
œ = I uml

´ = left angle quotation mark
ª = right angle quotation mark

ì = left double quotation mark
î = right double quotation mark

ë = left single quotation mark
í = right single quotation mark

ó = em dash

∑ = middot

. . . = ellipsis

Book of the day: