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Divina Commedia di Dante: Purgatorio by Dante Alighieri

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LA DIVINA COMMEDIA

DI DANTE ALIGHIERI

CANTICA II: PURGATORIO

La Divina Commedia
di Dante Alighieri

PURGATORIO

Purgatorio: Canto I

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a se' mar si` crudele;

e cantero` di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesi` resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliope` alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d'oriental zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricomincio` diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li occhi e 'l petto.

Lo bel pianeto che d'amar conforta
faceva tutto rider l'oriente,
velando i Pesci ch'erano in sua scorta.

I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.

Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!

Com'io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l 'altro polo,
la` onde il Carro gia` era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che piu` non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan si` la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.

< fuggita avete la pregione etterna?>>,
diss'el, movendo quelle oneste piume.

< uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d'abisso cosi` rotte?
o e` mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?>>.

Lo duca mio allor mi die` di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.

Poscia rispuose lui: < donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi
di nostra condizion com'ell'e` vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l'ultima sera;
ma per la sua follia le fu si` presso,
che molto poco tempo a volger era.

Si` com'io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non li` era altra via
che questa per la quale i' mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan se' sotto la tua balia.

Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
de l'alto scende virtu` che m'aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
liberta` va cercando, ch'e` si` cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,
che' questi vive, e Minos me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riportero` di te a lei,
se d'esser mentovato la` giu` degni>>.

< mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora,
<

Or che di la` dal mal fiume dimora,
piu` muover non mi puo`, per quella legge
che fatta fu quando me n'usci' fora.

Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di', non c'e` mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
si` ch'ogne sucidume quindi stinghe;

che' non si converria, l'occhio sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch'e` di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
la` giu` cola` dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle limo;

null'altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
pero` ch'a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterra`, che surge omai,
prendere il monte a piu` lieve salita>>.

Cosi` spari`; e io su` mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El comincio`: < volgianci in dietro, che' di qua dichina
questa pianura a' suoi termini bassi>>.

L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, si` che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano
com'om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo la` 've la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l'erbetta sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond'io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver' lui le guance lagrimose:
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:
oh maraviglia! che' qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si rinacque

subitamente la` onde l'avelse.

Purgatorio: Canto II

Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalem col suo piu` alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;

si` che le bianche e le vermiglie guance,
la` dov'i' era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giu` nel ponente sovra 'l suol marino,

cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir si` ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil piu` lucente e maggior fatto.

Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscio.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,

grido`: < Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di si` fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,
si` che remo non vuol, ne' altro velo
che l'ali sue, tra liti si` lontani.

Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo>>.

Poi, come piu` e piu` verso noi venne
l'uccel divino, piu` chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e piu` di cento spirti entro sediero.

'In exitu Israel de Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo e` poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;
ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gi`, come venne, veloce.

La turba che rimase li`, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzo` la fronte
ver' noi, dicendo a noi: < mostratene la via di gire al monte>>.

E Virgilio rispuose: < forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu si` aspra e forte,
che lo salire omai ne parra` gioco>>.

L'anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,

cosi` al viso mio s'affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d'ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con si` grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch'io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.

Rispuosemi: < nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta:
pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>.

< la` dov'io son, fo io questo viaggio>>,
diss'io; <>.

Ed elli a me: < se quei che leva quando e cui li piace,
piu` volte m'ha negato esto passaggio;

che' di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond'io, ch'era ora a la marina volto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l'ala,
pero` che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala>>.

E io: < memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di cio` ti piaccia consolare alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, e` affannata tanto!>>.

'Amor che ne la mente mi ragiona'
comincio` elli allor si` dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan si` contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: <

qual negligenza, quale stare e` questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>.

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,

se cosa appare ond'elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch'assaliti son da maggior cura;

cosi` vid'io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com'om che va, ne' sa dove riesca:

ne' la nostra partita fu men tosta.

Purgatorio: Canto III

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i' mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la montagna?

El mi parea da se' stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t'e` picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,

lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,
e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.

Io mi volsi dallato con paura
d'essere abbandonato, quand'io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;

e 'l mio conforto: <>,
a dir mi comincio` tutto rivolto;
<

Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
non ti maravigliar piu` che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtu` dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.

Matto e` chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;
che' se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente e` dato lor per lutto:

io dico d'Aristotile e di Plato
e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte,
e piu` non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a pie` del monte;
quivi trovammo la roccia si` erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,
la piu` rotta ruina e` una scala,
verso di quella, agevole e aperta.

<>,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
<>.

E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m'appari` una gente
d'anime, che movieno i pie` ver' noi,
e non pareva, si` venian lente.

<>, diss'io, < ecco di qua chi ne dara` consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi>>.

Guardo` allora, e con libero piglio
rispuose: < e tu ferma la spene, dolce figlio>>.

Ancora era quel popol di lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.

<>,
Virgilio incomincio`, < ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,

ditene dove la montagna giace
si` che possibil sia l'andare in suso;
che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>.

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;

si` vid'io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
si` che l'ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser se' in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.

< che questo e` corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole in terra e` fesso.

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtu` che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete>>.

Cosi` 'l maestro; e quella gente degna
<>, disse, <>,
coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incomincio`: < tu se', cosi` andando, volgi 'l viso:
pon mente se di la` mi vedesti unque>>.

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand'io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse: <>;
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: < nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.

Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,
che prende cio` che si rivolge a lei.

Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov'e' le trasmuto` a lume spento.

Per lor maladizion si` non si perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero e` che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
piu` corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto divieto;

che' qui per quei di la` molto s'avanza>>.

Purgatorio: Canto IV

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtu` nostra comprenda
l'anima bene ad essa si raccoglie,

par ch'a nulla potenza piu` intenda;
e questo e` contra quello error che crede
ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.

E pero`, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a se' l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;

ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,
e altra e` quella c'ha l'anima intera:
questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.

Di cio` ebb'io esperienza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
che' ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell'anime ad una
gridaro a noi: <>.

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,

che non era la calla onde saline
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partine.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova 'n Cacume
con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;

dico con l'ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
<>, diss'io, <>.

Ed elli a me: < pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>.

Lo sommo er'alto che vincea la vista,
e la costa superba piu` assai
che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:
< com'io rimango sol, se non restai>>.

<>, disse, <>,
additandomi un balzo poco in sue
che da quel lato il poggio tutto gira.

Si` mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
volti a levante ond'eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.

Ben s'avvide il poeta ch'io stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond'elli a me: < fossero in compagnia di quello specchio
che su` e giu` del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l'Orse piu` stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sion
con questo monte in su la terra stare

si`, ch'amendue hanno un solo orizzon
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Feton,

vedrai come a costui convien che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>.

<> diss'io, < non vid'io chiaro si` com'io discerno
la` dove mio ingegno parea manco,

che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun'arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,

per la ragion che di', quinci si parte
verso settentrion, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale
piu` che salir non posson li occhi miei>>.

Ed elli a me: < che sempre al cominciar di sotto e` grave;
e quant'om piu` va su`, e men fa male.

Pero`, quand'ella ti parra` soave
tanto, che su` andar ti fia leggero
com'a seconda giu` andar per nave,

allor sarai al fin d'esto sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Piu` non rispondo, e questo so per vero>>.

E com'elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sono`: < che di sedere in pria avrai distretta!>>.

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.

La` ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giu` tra esse basso.

<>, diss'io, < colui che mostra se' piu` negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia>>.

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: <>.

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedi` l'andare a lui; e poscia

ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,
dicendo: < da l'omero sinistro il carro mena?>>.

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: <

di te omai; ma dimmi: perche' assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>.

Ed elli: < che' non mi lascerebbe ire a' martiri
l'angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazione in prima non m'aita
che surga su` di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>.

E gia` il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: < meridian dal sole e a la riva

cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>.

Purgatorio: Canto V

Io era gia` da quell'ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,

una grido`: < lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!>>.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.

<>,
disse 'l maestro, < che ti fa cio` che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
gia` mai la cima per soffiar di venti;

che' sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da se' dilunga il segno,
perche' la foga l'un de l'altro insolla>>.

Che potea io ridir, se non <>?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.

E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a verso a verso.

Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un <> lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr'a noi e dimandarne:
<>.

E 'l mio maestro: < e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui e` vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,
com'io avviso, assai e` lor risposto:
faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>.

Vapori accesi non vid'io si` tosto
di prima notte mai fender sereno,
ne', sol calando, nuvole d'agosto,

che color non tornasser suso in meno;
e, giunti la`, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno.

< e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta:
<>.

< con quelle membra con le quai nascesti>>,
venian gridando, <

Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
si` che di lui di la` novella porti:
deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti?

Noi fummo tutti gia` per forza morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

si` che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di se' veder n'accora>>.

E io: < non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io faro` per quella pace
che, dietro a' piedi di si` fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face>>.

E uno incomincio`: < del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non ricida.

Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, si` che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.

Quindi fu' io; ma li profondi fori
ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

la` dov'io piu` sicuro esser credea:
quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira
assai piu` la` che dritto non volea.

Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di la` dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io
de le mie vene farsi in terra laco>>.

Poi disse un altro: < si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>.

E io a lui: < ti travio` si` fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?>>.

<>, rispuos'elli, < traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.

La` 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi?

Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io faro` de l'altro altro governo!".

Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell'umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtu` che sua natura diede.

Indi la valle, come 'l di` fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,

si` che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a' fossati venne
di lei cio` che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruino`, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltommi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse>>.

< e riposato de la lunga via>>,
seguito` 'l terzo spirito al secondo,

< Siena mi fe', disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria

disposando m'avea con la sua gemma>>.

Purgatorio: Canto VI

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, piu` non fa pressa;
e cosi` da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv'era l'Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'annego` correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fe' parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l'anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com'e' dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr'e` di qua, la donna di Brabante,
si` che pero` non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante
quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
si` che s'avacci lor divenir sante,

io cominciai: < o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>.

Ed elli a me: < e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;

che' cima di giudicio non s'avvalla
perche' foco d'amor compia in un punto
cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla;

e la` dov'io fermai cotesto punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perche' 'l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a cosi` alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.

Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice>>.

E io: < che' gia` non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>.

<>,
rispuose, < ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi.

Prima che sie la` su`, tornar vedrai
colui che gia` si cuopre de la costa,
si` che ' suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi la` un'anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>.

Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
<>, e l'ombra, tutta in se' romita,

surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: < de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Quell'anima gentil fu cosi` presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace gode.

Che val perche' ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella e` vota?
Sanz'esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi cio` che Dio ti nota,

guarda come esta fiera e` fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch'abbandoni
costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costa` distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color gia` tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com'e` oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e di` e notte chiama:
<>.

Vieni a veder la gente quanto s'ama!
e se nulla di noi pieta` ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m'e`, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O e` preparazion che ne l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger nostro scisso?

Che' le citta` d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
merce' del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: <>.

Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon si` civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non puo` trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Purgatorio: Canto VII

Poscia che l'accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: <>.

< l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null'altro rio
lo ciel perdei che per non aver fe'>>.
Cosi` rispuose allora il duca mio.

Qual e` colui che cosa innanzi se'
subita vede ond'e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo <>,

tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,
e umilmente ritorno` ver' lui,
e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.

<>, disse, < mostro` cio` che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond'io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>.

<>,
rispuose lui, < virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante
virtu` non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
da` noi per che venir possiam piu` tosto
la` dove purgatorio ha dritto inizio>>.

Rispuose: < licito m'e` andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.

Ma vedi gia` come dichina il giorno,
e andar su` di notte non si puote;
pero` e` buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote:
se mi consenti, io ti merro` ad esse,
e non sanza diletto ti fier note>>.

<>, fu risposto. < salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>.

E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,
dicendo: < non varcheresti dopo 'l sol partito:

non pero` ch'altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>.

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
<>, disse, < ch'aver si puo` diletto dimorando>>.

Poco allungati c'eravam di lici,
quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.

<>, disse quell'ombra, < dove la costa face di se' grembo;
e la` il novo giorno attenderemo>>.

Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,

da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore e` vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavita` di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.

'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.

<>,
comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,
<
Di questo balzo meglio li atti e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giu` tra essi accolti.

Colui che piu` siede alto e fa sembianti
d'aver negletto cio` che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
si` che tardi per altri si ricrea.

L'altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c'ha si` benigno aspetto,
mori` fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate la` come si batte il petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che si` li lancia.

Quel che par si` membruto e che s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor porto` cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l'altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la da`, perche' da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza gia` si dole.

Tant'e` del seme suo minor la pianta,
quanto piu` che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita
seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore uscita.

Quel che piu` basso tra costor s'atterra,
guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese>>.

Purgatorio: Canto VIII

Era gia` l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo di` c'han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;

quand'io incominciai a render vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levo` ambo le palme,
ficcando li occhi verso l'oriente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.

'Te lucis ante' si` devotamente
le uscio di bocca e con si` dolci note,
che fece me a me uscir di mente;

e l'altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar dentro e` leggero.

Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sue
quasi aspettando, palido e umile;

e vidi uscir de l'alto e scender giue
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.

L'un poco sovra noi a star si venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
si` che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernea in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virtu` ch'a troppo si confonda.

<>,
disse Sordello, < per lo serpente che verra` vie via>>.

Ond'io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: < tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazioso fia lor vedervi assai>>.

Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.

Temp'era gia` che l'aere s'annerava,
ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse cio` che pria serrava.

Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ' rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimando`: < a pie` del monte per le lontane acque?>>.

<>, diss'io lui, < venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>.

E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di subito smarrita.

L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea li`, gridando: < vieni a veder che Dio per grazia volse>>.

Poi, volto a me: < che tu dei a colui che si` nasconde
lo suo primo perche', che non li` e` guado,

quando sarai di la` da le larghe onde,
di` a Giovanna mia che per me chiami
la` dove a li 'nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre piu` m'ami,
poscia che trasmuto` le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.

Non le fara` si` bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com'avria fatto il gallo di Gallura>>.

Cosi` dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur la` dove le stelle son piu` tarde,
si` come rota piu` presso a lo stelo.

E 'l duca mio: <>.
E io a lui: < di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>.

Ond'elli a me: < che vedevi staman, son di la` basse,
e queste son salite ov'eran quelle>>.

Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse
dicendo: <>;
e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e pero` dicer non posso,
come mosser li astor celestiali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.

Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.

L'ombra che s'era al giudice raccolta
quando chiamo`, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.

< truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>,

comincio` ella, < di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che gia` grande la` era.

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che qui raffina>>.

<>, diss'io lui, < gia` mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
si` che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s'io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura si` la privilegia,
che, perche' il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>.

Ed elli: < sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone,

se corso di giudicio non s'arresta>>.

Purgatorio: Canto IX

La concubina di Titone antico
gia` s'imbiancava al balco d'oriente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;

e la notte, de' passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov'eravamo,
e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;

quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.

Ne l'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi guai,

e che la mente nostra, peregrina
piu` da la carne e men da' pensier presa,
a le sue vision quasi e` divina,

in sogno mi parea veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea la` dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: 'Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede'.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;
e si` lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo la` dove si fosse,

quando la madre da Chiron a Schiro
trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,
la` onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss'io, si` come da la faccia
mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,
e 'l viso m'era a la marina torto.

<>, disse il mio segnore;
< non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata la` 've par digiunto.

Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno

venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
si` l'agevolero` per la sua via".

Sordel rimase e l'altre genti forme;
ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.

Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>.

A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verita` li e` discoperta,

mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver' l'altura.

Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
la mia matera, e pero` con piu` arte
non ti maravigliar s'io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che la` dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea motto.

E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;

e una spada nuda avea in mano,
che reflettea i raggi si` ver' noi,
ch'io drizzava spesso il viso in vano.

<>,
comincio` elli a dire, < Guardate che 'l venir su` non vi noi>>.

<>,
rispuose 'l mio maestro a lui, < ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>.

<>,
ricomincio` il cortese portinaio:
<>.

La` ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era si` pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto piu` che perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea, si` fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenea ambo le piante
l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi su` di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: < umilemente che 'l serrame scioglia>>.

Divoto mi gittai a' santi piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e < quando se' dentro, queste piaghe>>, disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.

L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.

< che non si volga dritta per la toppa>>,
diss'elli a noi, <

Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa.

Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>.

Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: < che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>.

E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,

non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea
cio` ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;

ch'or si` or no s'intendon le parole.

Purgatorio: Canto X

Poi fummo dentro al soglio de la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perche' fa parer dritta la via torta,

sonando la senti' esser richiusa;
e s'io avesse li occhi volti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
si` come l'onda che fugge e s'appressa.

<>,
comincio` 'l duca mio, < or quinci, or quindi al lato che si parte>>.

E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
su` dove il monte in dietro si rauna,

io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo piu` che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,
al pie` de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.

La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,
quand'io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno
d'intagli si`, che non pur Policleto,
ma la natura li` avrebbe scorno.

L'angel che venne in terra col decreto
de la molt'anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva si` verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
perche' iv'era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella
'Ecce ancilla Dei', propriamente
come figura in cera si suggella.

<>,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore ha la gente.

Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,

un'altra storia ne la roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
accio` che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato li` nel marmo stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un <>, l'altro <>.

Similemente al fummo de li 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al si` e al no discordi fensi.

Li` precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e piu` e men che re era in quel caso.

Di contra, effigiata ad una vista
d'un gran palazzo, Micol ammirava
si` come donna dispettosa e trista.

I' mossi i pie` del loco dov'io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micol mi biancheggiava.

Quiv'era storiata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr'essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro
pareva dir: < di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>;

ed elli a lei rispondere: < tanto ch'i' torni>>; e quella: <>,
come persona in cui dolor s'affretta,

<>; ed ei: < la ti fara`>>; ed ella: < a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>;

ond'elli: < ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e pieta` mi ritene>>.

Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perche' qui non si trova.

Mentr'io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,

<>,
mormorava il poeta, < questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>.

Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond'e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non furon lenti.

Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si paghi.

Non attender la forma del martire:
pensa la succession; pensa ch'al peggio,
oltre la gran sentenza non puo` ire.

Io cominciai: < muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, si` nel veder vaneggio>>.

Ed elli a me: < di lor tormento a terra li rannicchia,
si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione.

Ma guarda fiso la`, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>.

O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,

non v'accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
si` come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; cosi` fatti
vid'io color, quando puosi ben cura.

Vero e` che piu` e meno eran contratti
secondo ch'avien piu` e meno a dosso;
e qual piu` pazienza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.

Purgatorio: Canto XI

< non circunscritto, ma per piu` amore
ch'ai primi effetti di la` su` tu hai,

laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogni creatura, com'e` degno
di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
che' noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
cosi` facciano li uomini de' suoi.

Da` oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi piu` di gir s'affanna.

E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtu` che di legger s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che si` la sprona.

Quest'ultima preghiera, segnor caro,
gia` non si fa per noi, che' non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro>>.

Cosi` a se' e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.

Se di la` sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei ch'hanno al voler buona radice?

Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, si` che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.

<

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