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Divina Commedia di Dante: Purgatorio by Dante Alighieri

Part 4 out of 4

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dovea poi trarre te nel suo disio?

Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era pi˘ tale.

Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar pi˘ colpo, o pargoletta
o altra novit‡ con sÏ breve uso.

Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi díi pennuti
rete si spiega indarno o si saettaª.

Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sÈ riconoscendo e ripentuti,

tal mi staví io; ed ella disse: ´Quando
per udir seí dolente, alza la barba,
e prenderai pi˘ doglia riguardandoª.

Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,

chíio non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de líargomento.

E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersÔon líocchio comprese;

e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
chíË sola una persona in due nature.

Sotto íl suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi pi˘ sÈ stessa antica,
vincer che líaltre qui, quandí ella cíera.

Di penter sÏ mi punse ivi líortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
pi˘ nel suo amor, pi˘ mi si fÈ nemica.

Tanta riconoscenza il cor mi morse,
chíio caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.

Poi, quando il cor virt˘ di fuor rendemmi,
la donna chíio avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: ´Tiemmi, tiemmi!ª.

Tratto míavea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso líacqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva,
ëAsperges meí sÏ dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non chíio lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne chíio líacqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato míofferse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.

´Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume chíË dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di l‡, che miran pi˘ profondoª.

CosÏ cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.

Disser: ´Fa che le viste non risparmi;
posto tíavem dinanzi a li smeraldi
ondí Amor gi‡ ti trasse le sue armiª.

Mille disiri pi˘ che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra íl grifone stavan saldi.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.

Pensa, lettor, síio mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sÈ star queta,
e ne líidolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta
líanima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sÈ, di sÈ asseta,

sÈ dimostrando di pi˘ alto tribo
ne li atti, líaltre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.

´Volgi, Beatrice, volgi li occhi santiª,
era la sua canzone, ´al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sÏ che discerna
la seconda bellezza che tu celeª.

O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto líombra
sÏ di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
l‡ dove armonizzando il ciel tíadombra,

quando ne líaere aperto ti solvesti?

Purgatorio ∑ Canto XXXII

Tantí eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi míeran tutti spenti.

Ed essi quinci e quindi avien parete
di non calerócosÏ lo santo riso
a sÈ traÈli con líantica rete!ó;

quando per forza mi fu vÚlto il viso
verí la sinistra mia da quelle dee,
perchí io udií da loro un ´Troppo fiso!ª;

e la disposizion chía veder Ëe
ne li occhi pur testÈ dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fÈe.

Ma poi chíal poco il viso riformossi
(e dico ëal pocoí per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),

vidi ín sul braccio destro esser rivolto
lo glorÔoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.

Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sÈ gira col segno,
prima che possa tutta in sÈ mutarsi;

quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.

Indi a le rote si tornar le donne,
e íl grifon mosse il benedetto carco
sÏ, che perÚ nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fÈ líorbita sua con minore arco.

SÏ passeggiando líalta selva vÚta,
colpa di quella chíal serpente crese,
temprava i passi uníangelica nota.

Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando BÎatrice scese.

Io sentií mormorare a tutti ´Adamoª;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e díaltra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata
pi˘ quanto pi˘ Ë s˘, fora da líIndi
neí boschi lor per altezza ammirata.

´Beato seí, grifon, che non discindi
col becco díesto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindiª.

CosÏ dintorno a líalbero robusto
gridaron li altri; e líanimal binato:
´SÏ si conserva il seme díogne giustoª.

E vÚlto al temo chíelli avea tirato,
trasselo al piË de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciÚ legato.

Come le nostre piante, quando casca
gi˘ la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che íl sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e pi˘ che di vÔole
colore aprendo, síinnovÚ la pianta,
che prima avea le ramora sÏ sole.

Io non lo íntesi, nÈ qui non si canta
líinno che quella gente allor cantaro,
nÈ la nota soffersi tutta quanta.

Síio potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costÚ sÏ caro;

come pintor che con essempro pinga,
disegnerei comí io míaddormentai;
ma qual vuol sia che líassonnar ben finga.

PerÚ trascorro a quando mi svegliai,
e dico chíun splendor mi squarciÚ íl velo
del sonno, e un chiamar: ´Surgi: che fai?ª.

Quali a veder deí fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpet¸e nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola
cosÏ di MoÔsË come díElia,
e al maestro suo cangiata stola;

tal tornaí io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu deí miei passi lungo íl fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: ´Oví Ë Beatrice?ª.
Ondí ella: ´Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo íl grifon sen vanno suso
con pi˘ dolce canzone e pi˘ profondaª.

E se pi˘ fu lo suo parlar diffuso,
non so, perÚ che gi‡ ne li occhi míera
quella chíad altro intender míavea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lÏ del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facevan di sÈ claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri díAquilone e díAustro.

´Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo Ë romano.

PerÚ, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di l‡, fa che tu scriveª.

CosÏ Beatrice; e io, che tutto ai piedi
díi suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi oví ella volle diedi.

Non scese mai con sÏ veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che pi˘ va remoto,

comí io vidi calar líuccel di Giove
per líalber gi˘, rompendo de la scorza,
non che díi fiori e de le foglie nove;

e ferÏ íl carro di tutta sua forza;
ondí el piegÚ come nave in fortuna,
vinta da líonda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del trÔunfal veiculo una volpe
che díogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser líossa sanza polpe.

Poscia per indi ondí era pria venuta,
líaguglia vidi scender gi˘ ne líarca
del carro e lasciar lei di sÈ pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce uscÏ del cielo e cotal disse:
´O navicella mia, comí mal seí carca!ª.

Poi parve a me che la terra síaprisse
tríambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro s˘ la coda fisse;

e come vespa che ritragge líago,
a sÈ traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta
e líuna e líaltra rota e íl temo, in tanto
che pi˘ tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato cosÏ íl dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra íl temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
míapparve con le ciglia intorno pronte;

e come perchÈ non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.

Ma perchÈ líocchio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellÚ dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e díira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.

Purgatorio ∑ Canto XXXIII

ëDeus, venerunt gentesí, alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;

e BÎatrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava sÏ fatta, che poco
pi˘ a la croce si cambiÚ Maria.

Ma poi che líaltre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in pË,
rispuose, colorata come foco:

ëModicum, et non videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis meí.

Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo sÈ, solo accennando, mosse
me e la donna e íl savio che ristette.

CosÏ sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto ´Vien pi˘ tostoª,
mi disse, ´tanto che, síio parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben dispostoª.

SÏ comí io fui, comí io dovÎa, seco,
dissemi: ´Frate, perchÈ non tíattenti
a domandarmi omai venendo meco?ª.

Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: ´Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciÚ chíad essa Ë buonoª.

Ed ella a me: ´Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sÏ che non parli pi˘ comí om che sogna.

Sappi che íl vaso che íl serpente ruppe,
fu e non Ë; ma chi níha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sar‡ tutto tempo sanza reda
líaguglia che lasciÚ le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;

chíio veggio certamente, e perÚ il narro,
a darne tempo gi‡ stelle propinque,
secure díogní intoppo e díogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, ancider‡ la fuia
con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perchí a lor modo lo íntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sÏ come da me son porte,
cosÏ queste parole segna aí vivi
del viver chíË un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
chíË or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a líuso suo la creÚ santa.

Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e pi˘ líanima prima
bramÚ colui che íl morso in sÈ punio.

Dorme lo íngegno tuo, se non estima
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e sÏ travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua díElsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e íl piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne líinterdetto,
conosceresti a líarbor moralmente.

Ma perchí io veggio te ne lo íntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sÏ che tíabbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che íl te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cintoª.

E io: ´SÏ come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato Ë or da voi lo mio cervello.

Ma perchÈ tanto sovra mia veduta
vostra parola disÔata vola,
che pi˘ la perde quanto pi˘ síaiuta?ª.

´PerchÈ conoschiª, disse, ´quella scuola
cíhai seguitata, e veggi sua dottrina
come puÚ seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che pi˘ alto festinaª.

Ondí io rispuosi lei: ´Non mi ricorda
chíií stranÔasse me gi‡ mai da voi,
nÈ honne coscÔenza che rimordaª.

´E se tu ricordar non te ne puoiª,
sorridendo rispuose, ´or ti rammenta
come bevesti di LetË ancoi;

e se dal fummo foco síargomenta,
cotesta oblivÔon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rudeª.

E pi˘ corusco e con pi˘ lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e l‡, come li aspetti, fassi,

quando síaffisser, sÏ come síaffigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin díuníombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi líalpe porta.

Dinanzi ad esse ÀufratËs e Tigri
veder mi parve uscir díuna fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.

´O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua Ë questa che qui si dispiega
da un principio e sÈ da sÈ lontana?ª.

Per cotal priego detto mi fu: ´Priega
Matelda che íl ti dicaª. E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: ´Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che líacqua di LetË non gliel nascoseª.

E BÎatrice: ´Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fattí ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi E¸noË che l‡ diriva:
menalo ad esso, e come tu seí usa,
la tramortita sua virt˘ ravvivaª.

Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che Ë per segno fuor dischiusa;

cosÏ, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: ´Vien con luiª.

Síio avessi, lettor, pi˘ lungo spazio
da scrivere, ií pur cantereí in parte
lo dolce ber che mai non míavria sazio;

ma perchÈ piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia pi˘ ir lo fren de líarte.

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sÏ come piante novelle
rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.

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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
TABLE OF SPECIAL CHARACTERS

‡ = a grave
Ë = e grave
Ï = i grave
Ú = o grave
˘ = u grave

È = e acute
Û = o acute

‰ = a uml
Î = e uml
Ô = i uml
ˆ = o uml
¸ = u uml

» = E grave
À = E uml
œ = I uml

´ = left angle quotation mark
ª = right angle quotation mark

ì = left double quotation mark
î = right double quotation mark

ë = left single quotation mark
í = right single quotation mark

ó = em dash

∑ = middot

. . . = ellipsis

Book of the day: